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I luoghi della memoria: Gavignano, Montepastore, Riva Maiera

di Renzo Franceschini

Giammai finirò di ascoltare

l’inutile tuo lamento,

simile al pianto delle genti inermi,

o terra mia, violentata sempre,

come il nostro fragile passo,

da natura e da storia

impunemente

Gavignano – Montepastore

Alle sorgenti del Lavino, sorvegliata con discrezione dal Monte Vignola e dal Monte Nonascoso, una terra di antichi, rinomati pascoli digrada verso nord-est, alternando tratti di lieve, dolcissimo pendio a tratti scoscesi e dirupati, racchiusi entro l’ampio semicerchio dell’alta valle di quel torrente. Questo lembo di territorio, storicamente savignese, si affaccia sulla stupenda valle del Vénola e sull’altra, non meno suggestiva, di San Pròspero, consentendo alla vista di spaziare dalle cime dell’Appennino settentrionale a quelle delle Prealpi lombarde (Fig. 1).

È un piccolo angolo di montagna che non rinuncia ancora alla sua veste collinare, e accoglie due località con un passato illustre e laborioso, testimonianza concreta e duratura di una forte presenza di gente nobile, tenace ed estremamente cordiale. Come su molti altri vicini luoghi della memoria, aleggiano anche qui ricordi smarriti e leggende: avvolgeranno per sempre le vicende di un borgo e di un castello spariti, non per opera o per incuria degli uomini, ma per singolare, forse tragico, evento della natura.

C’era una volta...Riva Maiera

Racconta un’antica leggenda locale che, quando il plenilunio di gennaio coincide con l’anniversario della tragica fine di Riva Maiera, sul costone roccioso denominato “Cresta del Gallo”, verso la mezzanotte, si possono vedere le tre figure evanescenti degli unici “scampati” alla frana assassina: si tratta dell’arcangelo Michele, protettore della piccola comunità parrocchiale, il quale tiene per mano Berta, la bambina cieca del villaggio, e Fabiano, il ragazzo sordomuto dalla nascita.

Quella terribile notte, San Michele in persona li aveva scelti e accompagnati, attraverso la fitta boscaglia della Serra, al convento di Gavignano e, dopo averli risanati dalle loro infermità, aveva chiesto a Fabiano di non rivelare mai a nessuno i particolari della sciagura.

Non sappiamo se il giovinetto abbia mantenuto o meno la sua promessa, certo è che ancora oggi, ad oltre sei secoli dall’evento che cancellò dalla carta geografica un intero paese, poco o nulla si conosce di questa antichissima località, dove il tempo sembra essersi fermato alla seconda metà del XIV secolo.

Tutti coloro che hanno scritto di “Riva” negli ultimi tempi lo hanno fatto, certo, con riferimento implicito od esplicito al testo del Calindri che troviamo nel volume III della sua opera: Dizionario corografico d’Italia, Bologna, 1781/85. Le pagine da 27 a 31 sono dedicate alla voce GAVIGNANO: parte della pagina 29 e quasi tutta la 30 hanno come oggetto il "nostro" luogo. Il dotto Abate parla di “una vastissima rovina che si distende dalla sommità del Monte detto Moscoso fino al Fiume – Torrente Lavino [...] e questa da’ Secoli succeduta portò via il Comune di Riva Maglaria, che era altresì Parrocchia nel 1155, e nel 1187 (si rileva da un Decreto di Gerardo Vescovo di Bologna, e di Gregorio VIII, vedasi Monte Veglio) e lo sarà stato ancora fino verso la metà del quartodecimo secolo nel quale cessa del tutto di più nominarla la storia bolognese, e forse allora succedette la estesissima accennata rovina.”

Riporta quindi il nostro autore alcune delle numerose denominazioni riferibili al sito in questione, come faremo anche noi più avanti, e prosegue scrivendo che, “ora” (nella pagina 28 afferma egli stesso trattarsi del 1780) “il luogo dove era piantato il suo Casamento, chiamasi Riva Maiera, in cui altro segnale non si vede di questo luogo rimasto, se non un pezzo di ferro incavato in un marmo arenario, la di cui forma mostra fosse una porta, dicon que’ Popoli circonvicini per tradizione, della Chiesa parrocchiale. Grossi macigni calcarei ed arenosi si scoprono per bon tratto in questi contorni, da’ quali forse ebbe il nome un tempo di Riva di Monte Marmi: a poca distanza da questo sito ve ne è uno detto li Trebbi, nel quale in occasione di dover fare de’ scavi, o nell’occasione di avervi fatti piantamenti, vi si è trovato, e vi si trova quantità di fondamenta e reliquie di mura antichissime, dal che deducesi possa essere stato altro luogo abitato, e soggiaciuto allo stesso infortunio di Ripa Maglaria.”

Circa settant’anni più tardi, L. Ruggeri, sempre alla voce Gavignano, ma nel III tomo di Le Chiese parrocchiali della Diocesi di Bologna ritratte e descritte, Bologna, 1844 – 51, dedica a Riva la parte finale del suo articolo, che riportiamo solo per completezza di documentazione e perché “gareggia” in fantasia con la nostra leggenda di Berta e Fabiano.

Un piccol tratto di questo terreno, che ora (1849) chiamano Rivamajera, ricorda un grande castello, che quivi fiorì nei tempi a noi antichi, e che l’istoria distingue col nome di Riva Maglaria: grande per numero di abitanti, per estensione di abitato, e per celebrità di persone, fra le quali accenneremo il contestabile Guido, che fu agli stipendi di Felsina sul cominciare del secolo XIV, e che lasciò delle sue gesta tanta e sì luminosa fama.

Questo sciagurato paese, dopo un’esistenza di lunghissimi anni, fu nel Gennaio del 1354 sepolto ed inabissato! Un’ampia e precipitosa frana si staccò dalla cima del monte, e spingendosi nelle tenebre di una notte d’inverno sino al torrente Lavino, travolse e profondò nell’ampia voragine campi, vigneti e praterie, ingoiando insieme il castello, la chiesa e molta parte degl’infelici abitori! Il disastro fu così grande che non si cercò neppure di togliere a quel caseggiato il funereo manto di cui restò coperto. Secoli si aggiunsero a secoli, il suolo si segualizzò, e ben tosto il viandante calpestò quella terra senza neppur sospettare che sotto quelle coltivate glebe giaceva intiero ed intatto uno de’ più forti castelli dell’antichità.”

Facilmente si potrebbe ironizzare sul testo del Ruggeri: reputo non sia compito nostro, anche se gradiremmo sapere da quali altre fonti, oltre il Calindri, abbia attinto l’esimio “dottore” per “propinarci” l’articolo in questione.

Oltre cent’anni dopo, pure smorzando l’enfasi del suddetto, U. Beseghi, nel suo Castelli e ville bolognesi, Bologna, 1957, scrive: “alcuni castelli furono addirittura inghiottiti dalla terra. Questo avvenne in una notte del gennaio 1354 al castello di Ripa Maglaria: scomparve nello smottamento di un’enorme frana che lo trascinò insieme alle case del borgo e alla chiesa giù verso il Lavino. Ancor oggi in quel terreno sconvolto dalle frane, il famoso castello di Ripa Maglaria vive nella memoria delle genti per la sua fosca e lontana leggenda.”

Per concludere “in bellezza” le nostre citazioni, riportiamo infine la scheda che l’Istituto per i beni culturali – Regione Emilia Romagna, dedica al “sito” nel suo Insediamento storico e beni culturali, Montagna bolognese, Bologna, 1980:

GAVIGNANO, S. Michele di Rivamagliata (Monte S. Pietro), alt. m. = 340.

Antica comunità oggi scomparsa la cui chiesa, dedicata a S. Michele e già citata nel XII secolo, compare nell’elenco delle comunità del 1223 (1, Savioli, III, II, 51) come RIVAMALLIANA e nelle decime del 1300 (2, Rat. Dec. 1300, 250) come “S. Michaele de RIVAMAGLIATA” a quell’epoca sottoposta alla Pieve di Monteveglio. Dal rilevamento del Cardinal Anglic risultavano 15 fumanti (3, Theiner). L’abitato, secondo il Calindri da ravvisarsi nei pressi della località “Osteria” (attualmente “LA LOCANDA”), è stato distrutto da una imponente frana scesa dal soprastante monte Nonascoso; resta comunque oggi a testimonianza di questa comunità il toponimo di un piccolo rio denominato “Rio Maiera”.”

Come ognuno avrà certo avvertito dai testi sopra riportati, già il nome del luogo, e quindi della comunità civile e religiosa che vi risiedeva, risulta piuttosto controverso.

Ammettendo che la “Ecclesia(m) de Lupa Ahalaria” della famosa Bolla di Eugenio III del 24 novembre 1150 all’Arciprete di Monteveglio (1) si riferisca effettivamente alla parrocchia in questione, ed è abbastanza probabile, vista la sua collocazione in elenco fra Ponzano e Gavignano, sarebbe questo il primo appellativo documentato e, forse, utilizzato in precedenza per indicare il nostro borgo.

Nel decreto del vescovo Gerardo (2), pur conservando la stessa posizione in elenco fra Ponzano e Gavignano, insieme a Mongiorgio, troviamo però “ecclesia(m) de ripamalaria” o, come appare più sotto, “riva malaria”, e questa ultima versione viene confermata nella Bolla di Gregorio VIII del 16 novembre 1187 (3). Evidentemente anche a Roma si abbandona il vecchio termine usato fino a quarant’anni prima, senza indagare sulla singolare trasformazione di “Lupa” in “Ripa” e in “Riva”, ma gli amanuensi dell’epoca avranno avuto di sicuro ben altro a cui pensare.

Sinceramente la trascrizione “Lupa” non ci ha mai convinto molto, soprattutto se si cerca di interpretare l’apposizione “Ahalaria” che la completa: “a mèl’aria”, secondo l’espressione popolare, o “a mala aria” per gli eruditi, non è una volgare imprecazione, ma una semplice locuzione avverbiale di carattere geografico che significa “esposto, collocato a nord” o, meglio ancora per le nostre zone, “a nord-est”. Fra i sostantivi che foneticamente più di avvicinano a “Lupa” abbiamo scelto l’arcaico dialettale “Lugh”, per “paese”, “località”, “luogo”, e il classico “Lucus”, per “bosco”, e in ambedue i casi ci sembra che i toponimi composti che si ottengono siano almeno rispettosi nei confronti della possibile, quasi certa ubicazione del centro principale del nostro sventurato comune.

Il termine “Ripa” o “Riva”, che successivamente s’impone in maniera quasi definitiva, nasconde un qualche collegamento con la strada che dal “Trebbo” o da “li Trebbi”, come scrive il Calindri, s’inerpicava, con prevalente direzione sud-sud-ovest, verso l’antico borgo e proseguiva, attraverso l’attuale podere “l’Oppio”, per congiungersi al percorso di crinale del Monte Nonascoso o Moscoso che dir si voglia. Fino agli Statuti del 1288, “Riva Malaria” mantiene questa denominazione, ma, già a partire dal 1223, si nota una certa avversione degli scrivani ufficiali che tendono a sostituire l’indigesto, perché incompreso “Malaria”, prima con l’inusuale “Malliana” che diventa “maglaria” e, in seguito, “Magliata”, poi addirittura con la specificazione “di Monte Marmi”, come abbiamo già visto nel Calindri.

A questo punto qualcuno forse si è accorto che non valeva la pena di sciupare tanto inchiostro per trascrivere il nome di un “comunello” di montagna che versava a Bologna, sul finire del XIII secolo, un ammontare annuo delle gabelle di appena 10 – 15 soldi e, saggiamente, in alcuni casi l’appellativo viene ridotto al semplice “Riva”. Anche nel corso dell’ultimo secolo della sua storia, rispuntano a volte le precedenti denominazioni e un inedito “Ripamagliaria”, ma giungiamo, purtroppo, all’ormai prossimo anno della sua tragica scomparsa (4).

Sappiamo che il borgo aveva la chiesa e il castello, sappiamo inoltre che, per fortuna, nel suo territorio esistevano già allora alcuni piccoli nuclei insediativi, come la “Villa” dove abitava il “saltaro” o sorvegliante dei boschi delle tre comunità di Gavignano, Montepastore e Riva, il succitato “Oppio”, i “Forchetti”, “Bietta” e, forse, le “Pradoline” (5).

Una stima approssimativa della popolazione nei tre comuni, all’epoca della frana (1365 – 1374), ci consente di stabilire, per il secondo, un numero di abitanti che si aggira sulle 65 unità; per Gavignano e Riva, unitamente, sulle 110 unità. Anche volendo esagerare, il territorio della nostra “massaria” avrà ospitato una settantina di abitanti! Se consideriamo che, per quanto detto sopra, quasi la metà non risiedeva nel paese o ai “trebbi”, pure coinvolto, sembra, nel disastro e, presumibilmente, abitato da una sola famiglia, si può ritenere che le vittime della sciagura, se ce ne sono state, abbiano raggiunto al massimo le trenta o quaranta unità.

Il dato presunto in sé e per sé non intende certo ridurre la gravità dell’accaduto, ma evitare il consolidamento di quegli eccessi che nella fantasia popolare, e non solo in quella, si raggiungono spesso con troppa facilità, al di fuori di ogni ragionevole rapporto con la situazione oggettiva. La leggenda citata all’inizio del presente articolo, alla quale pure il Dott. Ruggeri sembra prestar fede, parla infatti di svariate centinaia di vittime, attribuendo quindi alla modesta nostra località, l’inaccettabile ruolo di una cittadella medievale di ben più vasta importanza e dimensione.

Per stabilire qualche paragone, rimanendo in zona, Riva-Gavignano aveva in quell’epoca, ma anche nel secolo precedente, una consistenza demografica pari circa a quella di Monsevero o di Maiola, meno della metà di quella di Merlano o di Mongiorgio! Lo stesso castello di Riva, che sembra risalisse all’XI secolo, proprio per questa ragione, non poteva presentare le dimensioni ipotizzate dal Ruggeri e sostenute dalla leggenda.

Sulla vicenda dello “storico” smottamento, chi lo desiderasse troverà ulteriori precisazioni e/o supposizioni nelle note al testo (6).

Ancora oggi però, risalendo l’accidentato percorso del rio, che nella denominazione richiama alla mente l’antica, sventurata località, e passando accanto alla “Cresta del Gallo”, si prova una sensazione di sgomento e, insieme, di profonda commozione: le alte pareti rocciose che da tre lati precludono ogni altra vista sembrano quelle di una interminabile cattedrale che ha come unico confine l’azzurro del cielo, e ci piace credere che sia questo il monumento che la natura stessa offre in ricordo degli umili abitanti del luogo, travolti nel sonno dalla frana o, comunque, costretti ad assistere impotenti alla distruzione del paese, nel quale erano nati e avevano vissuto fino a poco tempo innanzi (7).

Note

(1) Trascrizione di L. Savioli, in “Annali bolognesi”, Archivio dei Canonici di San Giovanni in Monte di Bologna, IV, n. 51

(2) “Decreto del Vescovo Gerardo”, Archivio di Stato, Bologna, (1.I.1155)

(3) “Bolla di Gregorio VIII all’Arciprete di Monteveglio...”, Archivio di Stato di Bologna, Archivio demaniale, Atti dell’Abbazia di Monteveglio, 33/486 (16.XI.1187)

(4) L’ammontare annuo delle gabelle che nel 1288 la nostra località deve pagare al comune di Bologna è di appena 10 soldi, il minimo che si registri fra i comuni della zona.

Circa l’anno in cui si sarebbe scatenata la frana, esistono incertezze dovute alla mancanza di una specifica documentazione locale: alcuni storici, come abbiamo visto, riportano il 1354, altri il 1365, collocando forse lo smottamento al terremoto registrato in quella data, altri ancora il 1374. Molto saggiamente, il Calindri, come risulta dal suo articolo, non indica alcuna data precisa, ma, poiché troviamo che nell'elenco delle chiese della Diocesi di Bologna del 1366 San Michele di Ripa Maglaria è presente ed è riconfermata alle dipendenze della Pieve di Monteveglio e nel 1371 vengono censite nel suo territorio, unitamente a Gavignano, 15 famiglie, ci sembra che il gennaio del 1374 sia la data più probabile. Aggiungiamo subito che, se il movimento franoso presentò, come è possibile, le sue prime avvisaglie in occasione del terremoto del 1365, forse, lo smottamento in questione provocò “soltanto” danni materiali: nei nove anni che separano i due eventi, la popolazione potrebbe avere abbandonato il vecchio borgo già pericolante e, tutto sommato, ci piace sperare che le cose siano andate proprio in questo modo.

(5) Abbiamo utilizzato i toponimi odierni per favorire la localizzazione dei poderi in questione che, all’epoca, avevano forse una diversa denominazione e strutture abitative certo differenti dalle attuali.

(6) Per conoscenza diretta dei luoghi, si ritiene che il “Trebbio” o “li Trebbi” altro non fosse che il punto di incontro delle due strade, quella che proveniva dalla “Serra” e quella che saliva dall’”Osteria” (oggi “Locanda”), che si univano a quella che scendeva da Riva; se vi sorgesse poi qualche abitazione è difficile dimostrarlo. I resti di cui parla il Calindri, dalla descrizione che ne fa, sono probabilmente una parte di quelli di Riva.

Come è al presente ancora verificabile, la “rovina” non partì affatto dalla “sommità” del Monte Moscoso (oggi Nonascoso), ma da una “protuberanza” orografica dello stesso, con asse est-nord-est, che, prima della frana, poteva benissimo avere una sua propria denominazione (Monte Marmi o, meglio, Monte Marne?) e raggiungere una quota altimetrica analoga a quella dell’attuale cima di M. Nonascoso (in C.T.R. 710.7); la cresta rocciosa che ne resta si mantiene infatti ancora, nonostante l’evento, a un’altitudine media di 635 metri. Lo smottamento, per quanto consistente, non arrivò certo al Lavino, ma fortunatamente si arrestò nelle vicinanze del “Trebbio”, in sponda sinistra dell’attuale Rio Morello; forse la vasta erosione torrentizia di quest’ultimo fu attribuita in passato all’opera della frana.

Resta infine da dimostrare che almeno una parte delle strutture murarie del vecchio borgo non siano state recuperate e reimpiegate in edifici successivi della zona.

Se non andiamo errati, l’ultima “citazione” di Riva è addirittura del 1376 e la indica (Ripamagliaria) sottoposta al “nuovo” Vicariato di Savigno: qualora risultasse documentata chiaramente la sua scomparsa nel gennaio del 1354, dovremmo ammettere che ci sono voluti oltre vent’anni per prendere atto “ufficialmente” che questo castello, questo comune e relativa parrocchia non esistevano più, e sarebbe anche superfluo stupirsene!

(7) Non disponendo che di una ricostruzione virtuale della zona, prima che fosse devastata dallo “storico” smottamento, risulta difficile stabilire l’esatta collocazione dell’antico borgo: se non si tratta di un errore di stampa, ci piacerebbe conoscere sulla base di quali rilievi si è giunti a stabilire l’altimetria (340) indicata nella scheda dell’Istituto per i beni culturali, riportata integralmente nel testo. Si fa notare che all’attuale Gavignano viene assegnata, correttamente, nella relativa scheda “alt. m. = 388” e che il Calindri non si riferisce affatto a Riva Magliaria quando cita il “sito detto ora l’Ostaria”, ma al luogo dove sorgeva “l’antico Comune e parrocchia di Gavignàno”. E’ indubbio che la frana si sviluppò non solo a monte dell’antica Gavignano, ma addirittura a monte della “Serra” (in C.T.R. 491.0). Volendo insistere sulla questione, se la primitiva parrocchiale di S. Pietro (già presente nel 1150) sorgeva nelle vicinanze dell’ ”Ostaria”, come scrive il Calindri, quella, altrettanto parrocchiale, di S. Michele di Riva (pure già presente nel 1150) non poteva certo sorgere a pochi passi dalla precedente e per di più in posizione meno elevata!

Anche per quanto esposto nella nota precedente, riteniamo che Riva (chiesa, castello e borgo) sorgesse appunto “a mal’aria” sul versante nord-orientale del “suo” monte, non del M. Nonascoso, e a un’altitudine presunta che va dai 540 ai 660 metri sul livello del mare.

Onde evitare infine che la localizzazione proposta sia ritenuta parto gratuito della fantasia del sottoscritto, mi permetto di segnalare le due righe iniziali della nota n. 7 del Casini a pagina 120, in L. Casini, Il contado bolognese durante il periodo comunale, Arnaldo Forni Editore, Bologna, 1991, precisando che, all’epoca dei miei modesti rilievi in loco (1970-1980) il suo Testo era ancora inedito e quindi a me del tutto ignoto: “Il punto preciso di questa località (Rivamalliara, ora Rivamaiera) è nella frana alta m. 659 tra il rio Maiera e il rio della Bietta, nella C. M. foglio 87, III, SE.”

DIDASCALIE

Fig. 1 - Pianta della zona Gavignano, Monte Pastore, Riva Maiera

Fig. 2 - Resti de “la Villa” nell’antico territorio di Riva (foto R. Franceschini 1980)

Fig. 3 - “I Forchetti” dell’antico territorio di Riva (foto R.Franceschini 1980)