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IL TRENO

di Italo Brizzi

Misi i piedi e il sedere sul treno l’anno 1935.

Avanti e indietro tutti i giorni fino al maggio 1943.

A dieci anni, i primi giorni di scuola, gli studenti più grandi mi conducevano per mano dalla stazione di Bologna fino all’Istituto Magistrale Laura Bassi, a metà di via Sant’Isaia.

A quindici anni arrivavo da Bologna, mangiavo con l’imbuto e via al vecchio cimitero, dalle parti della Campana, oltre la ferrovia, a fare a pugni con i guantoni prestati da Franco Calzolari, figlio di signori. Ogni volta un avversario diverso, giostrai, soldati, muratori, pugili dilettanti...

Con la riga da disegno, d’inverno, la mattina, misuravo la neve caduta nella notte. Il pomeriggio andavo a sciare nel campo del professore Scarpaccio dietro casa.

Una notte sentimmo bussare al portone di bottega. Mia sorella Gianna tolse la spranga. Era Mery la più bella, la più dolcemente profumata di Vergato. Voleva shampoo per pulirsi le unghie. Io, timido, ascoltavo la conversazione stando dietro a mia sorella; discettavano dei prodotti migliori per pulire le unghie, di quanta gente si era sposata complice il treno e di altro ancora. Guardavo, di tanto in tanto, da sopra la spalla di mia sorella, cotanto splendore e sorprendevo gli occhi verdi fissi nei miei e abbassavo le palpebre e così via fino alle 22 e 30.

Una domenica andai a Bologna in treno, salii nel primo scompartimento, stavo per raggiungere la coda del treno, quando la vidi seduta, composta e radiosa, col sole sui lunghi ed ondulati capelli color del grano, gli occhi verdi, collo lungo, labbra carnose, denti da pantera. E tante altre cose che non è educato specificare.

Arrossendo le dissi: “Signorina il treno è vuoto, non ho niente da fare, posso sedermi accanto a lei?” Mi rispose: “ Ma bravo! Siediti pure. Se tu avessi avuto un niente di distrazione mi avresti ignorata?”

Mi sentii pari pari la spigolatrice di Sapri rossa in faccia: Io mi sentii tremare tutto il core né potei dirle v’aiuti il Signore. Però mi scusai, mi sedetti, la mangiai con gli occhi e fui tentato di prenderle la mano, ma non lo feci, proprio non ci riuscivo, mi pareva d’essere paralitico, rosso in faccia, appunto. Era quasi alta come me, sei o sette centimetri in meno.

Gli amici? Giancarlo detto Giancarlino forse per via della statura, nelle donne risvegliava un feroce istinto materno; Giancarlo, e Saverio; noi quattro sempre insieme dentro e fuori treno.

Ti arrendi? Dicevo. Tutti si arrendevano; Saverio no a costo di svenire o perdere il braccio che io gli torcevo. Un ragazzo di ferrea volontà, testardo. A suo tempo fece ben cinque figli tutti d’un fiato. Giancarlo era il barzellettiere, rideva sempre, anche delle sue battute, anche quando queste lasciavano indifferente la combriccola. Lui rideva.

Giancarlino andava sul sarcastico, quando uno screanzato avrebbe detto una bestemmia lui, quale massima sconvenienza, diceva: “Cacca!” Una volta esagerò, al continuo ridere di Giancarlo attaccò: “Risus abbundat...” non andò oltre perché Giancarlo l’interruppe dicendo ”Il riso abbonda nelle risaie!” poi sedette sulle ginocchia di Giancarlino gli tolse una scarpa, la gettò dal treno in corsa, gli tolse il berretto e lo getto dal treno sempre in corsa.

A proposito di treno, a diciotto anni Mery credette d’essere incinta, l’accompagnai dal ginecologo che confermò il terremoto…

Ci sposammo tra le contumelie delle rispettive famiglie. Il nostro adorato bambino nacque due anni e mezzo dopo il matrimonio! Nel frattempo il ginecologo, buon per lui, si era trasferito a Pioppe.

Mery era possidente e comprò una Fiat Millecento e con quella andava a Bologna per fare esperienza presso uno studio notarile. Anch’io andavo a Bologna per lavoro, ma in macchina non mi voleva perché, a suo dire, si consumava troppa benzina.

Tutta la vita ho fatto onore al suo splendore ma per tutta la vita ho soggiaciuto al suo imperio stile ti lusingo e ti tormento.

A Sasso Marconi saliva una morettina pettinata come la Valentina di Crepax e proprio Valentina era il suo nome. Mi guardava con gli occhi neri irridenti. Le dissi che non avevo niente per distrarmi e le chiesi se potevo sedermi nel suo sedile. Mi fece posto con uno sguardo e un seno dolcissimi. Dopo qualche tempo, sempre a Sasso, salì sul treno Baby, proprio Baby di nome e di fatto, come io l’avrei disegnata se ne fossi stato capace, con tante curve da formula uno; fin dal primo giorno, si sedette spontaneamente al mio fianco, poi sulle ginocchia e subito dopo si posizionò sulla testa, non voleva sloggiare ma aveva un seno…, come era possibile contraddirla?

Cosa non si farebbe per risparmiar benzina!

Adesso siamo vecchi, non andiamo più a lavorare a Bologna, quando sono triste penso al treno, sento il rumore delle rotaie. Rivedo il fiume verde sotto i ponti, Mery innamorata, Valentina, Baby, Giovanna di Marzabotto, la Pina di Vergato, Carla di Porretta Terme, grande sciatrice, Carolina di Riola, Vanda di Borgo Panigale, Giovanna di Vergato miss Europa ex equo, Shirley Temple e Naomi Campbell e Bo Derek sempre di Vergato e subito torno allegro. (Se non mi credete domandate in giro e se mi ritenete troppo strampalato taglio qualche nome: Shirley, perché aveva troppi ricci ed era troppo bassa e Carla perché a me le virago mi mettevano e mi mettono, a disagio).

Cosa non si faceva una volta e cosa non si fa ancor oggi, per risparmiare benzina! Costa più del rosolio ed ha un cattivo sapore.

Mia moglie mi sta dicendo che il treno era tanto meglio delle attuali discoteche.

Come al solito ha ragione, almeno suppongo.