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Le bizzarrie del Reno

di Franco Ardizzoni

Ci sono voluti milioni di anni alle acque del Reno per crearsi uno stretto percorso di roccia per arrivare alla pianura. Altri milioni di anni ha impiegato il fiume per colmare, con le sue acque torbide e ricche di sedimenti, strappati ai friabili calanchi, il golfo del mare Adriatico che arrivava fino alle pendici delle colline che sovrastano Sasso Marconi. Ma mentre per il suo tragitto montano, dalla sorgente di Prunetta, in territorio pistoiese, fino a Calderara ed al Trebbo, in territorio bolognese, il fiume è stato costretto a rimanere imbrigliato fra le dure pareti di roccia, più o meno distanti, appena arrivato all’inizio della pianura si è scatenato come una mandria di puledri imbizzarriti riversandosi in numerosi percorsi, oltre a quello principale, in piccoli e meno piccoli canali, in rivoli più o meno estemporanei, creando paludi e terre emerse, dove i semi strappati alla montagna hanno germogliato e creato una ricca vegetazione, con rigogliosi boschi, particolarmente di querce. Allora il fiume non aveva gli alti argini artificiali costruiti dall’uomo, come quelli che oggi vediamo in pianura, che lo portano ad essere un fiume pensile al di sopra delle campagne, ma creava spontaneamente, con le sue piene, argini naturali fra i quali scorreva fino a quando non riusciva più a superare i dossi da lui costruiti e sceglieva altri percorsi su terreni più depressi.

Nei primi decenni dell’Ottocento l’ingegnere Elia Lombardini, dall’osservazione idrografico-altimetrica della pianura bolognese, individuò tre lunghissimi dossi o dorsali elevate, partenti a ventaglio dalla zona del Trebbo di Reno, che identificò con i tre corsi più costanti tenuti dal Reno in questi ultimi 3000 anni: Quello orientale, più antico, si prolunga a levante in direzione Minerbio-Baricella; quello mediano, posteriore, decorre lungo la strada Bologna-Galliera e si perde a Cinquanta di S. Giorgio di Piano; quello occidentale, meno antico e ancora oggi percorso dal Reno, si allunga per Castello d’Argile verso Pieve di Cento. Questo ultimo corso del Reno, ancora nei secoli XIII-XIV scorreva ad ovest di Cento e, percorrendo le zone di Renazzo e Casumaro, raggiungeva Bondeno dove, tramite l’ultimo tratto del fiume Panaro, sfociava nel Po di Ferrara. Nel 1457, in seguito ad una disastrosa rotta alla Bisana di Castello d’Argile, il fiume si insinuò fra i due abitati di Pieve di Cento e Cento e, proseguendo per Massumatico e a levante di Galliera, andò a scaricarsi nelle Valli di Poggio Renatico causando danni enormi e rendendo incoltivabili quei terreni. Iniziarono allora frenetiche trattative fra i Bolognesi e gli Estensi. Nel luglio del 1460 fu stipulata una convenzione con il marchese Borso per portare il Reno a sfociare in Po a un miglio a monte del Canale di Porotto, 6 km a ponente di Ferrara. Nel Centopievese il nuovo inalveamento del Reno era già stato compiuto nel 1463 nel tratto fra Cento e Dosso. Oltre il Dosso le acque del Reno spagliavano nelle Paludi di Galliera che diventarono così, per colmata, l’attuale territorio di Sant’Agostino e, proseguendo a levante per le Valli di Poggio Renatico e Malalbergo, raggiungevano le Valli di Marrara. Passarono anni prima che l’inalveamento del tratto Dosso-Porotto fosse eseguito (1).

All’inizio del Cinquecento papa Alessandro VI Borgia assegnò in dote a sua figlia Lucrezia, che andava sposa al duca Alfonso I d’Este, le terre e gli abitati di Cento e della sua Pieve.

Fra il 1523 ed il 1526 il duca Alfonso I, padrone del Centopievese, in accordo con i Bolognesi e con il concorso dei Centesi, portò al completamento l’inalveazione del Reno fino a Porotto e lo immise nel Po di Ferrara. Ma questa soluzione non poté durare a lungo a causa delle torbide acque del fiume (o meglio torrente) bolognese che avevano talmente innalzato il livello dell’alveo del Po da comprometterne la navigazione e mettendo in serie difficoltà l’economia dello Stato Estense, che in queste condizioni non riusciva a svolgere regolarmente le sue attività mercantili. Infatti nel 1604 papa Clemente VIII, dopo aver inglobato nello Stato Pontificio il Ducato di Ferrara per la mancanza di eredi legittimi da parte di Alfonso II, tolse il Reno dal Po, con piena soddisfazione dei Ferraresi, e lo portò a disperdersi nelle valli di Marrara e della Sammartina, a sud di Ferrara, cosicché le acque chiare raggiungevano e inondavano, attraverso le valli di Malalbergo, le campagne di Poggio Renatico, di S. Vincenzo, di Galliera e di S. Venanzio. Inoltre le arginature fra il Dosso e Porotto, non più curate, frequentemente rompevano immettendo altra acqua in quei campi ormai diventati valli e paludi. La Sacra Congregazione delle Acque, istituita dalla Stato Pontificio all’inizio del Seicento allo scopo di risolvere il secolare problema del Reno, impiegò più di 150 anni per portare a conclusione il suo compito. Fu dietro la spinta energica del papa bolognese Benedetto XIV (Prospero Lambertini) che il problema cominciò a risolversi e finalmente dal 1767 al 1795 l’opera fu realizzata con l’immissione del Reno, attraverso i 25 km del Cavo Benedettino (così chiamato in ricordo di papa Lambertini), nel corso abbandonato del Po di Primaro e portato a sfociare nel mare Adriatico nei pressi di Ravenna dove si trova tuttora (2).

Naturalmente le cose non si sono realizzate così semplicemente, ma hanno avuto uno svolgimento molto complesso ed intricato. In questa sede non è però possibile affrontare un discorso troppo ampio.

Il Reno ha continuato, anche in epoche più recenti, a provocare problemi a causa delle sue piene autunnali e primaverili e dei suoi straripamenti. Il suo carattere torrentizio lo rende particolarmente pericoloso perché non ha un andamento costante e controllato come i fiumi alpini alimentati dalle nevi e dai ghiacciai. Sono sufficienti due giorni di pioggia per gonfiarlo pericolosamente ed altrettanto velocemente può tornare alla normalità. E’ assai improbabile che anche in tempi antichi, quando non esistevano le dighe e gli sbarramenti di oggi, il Reno possa essere stato navigabile. Forse lo si poteva percorrere per brevi tratti pianeggianti, vicini alla foce, ma difficilmente si poteva navigare per tutto il tragitto di pianura, e men che meno nel tratto di montagna.

Scrive il cronista sul Lunario Casalecchiese commentando la fotografia: “L’impressionante immagine, ripresa dalla curva di Villa Aldini-Ghillini, potrebbe, forse, riferirsi alla fase di stanca della grande piena del 1° ottobre 1893, avvenimento memorabile, non solo per Casalecchio, ma per tutta la provincia di Bologna. Era, quel giorno, una domenica. Una pioggerellina fittissima, trasformata in un violento temporale, verso le 9,30 del mattino si placò. L’acqua del fiume cominciò a crescere e, alle ore 11, divenne una valanga di 4,70 metri di altezza e giunse a lambire il ponte. A monte della Chiusa, sulla sponda sinistra, il diluvio di acqua e relitti sfondò tutti gli argini, allagando fino alla ferrovia.”

Verso la fine dello stesso decennio, il 31 ottobre 1889, il Reno, ingrossato a dismisura dalle continue e torrenziali piogge di quell’autunno, squarciato l’argine destro nella località detta Cremona nel comune di Pieve di Cento, irrompeva su tutto il territorio di Poggetto di Massumatico, nonché in gran parte di Asia e Massumatico (località in comune di S. Pietro in Casale), andando ad infrangersi contro gli alti e robusti argini di Riolo e del Canale di derivazione del Ducato di Galliera. Rotto in breve tempo anche questo ostacolo, le acque si rovesciarono verso levante inondando così gran parte del territorio di S. Pietro in Casale (circa due terzi) e di Galliera (3).

Il parroco di S. Vincenzo di Galliera, don Domenico Trerè, scrive, nelle memorie che ha lasciato in occasione di una visita pastorale, che l’acqua in chiesa arrivò a 1,46 metri ed aggiunge che vi rimase per 26 giorni (4).

Nel corso dello stesso secolo il Reno si rese ancora protagonista di altri calamitosi avvenimenti in pianura.

Nel 1887 il Governo effettuò il drizzagno del Reno a Bagno di Piano (in comune di Sala Bolognese) eliminando così l’ampia ansa, denominata della Volta di Reno, che il fiume faceva verso nord-est (5).

L’intervento di raddrizzamento del corso del Reno fu un elemento che incise pesantemente sulla condizione ambientale di Sala Bolognese. Infatti, come scrisse l’allora sindaco di Sala, l’ing. Ugo Melloni, aperto il drizzagno di Reno si verificò subito un anormale alzamento dell’alveo del fiume nel tratto rettificato, cosicché la sopraelevazione di questo sulla soglia del Dosolo che era nel 1887 di 0,80 metri, salì a 0,88 metri nel 1889, a 1,30 metri nel 1898, a 1,51 metri nel 1903. Una delle ragioni per cui il livello dell’alveo del fiume si era alzato di 71 centimetri in sedici anni era dovuta al fatto che, nel tratto rettificato, la sezione del fiume era esageratamente vasta, per cui la corrente rallentava la sua velocità favorendo il deposito di materiali e quindi l’interrimento dell’alveo. In conseguenza di questo fatto le acque dello scolo Dosolo non riuscivano più a scaricarsi in Reno: bastava qualunque pioggia un po’ abbondante perché case, campi e strade rimanessero allagati. Questa situazione durò alcuni decenni, con conseguenze funeste per le popolazioni rivierasche. Circa 2.500 ettari di terreno, da Calderara a Bagno di Piano rimanevano inondati per periodi più o meno lunghi rendendo difficoltosa, se non impossibile, la coltivazione dei campi. La gente impoveriva perché non aveva di che sfamare se stessa e gli animali; inoltre, a causa del permanere dell’acqua stagnante, anche l’aria diventava insalubre e si affacciavano malattie come la malaria.

Il Governo cominciò ad affrontare il problema, ma la burocrazia anche a quei tempi era nemica dell’efficienza e soltanto nel 1913 venne varato un piano di bonifica che prevedeva la separazione degli scoli delle acque dei terreni più alti da quelle dei terreni più bassi. Per le acque basse si prevedeva l’ apertura di un nuovo collettore che doveva andare a sfociare nel punto più basso del fiume Reno, cioè alla confluenza del Samoggia, nel qual punto doveva essere costruito un impianto di sollevamento con idrovore meccaniche. Ma lo scoppio della Grande Guerra rimandò ancora i lavori, che soltanto nel febbraio 1931 furono ultimati. Finalmente sembrava che Sala Bolognese avesse vinto la sua guerra sul fronte dei fiumi. Ma appena sei anni dopo, il 2 settembre 1937, il torrente Samoggia rompeva l’argine destro a Bagno di Piano. Dopo il ritiro delle acque, sul terreno si era depositato un grossissimo strato di melma, che impediva la semina del grano.

Le traversie non erano ancora finite. Il 18 novembre 1940, dopo giorni di fortissime piogge, ruppero sia l’argine sinistro del Reno che quello del Dosolo: campagne e paesi furono travolti e sommersi dalle acque. Nei punti più bassi l’acqua arrivò a 1,5 metri; il disagio della popolazione fu enorme: ad autunno inoltrato, con una stagione inclemente, moltissime famiglie erano rimaste senza tetto. Le case erano devastate dall’acqua, nelle stalle il bestiame che non era annegato nella melma, reclamava il cibo.

Il 1940 fu, nella storia di Sala Bolognese, l’anno della prima grande alluvione del Novecento, ma non fu l’ultima.

Il 4 novembre 1966, dopo che sul territorio erano caduti circa 200 mm di pioggia, l’acqua del Reno, che inizialmente era traboccata dagli argini, ne ruppe circa 200 metri e tutto il territorio di Sala Bolognese fu travolto da un’ondata di piena di eccezionale violenza. I danni furono ingentissimi. 580 famiglie riportarono danni o sinistri di varia entità. 70 aziende artigiane denunciarono perdite parziali o totali delle attrezzature. 25 aziende commerciali ebbero i negozi resi praticamente inservibili. Morirono 420 bovini, 80 suini, più di 3.000 animali da cortile.

L’elemento scatenante dell’alluvione fu certamente rappresentato da un’eccezionale ondata di piogge: in un solo giorno, il 4 novembre, l’Italia centro-settentrionale registrò livelli pluviometrici altissimi. In Veneto e Toscana caddero più di 400 mm di pioggia provocando, per esempio, il tracimamento dell’Arno a Firenze.

Ci furono anche cause contingenti locali che aggravarono il passaggio dell’ondata di piena del Reno: il principale era costituito dal ponte di Buonconvento, poi demolito, che impediva il regolare scorrimento dell’acqua, al punto che, come asserì un testimone oculare, l’acqua a monte del ponte era 2 metri più alta di quella a valle. Oltre al ponte di Buonconvento si dovette demolire anche il vecchio Municipio di Padulle, dichiarato pericolante (6).

Queste sono soltanto alcune delle “prodezze” compiute dal nostro bizzarro fiume che, nonostante tutto, dobbiamo perdonare perché, analizzando i diversi avvenimenti, ci dobbiamo rendere conto che anche la mano dell’uomo ha contribuito pesantemente al verificarsi di certi cataclismi. Il fiume ha bisogno che i suoi spazi siano rispettati e l’uomo deve rendersi consapevole che non può forzare la natura oltre un certo limite, altrimenti si ribella.

Note

(1) E. CAVICCHI, Il fiume Reno, a cura di Oriano Tassinari Clò, Bologna 1989.

(2) A. GIACOMELLI, Ambienti naturali e società umane lungo il corso del Reno. Quadri originari ed evoluzione storica. Bologna 1997.

(3) F. CECCONI, Libro di notizie storiche antiche e moderne a tutto l’anno 1900 della terra di San Pietro in Casale e di tutte le frazioni. Bologna 1907.

(4) Notizia tratta dall’Archivio parrocchiale di San Vincenzo di Galliera

(5) L. CREMONINI – P. RUGGERI, Antiche ville e palazzi della campagna di Argelato. Bologna

(6) Notizie ed informazioni riportate da Simona Zanichelli in Oltre Padusa, nel tempo. Sala, Paese di Terra e di acque di R. Farneti Poli e S. Zanichelli. 1987.

Foto 1:

Una suggestiva ed inquietante immagine del fiume Reno in piena nella zona di Sant’Agostino.

Il pelo dell’acqua raggiunge gli 8-10 metri sul piano della campagna circostante e sfiora il ponte della strada che collega il territorio di Galliera e Pieve di Cento con quello di Sant’Agostino. Il bosco Panfilia, in primo piano, è già completamente allagato. Alla destra del ponte si vedono le paratie che permettono l’immissione delle acque nel Cavo Napoleonico, che pure si vede sulla destra. Sono pure distinguibili le “banche” che formano gli argini del fiume. Sullo sfondo il territorio a sud, verso Bologna.

La foto è tratta dal libro di Donato Toselli S. Augustino de Paludibus nel Centopievese. Cento 1995.

Foto 2:

Impressionante immagine di Casalecchio di Reno invasa dalle acque del fiume in seguito ad una furiosa piena. La foto dovrebbe essere stata scattata nel 1893. Notare in primo piano la via Canale ed in fondo a destra il ponte con l’acqua che ha quasi coperto le arcate.

Foto tratta dal Lunario Casalecchiese 1998.

Foto 3:

Padulle di Sala Bolognese durante l’alluvione del Reno nel novembre 1940.

Foto tratta dal libro di Rita Farneti Poli e Simona Zanichelli Oltre Padusa, nel tempo. Sala, Paese di terra e di acque. 1987

(box)

Delle Giare di Reno

Conosciuti, se bene troppo tardi à danno dello stato di Ferrara li mali effetti che produceva il Reno còl sboccare in Po’ di Ferrara, e fatti anco conoscere, alla Santità di Papa Clemente, Ottavo fù dal medesimo ordinata la diversione del medesimo Reno nella Valle San Martina, al qual’effetto, fù intestato l’alveo vecchio dello stesso di sotto della Chiesa di Vigarano della Mainarda, & agevolatagli la strada fù incaminato per la San Martina dalla parte verso il Po’.

Lo spatio trà li alvei nuovo, e vecchio di Reno, e l’Argine della San Martina, fatto poco sopra la Chiesa di Po’ rotto, si chiama con nome di Giarre di Reno.

Questi terreni di qualità boschivi, producono solamente legna in grande abbondanza, e servono di pascolo d’animali, non restando di promettere à loro padroni migliori entrate, bonificati, che saranno del tutto.

Ivi è quella parte di San Martina, che posseduta da varij interessati, confina con la via pelosa, che li divide dal Serenissimo di Modana, qual si come hà sempre provato meno delle altre le ingiurie del Reno, così prima d’ogn’altra se n’è resa totalmente esente”...

Disegno delle giare di Reno con parte della S. Martina fatto dal Sig.Bartolomeo Gnoli, in F. Franchi, Carte generali e particolari…, 1670, libro I, c.83.

Disegno tratto da Alberto Penna. Atlante del Ferrarese. Una raccolta cartografica del Seicento. A cura di Massimo Rossi. Franco Cosimo. Modena 1991

 

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