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Peregrinando insieme dalla media all’alta vallata del torrente Lavino, sulle strade percorse all’inizio del primo millennio.c

da Monte San Giovanni a Croce delle Pràdole

per antichi sentieri che invocano la pace e temono l’oblio

Testo e foto di Renzo Franceschini

Nella media valle del torrente Lavino, la trasversale che univa il crinale di sinistra, verso il Samoggia, a quello di destra, verso il Reno, si rese indispensabile molto presto, riteniamo nel corso dell’undicesimo secolo, a causa della marcata erosione calanchiva che interessò e che interessa ancora un vasto territorio fra Monte San Giovanni e Mongiorgio, che non consentì più ai pellegrini di allora il comodo transito fra i “siti” di “Pianoro” e di “Sulmonte”.

Divenne perciò obbligatorio “scendere” in sponda sinistra del Lavino, attraversando i terreni e i modesti poderi concessi “in locazione” ai villici del luogo.

A puro titolo di cronaca, si ricorda che almeno due antichissimi circondari parrocchiali furono lentamente “cancellati” dal fenomeno naturale di cui sopra: San Nicolò di Roncaglia e San Venanzio di Monsampiero/Mongiorgio.

La strada che, ancora oggi, mena a Sanchierlo o, meglio, a San Biagio di Sant’Ylario, partiva, ovviamente parecchi secoli fa, dalla romanica pieve di Monte San Giovanni, ora Monte San Giovanni Vecchio, collocata a circa 400 metri di altitudine, sul crinale fra il Lavino e il suo principale affluente di sinistra, il torrente Landa.

Il detto ramo viario scendeva e scende, approssimativamente si tratta dell’attuale via Monte San Giovanni, attraversa la località “Pianoro” verso mezzogiorno e raggiunge il Lavino nella zona, già appartenente al territorio della “massaria” o comune di Monte San Giovanni, detta allora “pars locata” (frazione di terreni affittati), per distinguerla dalle altre due, la “pars o terra dominicata”, direttamente gestita dal feudatario (signore) locale o dal Vescovo, e la “pars massaricia”, quest’ultima di pertinenza dell’intera comunità.

Nell’attuale toponimo “Oca” o “Occa”, anche se può sembrare strano alla nostra odierna leggerezza e/o malizia che ci portano a interpretazioni spesso del tutto sbagliate, sopravvive invece l’aggettivazione latina “locata”, per cui sarebe più corretto, una volta tanto, non usare l’apostrofo e scrivere, anche sui cartelli, “Lugà” oppure “Lòca”, come in effetti è sempre stato indicato questo “sito” nella parlata dialettale dei suoi abitanti e di quelli dei dintorni.

Il viandante dei tempi lontani poteva, qui giunto, scegliere di rimanere in sponda sinistra, di pernottare all’hospitium “sancti Fabiani”, poi “ostaria” e “locanda della Badia”, e di riguadagnare, il mattino seguente, il crinale di Mongiorgio, proseguendo verso “Cimaleta” e la “Croce delle Pràdole”, oppure di attraversare il torrente e salire, per “Carnevale”, “Carnevaletto” e “Ròvere”, al “Poggio” e quindi a San Biagio di Sant’Ylario.

Anche oggi, superato il ponte, che era soltanto una passerella di legno appena un secolo fa e, prima ancora, uno dei tanti guadi sul Lavino, il tratto viario (via Sanchierlo) in sponda destra raggiunge, non proprio seguendo il tracciato dell’antico sentiero, l’attuale chiesa di San Biagio, alla quale, forse, in tempi remoti era aggregato un “ospitale” per il ristoro e il pernottamento dei pellegrini. Questa ultima ipotesi potrebbe “giustificare” in qualche modo la presenza di ben due santi, Biagio ed Ylario, coinvolti nella originaria denominazione della comunità parrocchiale che, da più di un millennio, riassume e rappresenta la storia e la cultura del luogo; per fortuna non esiste affatto il “San Chierlo” di chi si ostina a scrivere erroneamente il toponimo in questione: due santi mi sembra siano più che sufficienti a tutelare i ricordi del passato, ma tornerò fra poco sull’argomento, per chiarire la travagliata vicenda di questo singolare termine topografico.

Una sommaria descrizione del sentiero C.A.I. 209 mi induce a ritenere che esso corrisponda, assai meglio dell’attuale recente strada asfaltata, al percorso del secolare “tratturo” medievale.

Purtroppo non rimangono tracce a me note del probabile “hospitium” di Sant’Ylario che, facilmente, potrebbero essere state inglobate ed occultate in un edificio di epoca posteriore, ma è certo comunque che il nostro “Sanchierlo” altro non è che una storpiatura, nemmeno antica, del documentatissimo Sant’Ylario, attraverso un “Santèllero” o “Sanchièllero” o “Sancièrlo”, comparsi stranamente solo nel XVIII secolo; nel mezzo millennio che lo precede, il comune o massaria locale fu sempre specificato con “sancti Yllàrij”,poi “di Sant’Ylario”, per cui questo solamente è il santo dal quale trae il nome la presente località e il termine dialettale “Sanciàrel” non è poi così lontano dall’originale come lo è invece la corrente, infelice trascrizione italiana San Chierlo.

Giunti a mezza costa, fra “Carnevale di Sotto” e “Carnevale di Sopra”, vale la pena di volgere lo sguardo a ponente, per ammirare dall’alto il singolare complesso architettonico formato dalla chiesa, dal chiostro, dalla torre e dai due edifici rurali dell’antica abbazia benedettina dei Santi Fabiano e Sebastiano di Valle Aigònia che dà il nome alla frazione Badia: la Valle Aigònia altro non era a quei tempi che la media valle del “nostro” Lavino, così chiamata dal feudo dei Laigoni o Aigoni, nobili modenesi che poco dopo il Mille si trasferirono dalle nostre parti e si crearono una specie di contea nel vasto territorio posto fra Lagune (che da loro trae il nome) e Sala Bolognese (che per secoli si chiamò “Sala Aygonum”).

Ma tornando alla Badia, le impalcature che da pochi mesi avvolgono l’abside della chiesa segnalano, finalmente, l’avvio dei lavori di restauro e consolidamento della parte lesionata dal crollo, abbastanza recente, della sua copertura absidale e si spera che possano proseguire e realizzare tutti gli interventi necessari a “salvare” il monumento storico più bello e più importante dell’intera vallata del Lavino. L’attuale struttura risale alla seconda metà del XII secolo; fu poi parzialmente rimaneggiata nei secoli XIV, XV e XVI.

La chiesetta precedente, che qui sorgeva forse già dal X – XI secolo, era denominata “San Fabiano del Lavino” e famosi documenti la elencano, dal 1150, come dipendente dalla Pieve di Monteveglio.

Il vasto crinale di calanco, indicato nei secoli passati come “Prateria detta del Carnovale”, stando al Calindri (Dizionario, II p. 301), era coperto sul finire del Settecento da “ottimi pascoli” che alimentavano le numerose pecore, dal latte delle quali si ricavavano “formaggi preziosi”. Poiché in alcuni rogiti notarili del cinquecento – seicento si legge “juxta prata de Carnovalijs”, ritengo abbastanza probabile che i Carnovali, poi Carnevali, altro non fossero che una famiglia di possidenti della zona.

Il “Poggio” era, anche ai tempi del Calindri, l’unico “Borghetto” del luogo, “poco distante dalla parrocchiale alla volta dell’Abadia del Lavino”: vi si trovava, e sicuramente vi si trova ancora, “un oratorio dedicato a S. Rocco nella Villa del Poggio”.

L’Aureli nel suo articolo, (“Le chiese Parrocchiali della Diocesi di Bologna…”, 1851, Tomo IV, N° 6) ribadisce che: “Un solo Oratorio esiste in questa parrocchia in luogo detto il Poggio ovvero casa Meladelli, e questo è dedicato ai santi Rocco e Sebastiano”; aggiunge quindi che detto oratorio “appartiene in oggi agli eredi di Giuseppe Monari di Bologna”.

L’attuale chiesa, fino a pochi decenni fa parrocchiale, ora temporaneamente affidata alle cure pastorali dell’arciprete di Monte San Giovanni, è dedicata, come si è detto, al santo vescovo Biagio e, pur risalendo in alcune sue parti agli inizi del Seicento, non può essere certo il primitivo edificio di cui si possiede documentazione dal ‘300 e già presente da secoli. L’interno del tempio conserva il soffitto a travi, la cappella laterale, dedicata a Sant’Antonio di Padova, un secondo altare minore, dedicato alla Beata Vergine del Rosario, il grande quadro seicentesco del titolare e numerose altre opere ed arredi sacri del XVII e XVIII secolo. Sono documentati i restauri eseguiti nel 1782 e quelli del 1828.

La storia del piccolo comune medievale gravita però attorno alla presenza della Rocca di Bonacciara, denominata anche Rocca di Sant’Ylario, e che sorgeva sulla vetta del Monte Bonsara, a 656,4 metri di altitudine. Il rilievo in questione, data l’importanza strategica del sito, registrò, nel corso dei secoli, un elevato numero di “pretendenti” che ne rivendicavano la proprietà o almeno il controllo.

Senza risalire alla struttura lignea che precedette quasi certamente la fortezza tardomedievale e che si dice voluta addirittura da Carlo Magno, abbiamo i conti di Pànico i quali se ne servirono come torre di avvistamento e di segnalazione per il loro castello che sorgeva sul Monte Vignola. Seguono quelli “da Monsiviero” che diramarono un tentacolo del loro territorio feudale fin quasi ai piedi della Rocca. Distrutto dai Bolognesi il castello di Monsevero nel 1175, la fortificazione servì da estremo rifugio per le comunità di Ronca e di Sant’Ylario (Sanchierlo) che non avevano mai goduto della protezione di un loro proprio castello e sembra essere questo il periodo (XII/XIII secolo) nel quale l’antica struttura venne consolidata e restaurata, anche con l’aiuto di “quei da Montepolo” ai quali apparteneva, stando alle circoscrizioni parrocchiali dell’epoca, l’intero versante nordorientale del monte “Bon’Azzara”, termine dialettale per “Buon Cerreto”. Ultimi, intervengono nei due secoli successivi i Bolognesi che vi posero uno stabile presidio e ne modificarono ulteriormente l’aspetto.

La prima, sommaria descrizione della Rocca si trova nel “censimento” del Cardinale Anglic (1371), dove la si definisce “satis forte cum bono palancato et magris ripis, et cum quadam turri aliqualiter fortificata”. Segue una annotazione di sapore militare, nella quale si usa il sostantivo latino “castrum”, ovviamente inteso come “struttura fortificata”, non certo come “castello”, almeno nell’accezione che si ha comunemente di questo termine: e “in dicto castro habitat unus connestabilis peditum (di fanteria) cum paghis XIIII” (A. Theiner, Codex Diplomaticus Dominii Temporalis. S. Sedis, Roma 1861). In altri documenti dell’epoca si rinvengono “paghe” superiori a questa, ma anche inferiori, non mi sembra comunque che il sito, pur dotato di cisterna, di portone sollevabile, non di ponte levatoio come da molti è stato scritto, e di torretta d’ingresso potesse ospitare una guarnigione molto consistente e del tutto superflua, considerando che la natura stessa del luogo già contribuiva abbondantemente a rendere la postazione inespugnabile.

Nel 1401 Giovanni I Bentivoglio affida la fortezza in questione al capitano (Castellano) Taddeo di Giovanni Accarisi, penso, con relativo aumento di stipendio.

Nel 1420 la modesta guarnigione si arrende e si salva, evitando al condottiero pontificio Braccio da Montone un lungo quanto inutile assedio. Si tramanda che le folte milizie mercenarie, accampate nella vasta prateria del “Tèrmine”, ancora oggi visibile, pur se recentemente protetta da un’alta siepe, inviarono, per non sprecare energie nella faticosa “scalata” della cima del monte, un solo messaggero che raggiunse, ansimando, il portone della Rocca. Esposte in breve le condizioni e i vantaggi della resa, pare che egli concludesse con la domanda, forse già allora proverbiale: “Venite giù voi o veniamo su noi?” I cinque o sei difensori, veduto dall’alto l’inconsueto spiegamento di forze, non perdettero tempo nella risposta: alzato il portone, si unirono al messo per scendere all’accampamento degli assedianti; qualche spiritoso aggiunge “non senza portar seco loro le abbondanti scorte di ottimo vino, custodite nella cisterna della rocca”. Almeno per questa volta, tutto si concluse senza spargimento di sangue e con una bella bevuta.

Non so se il racconto sia degno di fede, è certo però che quelli, ormai, non erano più i tempi delle torri, delle bastie e dei castelli. Al termine del XVIII secolo i miseri brandelli che restavano della già storica fortezza furono descritti ancora piuttosto dettagliatamente e con tanto di “misure”; risparmio il testo, che ha tutta l’aria di un mesto necrologio, e aggiungo solo che qualche traccia della “inespugnata” struttura è ancora visibile, con un po’ di fantasia, a chi si arrampica sulla cima dello “scoglio arenario” che la ospitò per oltre mezzo millennio. Oggi il ripido sentiero che si diparte dalla via Venturi, è indicato, e quasi sommessamente protetto dalle quattordici “stazioni” di una via Crucis abbastanza recente; essa presentava però nelle edicolette di ogni pilastrino altrettante formelle scolpite a bassorilievo in sasso di Montòvolo, che a me, profano in materia, sembravano molto ben eseguite. Parlo di appena due decenni fa, ma di dette formelle non esiste più nemmeno l’ombra: solo possiamo immaginare la loro fine e si deve ammettere con tristezza che la nostra malcelata barbarie non ha purtroppo niente da imparare da quella del cosiddetto “buio” medioevo.

Se non ricordo male, nella selletta che divide la cima del Bonsara da quella del monticello che qui chiamano “Falséin”, esiste un cippo sul lato settentrionale della strada; nell’iscrizione il viandante è invitato cortesemente a volgere lo sguardo verso Bologna e questo perché, nelle giornate limpide, si può ammirare, quasi all’orizzonte, in uno scenario davvero suggestivo, il Santuario della Madonna di San Luca. Poco oltre, il sentiero si biforcava e ancora si biforca: un ramo scende alle “Borre” e quindi prosegue per Monsevero del quale si è già detto, l’altro sale e, superato il “Tèrmine”, punto di confine fra gli attuali territori comunali di Monte San Pietro, Sasso Marconi e Marzabotto, raggiunge il tratto di strada, fra Medelana e Luminasio, che anticamente menava a “Castellarso”, altra vittima illustre delle armi bolognesi; in compenso però, oggi al suo posto sorge il vistoso ripetitore che, almeno, conserva una delle tante funzioni degli antichi manieri.

Qui terminava il percorso trasversale, iniziato nelle vicinanze del castello di Monte San Giovanni poiché, da questo momento, i pellegrini incontravano le comitive provenienti da Bologna per la strada di crinale fra l’Olivetta e il Reno e, insieme, proseguivano costeggiando a est la cima del Monte Tramonto. Nel tratto s’incontrano alcuni siti isolati degni di menzione, come “Strada”, che rivela la passata importanza di questo collegamento viario, la quattrocentesca “Ca’ di Bue"” molto ben restaurata, che ricorda un triste episodio dell’ultimo conflitto, e la coeva “Ca’ dei Magni”, che illustra un antico ceppo nobiliare, estintosi al termine del XVIII secolo.

Nella lunga sella quasi pianeggiante fra il Tramonto e il Vignola, si raggiungeva e ancora si raggiunge la storica località di “San Giacomo”. Il suo oratorio, trasformato in pollaio, conserva purtroppo ben poche tracce della sua più che millenaria esistenza; sul lato opposto della strada sorgeva l’altrettanto venerando “hospitium sancti Jacobi de Varso” nel quale potevano trovare riposo e ristoro i pellegrini e i viandanti diretti veso Lucca fra il X e il XII secolo. L’attuale casa colonica presenta nella parte centrale e nei paramenti murari di ponente qualche residuo della sua antichissima origine, ma noi dobbiamo accontentarci del fatto che, almeno, la strada (via Varsellane) conservi un fragile ricordo del vasto territorio posto a levante dello spartiacque fra Monte Tramonto e Monte Vignola, fra Luminasio e Montasico, che, al termine del primo millennio, era denominato “Varsum” nella zona settentrionale e “Varsellum” in quella meridionale.

Non voglio azzardare interpretazioni etimologiche di termini così lontani nel tempo, ricordo solamente che “versare oves” in latino significa “spingere al pascolo le pecore” e che la corruzione di “versare” in “varsèr” è tipica del vernacolo locale. A ciò si aggiunge il brano del Calindri (Dizionario, IV, p. 46) che, alla voce Monte Severo, scrive: “Gl’ottimi e saporiti pascoli che quivi fanno, son cagione, che molti della Pianura diano a società a pascolare le loro pecore in essi dal Maggio al Settembre, risultandone preziosi formaggi...”. Non sarebbe poi così strano se gli estesi pascoli in questione fossero anticamente denominati “Versellane” o le “Varsellane” che dir si voglia.

Poco dopo San Giacomo il percorso discende leggermente fino al versante nordoccidentale del Vignola e da questo momento segna il confine fra il territorio di Monte San Pietro e quello di Savigno (frazioni di Vignola de’ Conti e di Vedegheto).

Al trivio sullo spartiacque tra il Lavinello e il Vénola, la via Varsellane prosegue verso Montepastore, la seconda, oggi pure asfaltata, scende a Vignola de’ Conti, costeggiando un laghetto artificiale, la terza è l’unica che sale e che conserva ancora integro l’aspetto dell’antico sentiero di crinale. Essa continua a chiamarsi “Strada della Croce di Spazzavento" anche se il pilastro e la croce in questione non esistono più da parecchio tempo; mantiene il suo percorso a un livello altimetrico che va da un minimo di 609 m a un massimo di 685 m, in vicinanza delle Pràdole, e costituisce certamente uno dei tratti più suggestivi dell’itinerario qui proposto. Se si ha la fortuna, oggi assai rara, di percorrerla in una giornata luminosa e tersa, offre alla vista, in tutte le direzioni, prospettive panoramiche indimenticabili; non mi dilungo in tediosi elenchi di quanto sia possibile ammirare proprio per non guastare o ridurre il piacere della scoperta personale.

Alle “Pradoline” la strada piega verso la “provinciale”: anticamente invece proseguiva verso ponente fino a raggiungere il modesto rilievo che segna la quota 700 m dove forse sorgeva la Croce di cui sopra e dove si immetteva nel sentiero poderale di “Tomba” e “Casetta” di Vedegheto.

L’attuale “monumento” delle Pràdole fu inaugurato nell’ottobre del 1947 a ricordo dei “Caduti” delle varie parrocchie della zona; precedentemente e da almeno otto secoli, poco distante sorgeva una “Croce”, che suppongo molto simile a quella di “Spazzavento”: entrambe furono erette dai pellegrini diretti a Roma e/o ai luoghi santi, la prima dai gruppi che avevano percorso il crinale fra il Lavino e il Samoggia, la seconda da quelli che avevano utilizzato il sentiero fra il Lavino e il Reno.