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Il presepe di San Lorenzo

testo di Gilberto Guidoreni, foto Gian Lorenzo Calzoni

A valle del capoluogo di Sasso Marconi, ancora immersa nel verde della campagna che ogni anno viene rosicchiata da fabbriche e nuove costruzioni, si trova la chiesa di San Lorenzo. Luogo di culto da antica data, fu giurispatronato della famiglia Pepoli, con diritto di collazione, ossia nomina del parroco: lo stemma della famiglia è posto nel timpano del frontone della chiesa, mentre la banderuola in metallo dello stesso casato era posta fino a qualche anno fa sulla cima del campanile prima che un "forte vento" se la portasse via.

In questa chiesa, che divideva con San Pietro di Sasso Marconi la denominazione di Castel del Vescovo, si trova un famoso presepe meccanico permanente, meta ogni anno di innumerevoli visitatori.

Anche nel presepe di San Lorenzo, come in quelli della vicina Bologna, in particolare nelle chiese di San Francesco, San Giacomo e Santa Maria dei Servi assurti a fama nazionale, il senso dell'arte scenografica si unisce alla raffinatezza meccanica, la mano abile dell'artigiano riesce ad animare l'ambiente e a dare vita e movimento a personaggi che popolano la scena.

Il merito della realizzazione del “presepe locale”, va alla passione per le statuine di un ragazzino che, fin dagli anni cinquanta, con entusiasmo ed estro si è indirizzato in tal senso. Il nome di questo artigiano/artista, uomo schivo, ora nonno e pensionato sessantottenne è Giovanni Tarozzi. Egli ha realizzato il suo presepe mettendo insieme vari materiali: con il legno ha creato la struttura, con il filo di ferro ha unito le varie parti e con la plastilina ha modellato i volti. I vestiti delle statuine, anch'essi confezionati su misura dal Tarozzi, sono stati cuciti con cura durante le fredde giornate invernali che precedevano le festività.

L'aspetto curioso di quest'opera è dato non solo dalle figure che lo popolano, ma anche dall'ingegno col quale l'abile artigiano ha permesso il movimento, utilizzando motorini elettrici ricavati da apparecchi in disuso, come vecchi giradischi o telefoni tedeschi risalenti alla seconda guerra mondiale.

Questo paziente lavoro, durato per oltre un decennio fra gli anni cinquanta e sessanta, è stato arricchito negli anni successivi con nuovi personaggi, la gran parte dei quali (circa sessanta abitano questo luogo incantato), ha la peculiarità di svolgere, con scrupolo e dedizione, mestieri che oggi sono sconosciuti alle nuove generazioni. Per citarne solo alcuni ricordiamo la nonna che fila la lana, il fabbro che batte il ferro sull'incudine, il ciabattino che ripara le scarpe, il taglialegna, l'arrotino che affila con la mola i coltelli. Un cenno particolare merita il primo gruppo costruito, formato dal falegname, dalla lavandaia, dal fornaio e dalla vecchierella che dà il mangime alle galline.

Un'altra parte importante e complessa nella sua realizzazione è costituita dal "gruppo della Natività" in cui tutti i pezzi si muovono separatamente, nel rispetto delle regole di semplicità e di armonia che donano a tutta l'opera quella particolare atmosfera mistica di cui l'evento rappresentato è profondamente intriso.

L'opera è valsa al Tarozzi numerosi premi e riconoscimenti, fra i quali quello ricevuto dal giornale "L'Avvenire d'Italia" nel 1971 e, per molti anni consecutivi, il premio "Presepe in Famiglia" istituito dal Cardinale di Bologna Giacomo Lercaro.

In questi tempi, in cui la fretta e le molte attività regolano la vita quotidiana, il fermarsi qualche minuto a contemplare quest'opera, permette di respirare un'aria “diversa”, a misura d'uomo.

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