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NOSTALGIA

di Cecilia Pelliconi

Le colline come sempre proiettano la propria ombra sui campi verdeggianti che circondano i resti, scoperti dopo tanti anni con fatica e amorevole cura, di quella che fu la chiesa di Vizzano. Lo spettacolo è caratteristico, molta gente sente la nostalgia di tornare, guarda, si sofferma, ricorda, parla sottovoce, come se fosse in attesa della celebrazione della S. Messa nella chiesa che venne distrutta nell’aprile 1945.

Io anche quest'anno, 29 Aprile 2001, sono qui, in questo luogo a me caro, sono qui, e vorrei partecipare alla S. Messa senza distrarmi, desidero rimanere attenta e raccolta senza rivangare il passato, ma i ricordi mi assalgono, qui ho lasciato un pezzettino della mia vita, ed è forse normale, che mentre Don Pietro e Don Tonino iniziano la celebrazione dicendo: “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo”, mi si presenti davanti agli occhi un avvenimento importante a me caro legato a questa chiesa, avvenuto quando nel 1941 facevo parte di questa comunità parrocchiale. Ecco, sento che le palpebre si abbassano... ed io non sono più qui...

Mi trovo nella grande cucina dove abitavo, cioè nella località Casazza, che in quel tempo era la fattoria dell’azienda agricola denominata Cadestellano, di proprietà della Signora Zaida Bonora vedova Francia.

Era il giorno di S. Antonio Abate, 17 gennaio 1941; mio marito purtroppo era partito il giorno prima per Belluno richiamato alle armi, in quanto era già iniziata la mobilitazione per la seconda guerra mondiale. lo e mio marito avevamo preso insieme gli accordi col parroco Don Alfredo Salomoni per battezzare in quel giorno la mia seconda bambina Giovanna. Ricordo che non volevo lasciarmi invadere dalla tristezza, ero sempre stata coraggiosa quando c'erano state da affrontare le difficoltà della vita, ma quel giorno una grande angoscia mi stringeva dentro, l'assenza di mio marito aveva spento tutte le emozioni che dovevano esprimere solo gioia, inoltre io avevo la febbre e mi rattristava il fatto di non poter andare in chiesa.

Per fortuna che da qualche tempo era mia ospite una delle mie care sorelle, Ester, tanto buona e generosa, mi sembra di vederla, quel giorno appariva ancora più lesta, preparava tutto con cura, si affannava perché voleva vestirla lei la bambina, era lei la madrina e sembrava che ogni cosa da fare spettasse a lei eseguirla; ogni tanto riattizzava il fuoco la cui fiamma luccicava sul bricco di rame, sempre pronto a rifornirci di acqua calda. Mentre mia sorella sfaccendava, io stavo incollata al vetro della finestra; il cielo era grigio e basso, mentre nel vento cominciavano a volteggiare come farfalle i primi fiocchi di neve.

Aspettavo che arrivassero col calesse Rafeletto Magnani, con la moglie Adelma; essi erano i custodì della bella e grande villa, dove la padrona dell'azienda veniva a trascorrere il periodo estivo. Rafeletto e la Adelma erano persone eccezionali, con pazienza e dolcezza svolgevano i loro non sempre facili compiti quotidiani. Rafeletto, mia sorella e la bimba sarebbero andati in chiesa, la Adelma invece sarebbe rimasta con me.

Andiamo facciamo presto, c'è un tempo da lupi” disse Rafeletto mentre tirava su la cappotta del calesse; prima della partenza l' Adelma con estrema naturalezza dava le istruzioni a mia sorella di come doveva comportarsi come madrina.

"Si ricordi” le disse “di voltarsi indietro almeno tre volte prima di entrare in chiesa, e di fare poi tre volte il segno di croce nel tornare a casa, quando scenderà il gradino dell'altare del battistero dica l'Angelo di Dio e invochi mentalmente il nome del Santo Protettore”.

Sistemò per bene la bimba in braccio alla madrina e si preoccupò di coprire bene i due passeggeri infilandogli le coperte sotto i piedi. Fu una vera grazia che l’Adelma fosse rimasta con me, le preghiere che dicemmo insieme, le sue parole, la dolcezza di voce di gesti, furono per me un vero balsamo. “Lei stia calma accanto al fuoco” disse, caricandolo di legna: “Ora ci penso io a preparare le sfrappole...nonostante tutto dovremo pur fare un po' di festa per questo primo Sacramento della sua bimba.” lo non ascoltai il consiglio dell'Adelma e, mentre lei impastava e tirava la sfoglia per le sfrappole, ero tornata alla finestra, guardavo il ritmo della neve; in quel momento quel paesaggio mi dava timore, e nello stesso tempo come sempre mi affascinava. In quell’atmosfera arricchita dalla mia fantasia, come per un miracolo dai contorni sfumati, vedevo facce bianche di Angeli con le ali dipinte d’oro volare attorno al fonte battesimale, poi vedevo il sorriso radioso di mia sorella nel momento in cui l'acqua benedetta scendeva sulla testina della mia piccola. Questa visione immaginaria era come un’affettuosa partecipazione al rito, e una vampata di letizia mi indicava una piccola stella che si accendeva in cielo.

Le aiuole e i cespugli del giardino, erano già ricoperti di neve quando il calesse entrò affondando le ruote nella coltre bianca.

Che Dio ti benedica” disse l’Adelma togliendo la bambina dalle braccia di mia sorella. La coprì con lo scialle, salì in fretta la scalinata, poi la diede a me che l'aspettavo sulla porta, la presi e me la strinsi al cuore, poi l'accostai alla sorellina Maddalena che l'accarezzò leggermente, batté le manine scuotendo i riccioli biondi per farle festa.

L’Adelma aveva apparecchiato ed era andata a chiamare le bimbe che io avevo invitato insieme alle loro mamme. La Nerina e la Franca Liquori abitavano nello stesso fabbricato dove abitavo io, la Gina Biesi abitava invece nella piccola casa accanto alla mia, in questo modo avevo coinvolto le famiglie con le quali mi ero inserita nella vita di tutti i giorni. La cucina era piena di quel profumo che piace tanto ai bambini, sul grande tavolo c'era il piatto con la riga dorata colmo di sfrappole ben disposte, l'allegria rompeva la certezza della realtà tramutandola in gioia.

Le lingue di fuoco che avvolgevano la calderina nera, si inerpicavano per il buco del camino altrettanto nero, e come lucerna diffondevano luce e benessere, rischiaravano i volti gioiosi di tutti; era bello vederci radunati attorno al tavolo, forse solo io pensavo che le cose avrebbero dovuto svolgersi in modo diverso.

Mentre stavamo gustando quelle sfrappole squisite, squillò il telefono: "E’ il babbo, è il babbo" disse la mia bimba alzando le manine; si, era lui, fortunatamente era riuscito ad avere la linea, a quei tempi era difficile mettersi in contatto, in quanto il mio telefono prendeva prima contatto con il centralino di Sasso Marconi, poi con la località chiamata. La sua voce rassicurante mi donò una nuova realtà per raccogliere l’emozione del momento.

Stavamo ancora mangiando quando trillò il campanello della porta; aprii e vidi Emilio Boschi, il maggiore dei figli del contadino del podere Prunarolo. Era un bel giovane, alto snello, dal viso buono e sorridente, egli sentiva molto la responsabilità di aiutare la famiglia, quindi era molto dispiaciuto di dover partire per il servizio militare di leva. Quel giorno, Emilio era venuto da noi per salutarci (l'Italia in quel tempi era grande, immensa, i mezzi per raggiungere le località di destinazione erano lenti). Era un’usanza che un giovane, prima di partire per il militare, si recasse nelle famiglie amiche a salutare e ricevere in cambio auguri di coraggio e di fortuna. L'argomento di conversazione con quel giovanotto fu il timore della guerra che serpeggiava in tutti noi. Emilio accettò, dopo breve insistenza, di sedersi a tavola con noi e di brindare alla salute della neonata, desiderando che terminasse presto quel tempo poco affidabile. Quando Emilio se ne andò non nevicava più, era buio, solo il biancore della neve, dava una luce romantica a quella sera di un giorno speciale.

La Gina, la Nerina, la Franca e la Maddalena tenendosi per mano fecero un lieto girotondo intorno alla culla, il gatto stava accoccolato accanto al focolare, ogni problema in quel momento era semplificato.

Ecco che, come l'anno scorso quando Don Pietro intonava a voce alta il canto del: “Santo, Santo è il Signore”, la pellicola che mi è passata davanti agli occhi si è fermata, ed io sono qui sui resti di quella che fu la chiesa di Vizzano, guardo commossa il punto dov'era l'altare del fonte battesimale e chiedo al Signore la grazia di non essere mai privata dei miei ricordi, essi mi aiutano a vivere e a continuare a raccontare.

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