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Un medico a braccia aperte

Il dott. Ipo Aldrovandi a Sasso Marconi dal 1948 al 1990

di Cecilia Pelliconi Galetti

Gli alberi della piazza avevano indossato i colori dell’autunno, il sole non era ancora calato dietro la chiesa di Castello, quando al tramonto di quel giorno uscii dalla farmacia Grimaldi, non ricordo cosa avessi comprato, forse una magnesia o un cerotto per i calli; a quei tempi noi godevamo ottima salute in famiglia, pertanto io non ero una cliente della farmacia e non conoscevo neppure il medico. Attraversai la piazza, osservando come sempre le profonde ferite che la guerra aveva lasciato al paese, e mi stavo dirigendo verso la baracca della Linda (ora negozio Benetton) dove avevo depositato la bicicletta, quando notai un signore che con passo lento si avvicinava ad una panchina; era anziano, vestiva con cura ed era distinto, il suo viso era pallido, sofferente e le sue mani tremavano un po’. Dopo essersi seduto, si prese la testa fra le mani e restò immobile come una statua. Lo guardai a lungo mentre la Linda del deposito mi si avvicinò e disse, indicandomi quell’uomo: “Quello è il nostro medico di condotta, il dotto Mutti: è molto malato, ha una brutta malattia, si dice che non guarirà”. Lo osservai ancora, ero tanto giovane e immatura che in quel momento mi sembrava impossibile che i medici, i grandi professori, essendo a conoscenza del corpo umano e di tutte le specialità farmaceutiche in commercio, potessero soffrire per malattia. Certamente, pensai, ci saranno cure e rimedi, quel dottore guarirà. Pedalai lesta fino a casa, non pensai più a quel medico malato. In quella grande villa sinistrata dove abitavo, stavo vivendo un tempo felice, nonostante le ristrettezze dovute al conflitto stesso, le gioie mi venivano dalla pace e dalla serenità che regnava nella mia famiglia.

Il giorno dopo, mentre assieme ad altre donne sciacquavo il bucato alla fontana presso casa, una di esse ci parlò del nuovo medico che, fresco di studi, aveva iniziato nel nostro paese, Sasso Marconi, la sua opera generosa, dimostrando in ogni suo gesto, in ogni sua parola, una profonda sensibilità nel suo impegno professionale. Ogni giorno la gente del paese sentiva la certezza di poter contare sul suo aiuto; ogni giorno la gente si rendeva conto di come lui sapesse trasmettere il coraggio per superare l’angoscia della malattia. Il nuovo medico aveva la vivacità di cogliere il doppio senso delle cose; le sue battute facevano sorridere e riflettere insieme, perché venivano da una fonte genuina, da una viva intelligenza e da un interessamento che non trascendeva mai nel pettegolezzo. E’ doveroso dire quanto lasciasse trasparire il suo rammarico, quando doveva ricoverare in ospedale una persona anziana, per un sicuro doloroso calvario, senza speranza.

In quel tempo l’ambulatorio del dottor Aldrovandi si trovava nel vecchio palazzo comunale, esattamente dove ora sono sistemati gli uffici URP. Nella saletta d’attesa, c’era sempre molta gente: chi conversava commentando fatti di cronaca giornaliera, chi elogiava la figura del dottore, citando la sua spiccata personalità e l’equilibrio personale, chi parlava dei fatti suoi o d’altri. Questo insieme creava naturalmente un ambiente molto rumoroso. A chi aveva fatto presente al medico questa specie di mercato, lui aveva risposto che nel paziente, in attesa di essere ricevuto dal medico, si scatena una forte carica di nervosismo; nel silenzio forzato il paziente batte il piede, agita le gambe, in continuazione guarda l’orologio, si alza, si siede, poi si rialza, sicuramente soffre. Se invece può parlare, egli si distrae dimenticando i suoi problemi di malattia, dando così sollievo anche a chi non parla ma ascolta.

Il dottore stava sempre seduto tranquillo alla sua scrivania; quando il paziente entrava, lo osservava con l’occhio clinico che lui aveva la fortuna di possedere. Sarà il caso di ricordare il suo modo singolare di non arrabbiarsi mai con il cliente; prima di parlare sulla bocca appariva il sorriso. A qualche paziente quella bocca sorridente dava il coraggio per esprimere con calma i propri problemi; a qualcuno invece quel sorriso procurava imbarazzo e, risentito, guardava il dottore e diceva: “Dottore, non mi prenda in giro per favore!” Bastava poi uno dei suoi gesti colmi di premura per dare inizio a un colloquio sereno.

Il tempo è sempre galantuomo: gli anni, uno dopo l’altro, scivolarono. Il dottor Aldrovandi ebbe tante soddisfazioni, che non gli vennero soltanto dalla sua professione, ma anche dalla scelta, fatta con squisita ricercatezza, della moglie e dalla bella famiglia che lui volle numerosa. Col passare del tempo, la validità della sua persona andò oltre i confini del paese, il suo nome riscuoteva in ogni ambiente simpatia e gratitudine. Forse qualche contrattempo poteva dare adito a critiche o a confronti, ma alla fine la soluzione andava a suo favore.

Ogni sera, quando si coricava, sperava di poter dormire fino al mattino seguente, ma sapeva perfettamente che sarebbe stato impossibile. Nelle chiamate notturne, per l’immediatezza di intervenire, non si dava il tempo per vestirsi ed accorreva in pigiama. Molto spesso si trovava di fronte a timori infondati: la solita emicrania, i soliti reumatismi, problemi leggeri, ma tanto panico e confusione per cose da nulla; la sua pazienza non aveva limiti. Non è facile esprimere con parole quel suo modo di rispondere in tono scherzoso per far capire che non l’avevano disturbato. Quando si presentava la soluzione di un problema, grave e urgente, il suo atteggiamento non era più scherzoso, ma diventava risoluto, non aveva esitazioni o tentennamenti. Trasmetteva serenità, speranza e coraggio al paziente, per qualsiasi cosa esso dovesse affrontare. Il dottor Aldrovandi sapeva ascoltare le storie disperate di chi soffre: sono crude realtà che ogni medico tocca con mano e, per carità, non deve buttarsele dietro o farci l’abitudine ad ascoltarle.

Durante una conferenza, alla quale era presente come rappresentante medico, gli fu posta la domanda di come poteva vivere serenamente lui e chi, come lui, si trovava sempre a contatto con la sofferenza e la morte. Prima di rispondere sembrò perplesso e pensoso, poi rispose con sicurezza: “La persona sofferente rappresenta, per chi ha scelto questa strada, una prova durissima. La forza e la serenità vengono proprio dal sentirsi utili, anzi indispensabili, per aiutare chi soffre. Per me personalmente, posso aggiungere che, senza una motivazione di fede cristiana, potrebbero sorgere la stanchezza e l’indifferenza. Il malato spera nella professionalità, nell’attenzione e nella sollecitudine del medico, ma accetta anche la parola di fede.”

Forse il dottor Aldrovandi avrà portato dentro di sé un amaro senso di sconfitta quando la malattia non teneva contro dell’assiduità del suo operare, ma mai lo lasciava trasparire. Di ogni uomo, di ogni donna, di ogni bambino, suoi pazienti, sapeva la storia della loro salute: storie tristi di gente comune, alle volte esperienze terribili, per lui, che conosceva la realtà. Nella sua memoria, come ora nel computer, teneva annotata la carenza o l’abbondanza.

Io credo che nessuno possa elencare quante volte il nostro dottore sia andato in ospedale a trovare i suoi pazienti ricoverati. Forse nessuno ha tenuto conto di quanti e quali casi lui abbia risolto, interessandosi direttamente presso i professori dei vari reparti. Solo chi lo ha provato può sapere quanto grande sia per un malato il regalo di ricevere la visita del proprio medico curante.

Era già sofferente, a causa della malattia che ce lo ha portato via, quando ancora lo si vedeva svolgere il suo importante lavoro. Andava per le visite in paese, a piedi, col borsello a tracolla come sempre. Non sembrava malato. Chissà come avrà potuto accettare quella malattia terribile, in quanto lui ben sapeva che non gli avrebbe dato scampo.

Era il tramonto di un giorno dell’autunno 1989. Anche questa volta uscivo dalla farmacia Grimaldi; mentre attraversavo la piazza vidi il dottor Aldrovandi camminare lentamente, appoggiato alla moglie. Capii che il dottore era veramente molto malato; si sedette sulla panchina, stette un poco, poi ripartì, sempre appoggiato alla moglie, verso casa. Mi ritornò in mente il dottor Mutti che avevo visto tanti anni prima seduto immobile come una statua. Mi sedetti io sulla panchina, mi coprii gli occhi, mi faceva tanto male il vedere la decadenza fisica e morale di un uomo forte come una quercia. Io non ero più la giovane donna illusa, ero maturata – purtroppo sapevo che la scienza aveva raggiunto notevoli mete, sapevo anche che per certe malattie la scienza era impotente. Avrei voluto rincorrerlo, avrei voluto dirgli le parole che lui disse a me, nel triste momento in cui mio marito venne a mancare. Restai lì e piansi; piansi ricordando una frase che lui ripeteva nelle circostanze dolorose: “Piangi...le lacrime lavano le ferite dell’anima, mentre innaffiano i fiori della speranza”.

Poesia scritta l’11 novembre 1989

Non è ancora sera

Con la sensibilità della vocazione

che un richiamo misterioso ti donò,

tu scopri, sconfiggi, o veli

il ritmo arcano del dolore.

Non è ancora sera:

le ombre del tempo sono ancora lontane,

la luna aspetterà a calare sugli anni,

ci saranno ancora tante stagioni stellate.

La tua voce serena,

continuerà ancora a donare speranza.

Didascalia per la foto

La famiglia del dottor Aldrovandi: la moglie e otto figli

Da sinistra: Vitale – Isabella – Luca – il dottore - Ulisse – Pietro

Al centro: la signora Wanda, moglie del dottore, che tiene fra le braccia le gemelle Valentina e Rita e, accanto, Nicoletta

Fotografie piccole:

Il dottor Aldrovandi aprile 1956

Il dottor Aldrovandi sale in macchina per una visita, 1950

Il dottor Aldrovandi con la sua moto, 1949

Durante la guerra, 1941

Modena, novembre 1941

Il dottor Aldrovandi ufficiale di cavalleria carristi, 1942

Biografia del dott. Aldrovandi

Ipo Aldrovandi nasce a Granarolo dell’Emilia, da Angelo e Ines, l’11 novembre 1919. Dal 1926 al 1929 frequenta le elementari a Granarolo dell’Emilia, per poi trasferirsi all’Istituto Salesiano di Alassio (SV) dove prosegue gli studi fino alla licenza ginnasiale conseguita nel giugno del 1936. Dal 1936 al giugno del 1939 frequenta e consegue il diploma di maturità classica al liceo Minghetti di Bologna.

Nel 1939 si iscrive alla facoltà di medicina e chirurgia dell’università di Bologna e, contemporaneamente, dal 1940, frequenta il corso allievi ufficiali 83° Rex alla Accademia Militare di Modena (Medicina non era ancora inserita nei corsi universitari interni dell’Accademia, che inizieranno solo dopo il 1945).

Completa il corso e diventa ufficiale di cavalleria carristi. Presta il servizio militare a Trani, e nel luglio del 1943, durante un trasferimento al fronte, viene gravemente ferito alla schiena ed alla testa da un bombardamento alleato. Ricoverato prima a Trani e poi a Bologna, sfrutta la lunga convalescenza, all’interno degli ospedali Rizzoli e S. Orsola, per studiare e per aiutare, in quei convulsi anni, il personale medico, arrivando alla laurea nel dicembre del 1945. E’ di questi anni la conoscenza con il Prof. Scaglietti ed il Dott. Gui (futuro professore e luminare ortopedico) che sarà il suo futuro testimone di nozze.

Dal 1946 inizia la professione medica, mantenendo altresì la funzione di ufficiale medico inquadrato come militare all'interno della Croce Rossa. Sarà congedato con il grado di tenente colonnello.

Si specializza negli anni a venire in Igiene e Sanità Pubblica ed in Cardiologia. Pluridecorato nell’atletica, tra le fila della Gioventù Italiana del Littorio, è stato poi campione di lotta greco-romana e giocatore titolare del Bologna Rugby 1928, vice campione d’Italia nel 1946.

Esercita la professione di medico condotto nel Comune di Sasso Marconi dal 1948 al 1990.

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