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DELLE ONDE E DELL’ARIA – Un’anticipazione

di Massimo Vaggi

Intorno al marzo del 2002 uscirà, per le Edizioni Mobydick, il romanzo di Massimo Vaggi Delle onde e dell’aria. Si tratta di un romanzo storico, ambientato a Sasso Marconi e che vede al centro la figura di Guglielmo Marconi. Abbiamo chiesto all’autore e all’editore l’autorizzazione a pubblicare un’anticipazione, il 1° capitolo; al momento dell’uscita del volume sul mercato avremo il piacere di presentarlo.

Massimo Vaggi nasce a Domodossola il 31/3/1957, laureato a Milano, avvocato a Bologna dal 1980. Delle onde e dell’aria è il suo terzo romanzo: precedentemente ha pubblicato: Un silenzio perfetto (Pendragon, 1996) e Tu, musica divina (Interlinea, 1999), oltre ad alcuni racconti su riviste diverse.

E’ socio dell’Associazione Scrittori di Bologna.

L’autore ci ha inviato questa premessa al suo romanzo:

​_​_“E’ doveroso, anche se risulta quasi superfluo, precisare che i fatti raccontati hanno con la realtà storica un rapporto diverso: di stretta aderenza per quanto riguarda i fatti e gli elementi che si sono ritenuti essenziali, e di autonomia per altri aspetti che si reputa siano rilevanti esclusivamente nell’ambito del racconto. Così, se gli episodi narrati – siano essi relativi alla storia d’Italia o a quella della radio – corrispondono, anche nei riferimenti temporali, ad altrettanti fatti documentati, anche attraverso le testimonianze giornalistiche che vengono trascritte, alcuni personaggi del romanzo sono viceversa trattati secondo semplici criteri di verosimiglianza. In particolare le figure di Libero, di Gaetano e di Anna sono completamente inventate, e le personalità di Guglielmo Marconi e dei membri della sua famiglia sono caratterizzate con una certa libertà.

Nel capitolo che di seguito viene trascritto è raccontata una celebrazione che – con tutta probabilità – non è avvenuta (non nel modo narrato, almeno). Tuttavia, le frasi che si immaginano pronunciate dal Podestà sono quelle comparse su un manifesto che il Comune ha fatto stampare nel 1938”.

Cap. 1 La celebrazione

Il profumo dei tigli è inaspettato, forte, galleggia nel vento leggero di questa mattina d'aprile tirata a festa e per la prima volta dall'inizio dell'anno piena di luce, e di caldo, finalmente, perché sino ad oggi la primavera ha offerto così pochi giorni di sole senza strappi e acquazzoni e strati di nuvole bianche che attraversino il cielo, veloci e sfuggenti, come tutto quanto accade agli uomini di questi tempi, verrebbe da sottolineare, se non fosse che non sembra il momento adatto alle riflessioni, tanto meno alle definizioni, ma solo a cogliere questo nuovo profumo, e non importa che gli alberi odorosi allineati lungo un lato della piazza siano solo cinque, perché i loro fiori sono già gonfi e prepotenti, e verdi le foglie, ancora bagnate dalla pioggia della notte.

Sono solo cinque ma robusti, vecchi placidi tigli piantati nel centro del paese di fronte al palazzo del Podestà, così grandi che sembra di essere completamente immersi nella loro ombra potente e da lì, da quell'angolo di buio fresco, si ha l'illusione di poter guardare lontano, perché l'aria è pulita e si riesce a vedere, immaginandolo più vicino di quanto non sia, oltre i tetti delle case, il profilo verde e scuro del sasso, la rupe che sovrasta e protegge e a volte minaccia il paese, coperta, sino al limitare del suo strapiombo nudo, di alti salici e acacie e faggi, alberi così diversi tra loro, ma uniti nell'unico destino di rappresentare una terra di confine tra le montagne che verranno e la pianura che ci si lascia alle spalle.

Questo è dunque un tiepido mattino di primavera, ma non dimentichiamo per questo che è un giorno per altri versi memorabile, in cui le bestie sono state lasciate sole a riposare nelle stalle, e i campi abbandonati al crescere delle spighe, dal momento che gli uomini hanno altro da fare, è un giorno di grande festa, insomma, in cui tutti sono chiamati a dimenticare le faccende di ogni giorno per uscire a respirare l'odore di una nuova estate promessa, e dimostrarsi pronti e anzi, ansiosi, di ascoltare le parole commosse e vigorose che fra non molto qualcuno in questa piazza dirà, parole farcite di ricordi e di gratitudine ma non solo, sarà inevitabilmente un discorso che parlerà del futuro, come è giusto che sia ogni volta che qualcuno parla dall'alto di un palco.

Non per il sole ma per l'emozione, dunque, anche se bisogna considerare che il sole non guasta, perché serve a rendere più sereni gli animi, la piazza si è riempita sin dalle prime ore della mattina di gente vestita come si deve in queste occasioni, e cioè senza alcuna trascuratezza.

Si raduna a crocchi, che sotto il palco si formano e si disfano continuamente, obbedendo ai capricci della conversazione, ci sono i signori con il cappello e il panciotto e il bastone e i militanti del partito con le camicie nere in bella evidenza e le signore che dispensano sorrisi eleganti e radiosi. Ma anche più distante, al di là delle transenne del recinto delle autorità e della bella gente, ai bordi del quadrato formato dalle abitazioni e di fronte al santuario della Beata Vergine del Sasso e al campanile dell'orologio, o sotto le finestre del palazzo del Podestà, oppure oltre ancora, davanti alle botteghe chiuse sul lato lungo della piazza e sul marciapiede e sotto i tigli, dovunque, insomma, c'è una gran folla, di coloro che signori non sono, ma più modestamente contadini, oppure operai, o studenti, sono venuti in tanti e ora se ne stanno quietamente composti ognuno nell'atteggiamento conveniente, gli uomini tengono le mani nodose nascoste nelle tasche delle giacche e le donne lisciano il grembiule e aggiustano lo scialle sulle braccia. Non c'è che dire, è evidente che questa è una giornata speciale per tutti, non importa se qualcuno è padrone e altri invece si spezzano la schiena lavorando le sue terre, è festa per chiunque, e si sa che l'allegria pretesa dalle feste non ammette differenze di censo, né di borgata, peraltro, se è vero che in piazza ci sono tutti gli abitanti del paese, ma anche molta altra gente che è venuta dalle frazioni e dalle case sparse sulle colline e persino da Bologna, che poi manchi qualcuno non fa assolutamente testo, e non prova nulla, perché sono davvero pochi, e i più irriducibili. Anzi, non è affatto da escludere che sia un bene che non ci sia chi con la sua sola presenza muta ma risentita potrebbe guastare questo momento in cui il Comune è chiamato a rendere omaggio solenne al proprio figlio più illustre, a colui che ha reso questo piccolo borgo famoso nel mondo, oltre ogni suo merito, tanto da rendere logico e anzi doverosamente imporre che il Municipio stesso sia nominato, da oggi in poi, con il cognome della sua famiglia, peccato solo che lui non possa essere qui e che sia morto l'anno passato, sarebbe stato un momento altamente significativo, perché avrebbe certamente parlato dal palco con quella sua voce pacata ma ugualmente rotta dall'emozione. Era famoso, sì, e anche molto ricco, anzi così famoso da non aver bisogno di nulla che non fosse il proprio nome per essere presentato e accettato e voluto e cercato, eppure non aveva dimenticato il luogo da dove veniva e dove aveva avuto inizio la sua gloria, tutti lo sanno, tutti lo dicono.

Così sono venuti anche quelli che in fondo per fede politica o per indifferenza se ne sarebbero stati volentieri a casa, se si fosse trattato solo si un'adunanza come tante altre, molti di loro si sospetta addirittura che siano dei rossi, e con buona ragione, c'è il cenciaiolo, c'è il vecchio maestro che ha fatto un periodo al confino ed eccolo invece qua, impettito nel suo vestito scuro e piantato immobile come una quercia nel centro della piazza, c'è Libero, ci sono tutti perché ognuno di loro ha una ragione personale per essere presente, magari ha conosciuto Marconi o ha lavorato le terre di suo padre o anche solo ne ha visto una volta la figlia prediletta, e questo certo non è molto ma basta per poter dire che anche lui c'entra qualcosa con la Storia, mi ricordo che era una bambina dai boccoloni biondi, dirà magari, e dai modi vezzosi come solo una bambina di quella età può avere, Elettra, si chiama come la nave, un piccolo angelo tenuto per mano dalla madre, e così tra il disagio di far numero immeritato per chi parlerà dei destini della patria e dell'Impero e l'orgoglio di aver visto o toccato colui che tutto il mondo invidia al paese è il primo a essere sopraffatto o dimenticato, per questa volta.

L'orologio del campanile ha da poco toccato le undici quando seguendo il cerimoniale previsto la banda del Comune inizia a suonare. Tutti i musicisti, che sono vestiti con le divise scure ed eleganti delle grandi occasioni, e con lo stemma del borgo cucito sui risvolti della giubba, sono usciti compostamente dall'ombra per raggiungere il palco, ed è subito silenzio, intorno, un silenzio profondo e commosso della piazza a salutare le prime note del coro del Nabucco, che nelle settimane trascorse la banda ha provato e riprovato finché il maestro è rimasto soddisfatto del suono corposo dei fiati e della precisione dei tamburi, certo non ci sono i timpani e il coro è zoppicante e lui non è Mascagni, ma è tutto quello che si può fare visto quello che c'è, e via che non è male, si dice, o almeno possiamo immaginare che pensi, mentre del grande Maestro prova a imitare lo scuotere improvviso del capo che libera da sotto il fez un ciuffo ribelle, e il gesto concentrato e perentorio con il quale comanda all'orchestra più forte, ora, più pieno, più solenne.

La gente in piazza tace, nel silenzio assorto e vuoto di ogni parola e rumore il s​_uono lascia libera la propria eco di scivolare in basso verso il fiume e poi di risalire lungo il corso largo e placido del Reno verso la parete aspra e strapiombante del sasso, oltre la ferrovia e la strada, sino a che potrà riempire tutta la valle, dalle colline a Bologna, e risuonare per chi la vuole sentire e perdersi nella sua suggestione, peccato che non tutti sappiano quando si deve applaudire e quando no, così che dopo le prime battute qualcuno confonde la pausa con la fine e pur meravigliandosi della brevità dell'esecuzione inizia a battere le mani, che stupido, si dirà più tardi, che vergogna e che brutta roba, l'ignoranza.

Quando poi il recitare inesorabile e ipnotico del coro si placa, e la nuvola di quel che rimane delle parole cantate scende sul paese e nella memoria di chi le ha udite, di nuovo lasciando disponibile il cielo ad altri rumori, è il Podestà, che si chiama Vittorio Melloni, che con passi decisi sale sul palco di legno fasciato di bandiere tricolori e dello stendardo con lo stemma del Comune, una montagna di sassi e la stella cometa a sovrastarli, e comincia a parlare.

"Camerati" inizia così il suo discorso, o inizia invece con un breve silenzio per far sì che anche coloro che nella piazza insistono in un soffocato cicaleccio si quietino, infine, voltandosi verso di lui che prosegue "la nostra instancabile volontà è stata rispettata, così che posso con immensa gioia confermare che il nostro Comune, per decisione illuminata del Duce e del Re, che in questo modo stabilirono con Regio Decreto lo scorso 18 aprile 1938, ha ora il nome che la Storia e il Fato gli hanno riservato, e che riempie tutto noi di italico orgoglio. Un nome che ci onora e che porteremo decisi per sempre ad esserne degni".

"Camerati!" insiste ancora, ma già a questo punto Libero si distrae, e noi con lui, che curiosamente si trova a riflettere su un fatto di poco conto, cioè come il nome, ogni nome, non abbia la forza di segnare davvero il destino di chi lo porta, non può che pensare così perché ha in mente se stesso e cosa sia stata la sua vita e invece l'augurio e la speranza che suo padre volle per lui quando nacque, ma mentre è ancora preso da questi pensieri bizzarri ha un soprassalto e si volta come se avesse sentito un improvviso richiamo provenire dalla collina e dalla grande casa gialla che ci sta in cima.

Libero lo ricorda bene che è lassù, la villa, anche se non ci è più tornato da così tanti anni, è distante e invisibile oltre i tetti del paese.

Dall'alto di quel cucuzzolo ha osservato vecchia di trecento anni e forte delle sue inamovibili pietre grigie lo scorrere del fiume, giù in fondo alla vallata, ha visto costruire strade e ponti e ferrovie e passare cavalli e uomini e speranze e anche lui quando, ragazzino, dal paese risaliva a piedi fino a casa, ma Libero si è sbagliato, ovviamente, perché la villa e la collina nemmeno si vedono coperte come sono allo sguardo dalle abitazioni che contornano i lati della piazza, e dunque non può averlo raggiunto nessun richiamo ed è invece, allora, solo un nostalgico messaggio della memoria, un corto circuito del cervello di un vecchio, venuto a ricordargli la giovinezza propria e quella altrui.

E mentre Libero si perde in queste fantasie vagabonde, il Podestà continua il suo discorso, proviamo ad ascoltare allora le sue parole, per quanto siano poco interessanti come accade spesso a quelle usate per i discorsi ufficiali, ora ad esempio dice che "da oggi il nome con il quale il mondo ci riconoscerà sarà quello di Sasso Marconi!", non invece quell'altro, vecchio di appena tre anni, e nemmeno il precedente e più amato, Praduro e Sasso, omaggio questo non al cittadino illustre ma, al più, a un diverso e antico nume, quella montagna a volte crudele e a volte generosa che incombe sul paese e che ha permesso che generazioni di abitanti vivessero delle sue viscere, frantumate dagli scalpelli e trasportate a braccia fuori dalle gallerie a vedere il sole, per la prima volta.

"Tale auspicato provvedimento segna la realizzazione del nostro ardente voto" prosegue il Podestà e la piazza ora applaude convinta, più di chiunque altro sono le camicie nere venute da Bologna a mostrare un entusiasmo che non ha freni, loro che nemmeno forse sanno dov'è la casa gialla, figuriamoci se possono sapere cosa è successo davvero e cosa significa, pensa Libero, e, così dicendo tra sé e sé, il ricordo corre al padre e a ciò che è stato, finché alla nostalgia si sovrappone un dolore appena percettibile, come una debole eco di quello che accompagnava i dubbi e i toni aspri delle loro discussioni, e i rimproveri, te ne stai troppo coi signori e finirai che la pensi come loro, e il rancore, e gli errori commessi.

Ma Libero ha riflettuto troppe volte sulle stesse cose senza per questo venirne a capo, così che abbandona l'inutile aggrovigliarsi dei forse e se fosse stato, e si volta nuovamente verso il palco, certo almeno di conoscere quel che nessun altro nella piazza sa, ma ugualmente deluso perché nemmeno volendolo con tutte le forze riuscirebbe a evocare per gli uomini e le donne che si accalcano davanti all'oratore l'immagine della collina e degli eventi che là si svolsero, così che fosse evidente che quel che è accaduto non può essere proprietà del Podestà o del Comune o dell'Italia o dell'Impero, anzi non è di nessuno, e nemmeno suo che pure può dire di essere stato così vicino alla Storia che si stava compiendo.

È vecchio, Libero. Ha i capelli tutti bianchi che scendono scomposti sulla fronte e la pelle del volto scavata dalle rughe e anche se le gambe sono ancora forti sente che il peso della vita gli fa piegare leggermente la schiena. Appoggiato con la spalla al tronco diritto del tiglio sa di essere la persona migliore per chiedersi se sia giusto chiamare con il nome di Sua Eccellenza questo paese che in fondo, più di altri luoghi, può vantarsi solo di aver nutrito e cresciuto di lui nient'altro che il corpo, che era corruttibile e insignificante come ogni altro corpo, e anzi è già finito.

"Resta così consacrato alla storia il vanto, che precisamente in questa terra ebbero esito i primi esperimenti..."continua però il Podestà, e la piazza intera sembra condividere il suo parere, la folla ondeggia, esulta, prova evidente del fatto che non si pone alcuno dei dubbi che agitano Libero, anzi tutti alzano le braccia e le mani e i cappelli, le urla che seguono ogni affermazione dell'oratore sono adesso un boato"...della prodigiosa invenzione che donò immensi benefici all'umanità e rese immortale il nome di Guglielmo Marconi".

Da quei giorni sono passati tanti anni, ma non sono bastati perché Libero potesse capire qualcosa di più e a fondo, per cui anche oggi, che è vecchio, pensa che se fosse ancora vivo suo padre forse si troverebbero di nuovo a discutere e litigare nello stesso modo consueto, che poi a ben pensarci è il destino di ogni figlio e di ogni padre, si dice Libero e così si consola, ricorrendo alla propria esperienza più antica, anche il nonno aveva insistito nella sua idea balzana di continuare ad abitare in quella grotta buia e malsana scavata dentro al sasso anche quando ormai poteva farne a meno, cosa che suo padre non si era mai perdonato, e quante discussioni tra loro per questa ragione.

Libero prende allora a pensare alla vita e a come gli sembri, oggi, che sia passata in un tempo così breve che non è bastato per capirsi, tra sé e il suo vecchio che gli diceva che tutte quelle erano robe dei padroni e che per la povera gente non c'è invenzione che serva perché sarebbe rimasta sempre povera gente finché non trovava da sé le forze e le idee, e Libero non è mai riuscito a fargli cambiare opinione.

Ormai è mezzogiorno, e l'aria si è scaldata, come è ragionevole che accada in questa stagione. Il Podestà ha finito il suo discorso del quale chi non è analfabeta ha riconosciuto, e maliziosamente lo farà notare, molte frasi, avendole già lette sul manifesto del nuovo Comune di Sasso Marconi.

La gente che riempiva la piazza e che non ha più nulla da fare si mescola ora democraticamente, sciogliendosi in rivoli sottili che si insinuano nelle strade laterali, così che in poco tempo è il paese intero a risuonare di passi leggeri e conversazioni accennate, invaso di un parlottare sommesso che piano piano si va a ricomporre verso il campo sportivo dove su alcuni tavoli chi è più fortunato e più veloce troverà una crescentina e del salame, un bicchiere di vino e la torta di riso e il nocino.

Anche Libero se ne va a spasso come tutti per le strade del borgo, ma diversamente dagli altri cammina senza mai fermarsi nemmeno per scambiare qualche chiacchiera con gli amici di un tempo che incontra di nuovo, o con i nuovi, quelli dell'osteria e del tresette, si perde invece nel suo girovagare troppo lungo e troppo lento perché possa riuscire a raggiungere i tavoli prima che sia finito tutto quel che c'era da mangiare e da bere, perché il Comune ha ora un nome glorioso, sì, ma i quattrini sono sempre gli stessi e di salame ne ha comprato poco, solo quanto basta perché domani si dica sui giornali che era tutto gratis per via dell'evento eccezionale, e che la popolazione ha trascorso una giornata memorabile con la pancia piena, evviva.

Libero ce l'ha vuota, invece, e non può fare altro che gustare il profumo del lardo fritto che è rimasto nell'aria e osservare le bocche che masticano e i bicchieri che si alzano, e dietro ai bicchieri le stesse facce di sempre, anche se magari stanno facendo un gesto nuovo sono comunque le stesse di sempre, così che a Libero sembra di riconoscere nei volti di quelli di cui sa il nome e approssimativamente cosa abbiano fatto della loro esistenza, e sono quasi tutti, le immagini riflesse e solo un poco appassite della propria vita intera, ricordi e anni passati che si sgranano nel suo mezzogiorno affamato come le perle del rosario che sua madre recitava di nascosto anche a se stessa, perché nella casa di un anarchico non si deve sentir parlare di santi e di madonne, mai.

E se Libero non può mangiare non è detto che sia un male, almeno ha più tempo a disposizione per continuare testardo a ricordare come se fosse oggi la casa buia sotto il sasso, i campi coltivati e le bestie e la villa gialla, il signorino Guglielmo quando era molto giovane e suo padre Giuseppe e il contadino Marchi e sente nitido il colpo di fucile che annuncia che l'esperimento che cambierà il mondo è riuscito, vede la sua vita trascorsa e pensa che è stata una bella vita e continua a esserlo, anche se la madre è tanto vecchia che ormai non capisce più nulla e non c'è più suo padre e nemmeno sua moglie che lo ha lasciato troppo presto e i figli sono distanti.

Noi sappiamo bene che ne avrebbe di cose da raccontare, Libero, più di tutti loro che intorno bevono e masticano e parlano, lui sì che potrebbe salire sul palco ora vuoto e da lì spiegare, e ricordare, come nessun altro in quella piazza riuscirebbe a fare. Per questo si sente ad un tempo inquieto e soddisfatto, ma anche ciò non lo sorprende e non solo perché i vecchi non si sorprendono più di nulla, perché invece è sempre stato così.