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Ungulati con laurea

di Mathiaz Marchioni

Si, avete capito bene, in questo nostro secondo incontro intendo parlare della questione degli ungulati nel nostro comune; non propriamente di quelle “simpatiche canaglie” che tanto amano grufolare nei sottoboschi e in campi coltivati dove, certo, la loro presenza è poco gradita. Intendo parlare di ragazzi, di un argomento più serio che sfiora quello del razzismo. Lo so; molti alla fine dell’articolo obbietteranno che non si tratta di razzismo ma di semplice goliardia, a questi rispondo sin d’ora che il confine tra lo schernire e il discriminare può essere, a volte, molto sottile.

Tutti noi siamo abituati, per tradizione direi, a bollare con il termine “montanaro” i vicini dei comuni che per ubicazione si trovano ai piedi dell’Appennino (a Sasso chiamiamo montanari quelli di Porretta Terme e a nostra volta, raramente ma capita, veniamo considerati montanari dai bolognesi DOC).

Purtroppo, e qui finisce la goliardia, quello che ho notato nei ragazzi più giovani (chi scrive ha ventidue anni – n. d. r.), è una spiccata tendenza ad estremizzare queste classificazioni.

In pratica, ci si cura in modo minore della provenienza geografica delle persone e si bada di più al parlato: se un ragazzo, nel linguaggio corrente (e non parlo di occasioni ufficiali, ma di conversazione spesso informali tra amici), usa espressioni dialettali, viene considerato in un gruppo, l’elemento grezzo, provinciale e persino ignorante, bollato, come è di moda di dire adesso “cinghiale”.

Ritengo che sia inutile parlare di dialetto in via di estinzione e di preservarlo, se poi chi lo parla e non è un vecchietto, anche se ingenuamente e senza molto riflettere, viene schernito.

Questo ragazzo per sentirsi ancora accettato cercherà in futuro di evitare l’uso di certe espressioni che sono, tra l’altro, alla base delle nostre radici e allora sì che il dialetto inevitabilmente sparirà.

Ora io potrò essere ritenuto una mosca bianca, ma tra i miei amici annovero, sentite bene, il non saper parlare correttamente il dialetto. Per quello che mi riguarda infine, l’impegno sarà di migliorare la conoscenza personale del dialetto, affiancando a questo studio quello che già sto facendo a livello universitario, cosicché un giorno potrò sì dirmi cinghiale, ma Dottore.