faceb   icona Youtube

cookie informativi

I cookie sono piccoli file produtti dal server del sito visitato che vengono scaricati e memorizzati nel disco rigido del computer dell'utente tramite il browser quando lo si visita. I cookie possono essere utilizzati per raccogliere e memorizzare i dati utente durante la navigazione per offrire servizi come il login al sito, una condivisione su social network ecc.. Possono essere essere di natura duratura e rimanere nel pc dell'utente anche dopo la chiusura della sessione dell'utente o svanire dopo la chiusura di essa. I cookie possono del sito che si visita (locali) o di terze parti.

Ci sono diversi tipi di cookie:

  • Cookie tecnici che facilitano la navigazione degli utenti e l'utilizzo delle varie opzioni o servizi offerti dal web, come identificare la sessione, consentire l'accesso a determinate aree, facilitano gli ordini, gli acquisti, la compilazione di moduli, la registrazione, sicurezza, facilitando funzionalità (come ad esempio la visione di video ecc...),
  • Cookie di profilazione che consentono agli amministratori di tracciare le attività degli utenti e di mandar loro pubblicità mirata,
  • cookie di terzi parti che consentono l'integrazione del sito con servizi come i Social Network (cookie sociali) per permetterne la condivisione, cookie flash per la visione di video ecc...

Quindi, quando si accede al nostro sito web, nel rispetto della Direttiva UE 2009/136/CE e del provvedimento 229 dell'8 maggio 2014 del garante della privacy, l'utente ci autorizza all'utilizzo dei Cookie. Tutto questo è per migliorare i nostri servizi. Usiamo Google Analytics per raccogliere informazioni statistiche anonime come il numero di visitatori del nostro sito. I cookie aggiunto da Google Analytics sono disciplinate dalle norme sulla privacy di Google Analytics. Se volete potete disabilitare i cookie di Google Analytics.

Tuttavia, si ricorda che è possibile abilitare, disabilitare, limitare l'utilizzo e cancellare automaticamente i cookies seguendo le istruzioni del tuo browser.

L’ospitale di Pontecchio

di Michelangelo Abatantuono

I movimenti riformatori che nell’XI secolo coinvolsero vasti settori del mondo religioso occidentale, intrecciati con la ricerca di nuovi orizzonti e possibilità per cavalieri, mercanti e avventurieri, impressero nuova forza al pellegrinaggio: furono i secoli delle grandi mete quali il santuario galiziano di san Giacomo di Compostela e del rinnovato fervore di ritornare ai luoghi che avevano visto la vita e la predicazione di Cristo, allora occupati dagli infedeli.

Grandi masse di uomini, ricchi e poveri, giovani e vecchi, si mossero lungo le strade di un’Europa che andava risvegliandosi, tra il brulicare dei commerci e il nascere di nuovi sodalizi e accordi che avrebbero portato ad un modo diverso di amministrare la cosa comunei. I pellegrini, riconoscibili dal vestiario e da alcuni segni che portavano indosso, erano penitenti: percorrevano chilometri e chilometri verso le mete sante per purgare i propri peccati, per acquistarsi un posto nel mondo dei beati. Intraprendevano un viaggio pericoloso, irto di insidie, malattie, attacchi di briganti e inganni; molti prima di partire facevano testamento, altri partivano nel fiore degli anni e tornavano in età avanzata o scampati a chissà quali avventure.

La precarietà del percorso era interrotta dagli ospitali, strutture di ricoveroii che gratuitamente davano albergo ai pellegrini: un pasto e un luogo riparato ove riposare. Si trovavano lungo le direttrici maggiormente percorse dai pellegrini, le vie romee (i pellegrini, poiché una delle mete era Roma, venivano definiti anche “romei”) o francesche (o francigene, perché portavano al paese dei Franchi o da questo provenivano)iii, ed erano sovente sottoposti ad un monastero. Anche quando la fondazione era riconducibile ad un laico, la struttura veniva donata o concessa ad un’ente religioso, che per sua natura era in grado di assicurare nel tempo il corretto funzionamento.

La loro struttura era perlopiù semplice e comprendeva ambienti per il ricovero notturno (cercando di evitare la promiscuità) e sovente una cappella. Non mancavano casi di strutture più complesse: istituzioni ricche e dotate di beni, che si erano andate creando attraverso la diffusa pratica della donazione di terre e di beni, per la buona sorte dell’anima dei donanti e di quella dei loro congiunti.

Nella montagna, oggi bolognese, diverse sono le attestazioni di ospitali per il ricovero di pellegrini: nell’odierno territorio di Sasso Marconi si trovava l’ospitale di San Nicolò di Pontecchio, testimoniato fin dai primi decenni del XII secolo. Era sottoposto al monastero vallombrosano (benedettino) di San Salvatore di Vaiano nella valle del Bisenzio, naturale continuazione di quella del Setta nel versante toscano. Oltre all’ospitale di Pontecchio, il monastero di Vaiano possedeva simili strutture a Corvella (ospitale di San Giacomo, nei pressi di Porretta), a Ferrara ed uno a Prato, detto di Toringhelloiv.

I beni della badia vaianese erano sparsi in un territorio assai vasto, tra l’Arno e il Po, tanto che la necessità di razionalizzarne l’amministrazione condusse alla creazione di tre unità amministrative distinte, al pari di quanto andava accadendo per la casa madre di Vallombrosa. Quelle vaianesi ebbero sede a Vaiano, Pupigliano e Pontecchiov.

Le prime attestazioni dell’ospitale di Pontecchio risalgono al principio del XII secolo, anche se alcune carte originali risultano perdute. Nella Memoria dell’ospitale di San Nicholò di Pontechio in quello di Bologna, del XV secolovi, sono menzionate diverse donazioni e permute, nel territorio della pieve di Santo Stefano di Pontecchio ma pure altrove. Un documento del 1112, oggi introvabile, ricorda una donazione di terre poste a Pontecchio; ugualmente dispersa risulta una simile carta del 1133vii.

La documentazione pervenutaci permette tuttavia di creare una sommaria rappresentazione delle strutture dell’ospitale che comprendevano, oltre al ricovero per i pellegrini (di cui però mai si fa menzione nei documenti ma delle quali si suppone l’evidente esistenza), la chiesa, dedicata a San Nicolò, un chiostro ed altri parti o edifici, tra cui un solarium. Una pianta bolognese dei Campioni delle strade del 1775 lo raffigura come “chiesina di San Nicolò”, ad una cinquantina di metri dall’attuale Porrettana.

Il patrimonio pare concentrato nel territorio di Pontecchio, come emerge dai diversi atti di compravendita pervenutici per i secoli XII e XIIIviii. Per il XII secolo si tratta di sette pezzi (6 donazioni e una permuta); per il secolo successivo undici documenti (3 compravendite, 2 permute, 4 accettazioni di conversi e tre pergamene non direttamente ascrivibili all’ospitale). Pur non potendo escludere depauperamenti del fondo originario, che in qualche modo ci restituiscono una visione distorta, si può notare come con il passare del tempo diminuiscano sensibilmente le donazioni, segno del mutare di tempi ed usanze. Il venire progressivamente meno dell’aristocrazia signorile, tradizionalmente legata all’atto tangibilmente munifico verso le istituzioni religiose, potrebbe aver condizionato in tal senso anche il resto della popolazione. In questo territorio, vicino a Bologna e ben presto attratto nell’orbita del comune cittadino, tali dinamiche furono cronologicamente più precoci rispetto ad altri ambiti.

È del 1119 il primo atto di donazione giuntoci, seguito negli anni immediatamente successivi da altri tre. Una pluralità di uomini, forse legati da vincoli parentali, donarono nel settembre 1119 tutto il bosco che possedevano da Marciaula fino a Rio Secco, una vigna ed un pezzo di terra aratoria e boscata nel luogo Mandriolaix. Seguono altre donazioni effettuate tra il 17 e il 18 aprile 1122 con le quali un gruppo di persone donano all’ospitale terre aratorie e boschive dislocate in diverse località: Novelleto, Roncaglie e nella corte di Pugnano, Rio Secco, Cerreto, Rio Verde. Si tratta di donazioni nominalmente effettuate al monastero di Vaiano, al quale apparteneva l’ospitale di Pontecchio, atti tutti rogati dal notaio Rainerius.

L’esame delle rogazioni notarili è spesso foriero di interessanti spunti di riflessione circa i legami che gli estensori avevano con enti religiosi e con il territorio. È interessante rilevare l’operato di alcuni notai locali, come Dominicus gratia Dei de loco Ponticli notarius, che attesta la sua residenza a Pontecchio nel 1183, ma altrettanto interessanti sono gli atti rogati nel 1240 e nel 1249 da Bonagratia de Castro Episcopi (Castel del Vescovo) sacri pallatii notariusx.

Altre donazioni vennero effettuate nel 1147, quando Sarasinus cedette a Martinus qui dicitur Capeinarca, hacceptoris ospitale de loco Ponticlo tre tornature di terra aratoria in curte Ponticlo, in loco ubi dicitur Quatribio de loco Bixanoxi: interessante perché ci documenta una corte a Pontecchio, anche se risulta difficile stabilire se tale termine rimandi ad una tipologia di organizzazione economica del territorio, ormai ovunque in crisi nel XII secolo, o piuttosto ad un nucleo di riferimento organizzativo e amministrativo per le terre circonvicine. Riguarda sempre il territorio di Bissano un’altra donazione, dell’aprile 1174, con la quale Ubertum filius quondam Verardi de Ponticlo dona una pezza di terra aratoria in loco ubi dicitur Bixanum. Furono testimoni dell’atto, tra gli altri, Rodulfus da Monteclaro (la località, Montechiaro, è peraltro menzionata dal 1119) e un certo Mercadans de civitate Bononie.

Già dalla fine del XII secolo appare testimoniata l’attività, da parte dell’ospitale, volta a rafforzare e razionalizzare la proprietà, creando nuclei omogenei. Vanno in questa direzione alcune permute operate con proprietari locali. Con quelle operazioni si alienavano terreni lontani o isolati, privilegiando l’acquisizione di terre ove già l’ospitale ne possedeva altre. In tal modo si venivano a creare nuclei di una certa estensione, più remunerativi e di facile controllo.

Sono spiegabili alla luce di questa politica di gestione, peraltro comune alla quasi totalità degli enti religiosi, anche la permuta del giugno 1203, con la quale Gualcherus de Guido de Viçano (Vizzano) cede a Guidoni de Viçano (il padre fattosi converso?) recipienti in honorem Dei ecclesie Sancti Salvatoris de loco Vaiani tre tornature di terra poste in curte Ponticli in loco qui dicitur Quinto, in cambio della terra cedutagli dal ricevente e situata in curte Castri Episcopi (Castel del Vescovo) in loco qui dicitur Brana de Siçiçoxii. Altra permuta è quella del luglio 1122 con la quale Strambus quondam Raineri Bellindoti cambiò la rendita di sei staia di grano che gli provenivano da una certa terra posta a Sasciolata con 3 staia di grano che davano come affitto all’abbazia vaianese i figli di Gerardo Pillecti, più una terra posta in clasura que fuit Giannoni, oltre alla proprietà della terra e a tutti i diritti ad essa connessixiii. Il già citato Gualcherus figlio di Guido da Vizzano appare anche in un atto di vendita del gennaio 1208, quando Erro massaro dell’ospitale di Pontecchio compra da lui 12 tornature di terra aratoria positas in pertenentiis Pontecli, in loco qui dicitur la Predosaxiv.

Completano la documentazione duecentesca tre atti di vendita nei quali l’ospitale non entra in causa. Perché dunque sono stati conservati per secoli nei suoi archivi? A ben vedere si tratta di transazioni inerenti località (Rio Verde e Bixanum) ove l’ospitale possedeva beni; verosimilmente l’ente potrebbe avere acquisito quelle terre nei decenni successivi ed insieme ad esse la documentazione relativa, anche precedente. Interessanti sono le informazioni che si ricavano dall’actio, ossia il luogo ove fisicamente si chiusero i contratti: il castello di Panico (in castro Panici) e il dormitorio della pieve di Panico (in dormentorio plebis)xv.

Benché strutture autonome, gli ospitali erano sotto lo stretto controllo dei monasteri da cui dipendevano e i cappellani che li sovrintendevano dovevano rapportarsi direttamente all’abate. Ciò emerge anche dalle carte pontecchiesi, dove il soggetto che appare negli atti di compravendita è sempre il monastro di San Salvatore di Vaiano, a cui l’ospitale era sottoposto, anche se la presenza fisica era quella del massaro di Pontecchio.

I monaci erano al vertice della scala sociale (quelli che ricevevano l’ordinazione sacerdotale avevano il titolo di domni, signori), pur se talora non arrivavano ad un alto grado di istruzione e addirittura non avevano gran dimestichezza con il latino, lingua ufficiale della cultura scritta. A tale proposito nel 1322, quando il prete Nardo stipulò a nome del monastero un contratto di locazione per terre poste a Pontecchio, Castel del Vescovo e Montechiaro, dovette rileggerlo ai monaci in “vulgari sermone”, al fine di ottenere la ratifica capitolarexvi.

Le testimonianze relative all’ospitale di Pontecchio sono relativamente cospicue per i primi secoli dell’età moderna e sono conservate in diversi fondi archivistici perlopiù toscani. Ciò si spiega con la dipendenza della struttura dalla badia di Vaiano, che si trovava nella diocesi di Pistoia. Erano i monaci vaianesi che sovraintendevano alla sua amministrazione in spiritualibus et temporalibus. Ci siamo soffermati sulle pergamene, ma ci rimangono anche libri in cui i monaci annotarono eventi e fatti importanti degni di essere tramandati, anche recuperando avvenimenti anteriori al tempo della redazione. Un libro di ricordanze che giunge sino al 1508 ci tramanda diverse informazioni: donazioni e compravendite di terre si ebbero nel 1203, nel 1243, nel 1244 e nel 1247. Un altro libro, quattrocentesco, ricorda acquisti di terre: nel 1208 dodici tornature, nel 1224 terre a Castel del Vescovo (Chastello del Veschovo), nel 1238 terre poste in curia Castri Episcopi in loco qui dicitur rivus Viridis. Ancora posteriori sono le testimonianze di due conversioni: “una charta facta l’anno 1251 chome Venturuolo d’Alberto e mona Stella sua donna e Domenicho loro figliuolo si fec(i)ono chonversi e offersono e’ loro beni alla badia di Vaiano… una charta facta l’anno 1251 come uno da Chastello del Vescovo offerse sé e sua beni alla badia di Vaiano”xvii.

I conversi erano uomini e donne che, mantenendo lo stato laicale, prestavano voto di povertà, castità ed obbedienza nel corso di una cerimoniaxviii, che generalmente a Pontecchio si svolgeva nella chiesa dell’ospitale, ed entravano a pieno titolo a far parte della comunità religiosaxix. Tra i conversi troviamo persone umili ma pure artigiani qualificati che attraverso la conversione conferivano al patrimonio dell’ospitale i loro ingenti beni. Tutti dovevano obbedienza al superiore preposto al governo dell’ospitale, il massarius, eletto direttamente dall’abate (ancora nel XV secolo). Questi era l’autorità suprema e a lui competevano le visite periodiche, l’accettazione dei conversi, la vigilanza sull’osservanza della Regola. Chi non ottemperava a tale obbedienza poteva essere anche colpito da scomunica, come accadde nell’ottobre 1292 quando Donato abate di Vaiano, accompagnato dal prete Albertino, rettore della chiesa di Schignano, e dal giudice Guido di messer Migliorato da Prato, alla presenza di Rolandino arciprete della pieve di Pontecchio, si recò presso l’ospitale per ammonire personaliter Iacobo olim Oliverii, massario hospitalis… Gratiano, Albertino et Canbio conversis, sotto pena della scomunica di non riconoscere altra suprema autorità al di fuori della sua e di non accogliere conversi, anche se loro congiunti, senza la sua autorizzazionexx.

La lontananza dalla casa madre favoriva le spinte autonomistiche, che non dovevano essere malviste neppure dalla diocesi bolognese, che poco gradiva presenze esterne (in questo caso pistoiesi) all’interno del proprio territorio. Sta di fatto che ancora alla fine del XIII secolo la badia vaianese era in grado di affermare la propria autorità su un’istituzione che doveva godere di buona salute e doveva garantire anche un certo apporto economico, oltre che costituire un “avamposto” alle porte di Bologna. Ne sono spia i numerosi uomini che soprattutto nella seconda metà del secolo decidono di farsi conversi presso l’ospitale di Pontecchio.

Il converso veniva ricevuto con una cerimonia nella quale il massaro lo presentava alla comunità, anche per l’accettazione da parte degli altri conversi. Il gruppo era alquanto eterogeneo e comprendeva uomini e donne. Nel dicembre 1240 venne accolto tale Berardo originario di Verona e già sei erano i conversi dell’ospitale: Ropa, Bonacursio, Iacobino, Giovanni, Giunta e Beatricexxi.

Nel 1249 intervenne personalmente l’abate di san Salvatore di Vaiano, pur con la presenza e il consenso del massaro Nascimbene e del canevario Giacomo. L’abate, con il libro (delle Sacre scritture o della regola di San Benedetto) e la stola simboli dell’autorità, accolse Ubaldinus condam Madii de Rudiliano et Gandulfus suo figlio. Erano presenti altri tre conversixxii.

Altre due carte riguardano personaggi locali. Nel gennaio 1251 un’intera famiglia si offre con tutti i beni: Vinturolus filuius condam Alberti Gunbiti de Ponteclo et eius uxor domina Gisla et Dominicus eorum filiusxxiii. Di soli due giorni posteriore è un’altra carta con cui Bologninus filius condam Açi de Mantello de Castro Episcopi si offre con tutti i beni mobili e immobili. Lo accoglie l’abate vaianese che, con il consenso e la presenza di Nascimbene massarius e Iacobino canevarius, lo investe de offitiis, benefitiis spiritualibus et temporalibus dicti monasterii et omnium suarum domorum et mansionum, secundum ordinem et tenorem regule sancti Benedicti, cum libroxxiv.

I conversi gestiscono l’amministrazione dei beni, come sembra suggerire una carta dell’ottobre 1260 quando Guilielmus et Rolandinus fratres filii condam domini Iacopini Nascini vendono al monastero di Vaiano, nella persona del converso Amatore Verardi, petiam unam terre aratorie posite in curia Ponticli in loco qui dicitur Lovoleto, iuxta posessiones ipsius monasterii a quatuor lateribusxxv. La singolarità della carta, che testimonia anche l’attività di consolidamento della proprietà in una zona ove l’ospitale già possedeva altre terre, sta nel fatto che rappresentante dell’ente religioso sia appunto un converso (verosimilmente laico) e non un monaco.

L’esistenza dell’ospitale, che col tempo perse la primigenia vocazione di struttura di ricovero per pellegrini, continuò per tutta l’età moderna per terminare verso la fine del XVIII secolo. La scomparsa avvenne tra 1775 e 1785: nel 1775 è detto “chiesina di San Nicolò”, nel 1785 il Calindri lo ricorda come cosa del passato: “Eranvi (a Pontecchio) due ospedali uno detto di San Nicolò e l’altro dei Micheloni”xxvi.

i Un variopinto affresco del pellegrinaggio (ancorché particolare, quello della crociata), narrato a partire da un documento dell’XI secolo è L’avventura di un povero crociato di Franco Cardini (Milano, 1977): “Tre anni di viaggi, battaglie, sofferenze, massacri, violenze, avventure… un gruppo eterogeneo di chierici, scudieri, giullari, pellegrini”, oltre agli armati e ai loro comandanti.

ii Differenza tra ospitale e ospedale

iiiLe vie francigene e romee tra Bologna e Roma, a cura di P. Foschi, Bologna 1999.

iv R. Zagnoni, Ospitali bolognesi dipendenti dall’abbazia di Vaiano e dell’ospizio del Pratum Episcopi (secoli XII-XIV), in “Atti e memorie della Deputazione di storia patria per le province di Romagna”, XLIII (1992), pp. 63-64.

v Esempio per tutti i monasteri affiliati fu la casa madre di Vallombrosa che andò organizzando l’amplissimo patrimonio attorno ad alcuni centri amministrativi. F. Salvestrini, Santa Maria di Vallombrosa. Patrimonio e vita economica di un grande monastero medievale, Firenze 1998.

vi Si tratta di un libro di “ricordanze”, iniziato nel 1442 dal monaco vallombrosano Gualberto di Monaldo, che comprende un repertorio di pergamene ascrivibili all’ospitale di Pontecchio. Le carte della badia di Vaiano, che comprendono pure quelle pontecchiesi, si trovano conservate presso l’Archivio di Stato di Firenze, nel diplomatico della Badia di Ripoli. Ciò si spiega con il fatto che nel XVIII secolo colà aveva sede l’abate generale della congregazione vallombrosana e nella seconda metà del secolo diversi monaci trascrissero in grossi volumi le antiche carte dei monasteri appartenenti all’ordine, dopo averle riunite.

viiLe carte del monastero di S. Salvatore di Vaiano (1119-1260), a cura di R. Fantappiè, Prato 1984 (Biblioteca dell’archivio storico pratese, 1).

viii In questa sede si è fatto uso della documentazione già edita nella pubblicazione delle carte vaianesi che, per scelta del curatore, termina con l’anno 1260. Rimangono altre carte posteriori ascrivibili all’ospitale di Pontecchio, presso l’Archivio di Stato di Firenze.

ixLe carte del monastero di S. Salvatore di Vaiano, cit., doc. 1* (1119, settembre 1), p. 81.

xLe carte del monastero di S. Salvatore di Vaiano, cit., doc. 13* (1183, aprile, 2), p. 104; doc. 51* (1240, dicembre, 19), p. 163, doc. 67 (1249, aprile, 5 o 26), p. 188.

xiLe carte del monastero di S. Salvatore di Vaiano, cit., doc. 1* (1203, giugno 22), p. 113.

xiiLe carte del monastero di S. Salvatore di Vaiano, cit., doc. 7* (1147, novembre), p. 93.

xiiiLe carte del monastero di S. Salvatore di Vaiano, cit., doc. 16* (1221, luglio 22), p. 129. Emerge da questa carta la complessità tutta medievale del diritto legato alla proprietà: Strambus, nella permuta, riceve un pezzo di terra, connotato da dominium et proprietatem, ma insuper omne ius et actione. I diritti di proprietà sono quindi sfaccettati e complessi: dominium, proprietas, ius e actio.

xivLe carte del monastero di S. Salvatore di Vaiano, cit., doc. 3 (1208, gennaio 25), p. 116.

xv Si è ipotizzato Panico perché il venditore è Ugo canonicus di quella pieve. Le carte del monastero di S. Salvatore di Vaiano, cit., doc. 52 (1241, luglio 14), p. 164, doc. 60 (1244, marzo 31), p. 175, doc. 64 (1247 maggio 30), p. 185.

xviLe carte del monastero di S. Salvatore di Vaiano, cit., p. 20 n. 14.

xviiLe carte del monastero di San Salvatore di Vaiano, cit., p. 35 n. 73.

xviiiIl termine “conversus” è di significato ambiguo. Fece parte del primigenio vocabolario cristiano con il valore di “convertito”; quindi indicò colui che passsava dalla vita secolare ad “uno stato di ascesi e di esistenza morigerata, associandosi strettamente al sacramento della penitenza”. Con gli ordini riformati “converso” passò a significare quei laici che seguivano la vita cenobitica, ma su un piano istituzionalmente differente rispetto ai monaci. I conversi nel monachesimo riformato sostituirono i monaci nei lavori manuali ma li affiancarono “nella nuova e più complessa gestione dei chiostri e nell’ambito complessivo delle incombenze comunitarie”. Non mancarono inoltre conversi aventi lo status di chierici, come alcuni preti.

Nei monasteri vallomborsani non c’era bisogno di forza lavoro interna per i beni di cui i monaci entravano in possesso, poiché questi vennero tutti locati a persone esterne. Compito dei conversi era però di recarsi ai mercati e di pescare, attività queste proibite ai monaci dal fondatore Giovanni Gualberto. In seguito i conversi divennero gli amministratori dei patrimoni dei monasteri vallombrosani. Inoltre chi, facendosi converso, donava tutto ad un monastero e riceveva poi in usufrutto le terre donate, non corrispondeva censi al monastero. Parimenti era escluso dal pagamento di numerose imposte secolari. Ciò li rese invisi a molti comuni cittadini. F. Salvestrini, Natura e ruolo dei conversi nel monachesimo vallombrosano (secoli XI-XV). Da alcuni esempi d'area toscana, in “Archivio Storico Italiano”, 2001, I, pp. 49-106.

xix Diverse sono le testimonianze di conversi per i monasteri della montagna bolognese. Certo Fantino filius quondam Ursi de Creta nel 1135 era converso della badia di Montepiano (Le carte del monastero di Santa Maria di Montepiano, cit., doc. n. 56 (1135 dicembre 29, Guzzano), pag. 108). Era converso e sindaco della badia quel Gottolo a cui nel 1262 i conti Alberti donarono una pezzo di terra (evidentemente al monastero) non lontano da Vernio (ASF, Diplomatico (1262 settembre 6, Sasseta), Bardi Serzelli. Altri conversi sono ricordati nel 1235 per il monastero d’Oppieda nel castiglionese (ASB, Estimi del contado, estimo di Bargi del 1235).

xxLe carte carte del monastero di San Salvatore di Vaiano, cit., p. 37 n. 81.

xxiLe carte del monastero di San Salvatore di Vaiano, cit., doc. 51 (1240, dicembre 19), p. 163.

xxiiLe carte del monastero di San Salvatore di Vaiano, cit., doc. 67 (1249, aprile 5 o 26), p. 188.

xxiiiLe carte del monastero di San Salvatore di Vaiano, cit., doc. 70 (1251, gennaio 21), p. 192.

xxivLe carte del monastero di San Salvatore di Vaiano, cit., doc. 71 (1251, gennaio 23), p. 193.

xxvLe carte del monastero di San Salvatore di Vaiano, cit., doc. 76 (1260, ottobre 12), p. 199.

xxvi S. Calindri, Dizionario corografico, georgico… storico dell’Italia, Bologna 1781-85, IV, p. 303. Cfr. anche P. Guidotti, Strade transappenniniche bolognesi dal Millecento al primo Novecento. Porrettana, Futa, Setta, Bologna CLUEB 1991, pp. 25-26, che ricorda la menzione di beni dell’hospitale ponticli confinanti con quelli di banditi negli atti del Capitano del popolo del 1309.

Si ha menzione dell’ospitale anche nella Decima ecclesiastica degli anni 1302-1303 (Studi e testi 98, Rationes decimarum Italiae – Aemilia, p. 234): Donnus Bartholomeus capelanus ospitalis de Ponticlo solvit treginta octo sol. bon..

Offerta

offerta r


Leggi

....40 cop

Rivista n. 40

....40 cop


R20

-notitle- R20 alsas 10righe.org

R20