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Vivere la città da cittadini del mondo.

di Gianni Pellegrini

Si può, mentre crollano a New York le Twin Towers e viene colpito il Pentagono a Washington con migliaia di morti sotto i colpi di un terrorismo che mina il nostro futuro, mentre da settimane una vera e propria guerra con esiti indefinibili si svolge in Afghanistan, si può ancora parlare di “recupero della documentazione storica comunale…di promozione e valorizzazione della storia documentata del territorio…di ritrovare le storie e i luoghi del paese perché possano diventare patrimonio e memoria di tutti…” come recita il Manifesto programmatico dell’Associazione Progetto 10 righe?

Certo che si può. Si può e si deve.

Uno degli obiettivi principali dei terroristi di ogni tempo e di ogni epoca consiste nello sconvolgere lo scorrere normale della vita dei popoli per impedirne l’avanzata verso traguardi di prosperità e di miglioramento delle condizioni di vita. In particolare ostacolare il lavoro faticoso e costante dell’azione politica perché siano affrontati le enormi questioni dello squilibrio, della fame e del sottosviluppo di tanta parte del mondo che non potranno trovare soluzione con le guerre ma che al contrario dalle guerre risultano aggravati.

Uno dei nemici principali del terrorismo è da sempre l’elevazione culturale dei popoli, la necessità degli stessi d’essere protagonisti del proprio destino, di impadronirsi delle conoscenze capaci di fornire gli strumenti per partecipare attivamente alle decisioni che li riguardano, essere in buona sostanza dei soggetti padroni di conoscenza e di sapere.

Un cittadino che conosce e vive il proprio Paese, la propria città, il proprio villaggio, ne condivide insieme agli altri usi, costumi e tradizioni, che considera il territorio come una proiezione esterna della propria casa da curare con lo stesso amore e sacrificio, non può non riconoscere come propri i problemi di altre parti del mondo, un mondo il quale, grazie ai sempre più moderni mezzi e strumenti di comunicazione, diventa ognora più piccolo e quindi più vicino.

L’illusione delle piccole patrie, anche solo culturalmente autarchiche, non solo è ormai impossibile ma anche pericolosa. Quest’idea rimpicciolisce l’orizzonte dei popoli, immiserisce ogni rapporto con il diverso e porta all’eccesso di considerare tale anche chi parla un dialetto estraneo. Attenzione quindi a non scambiare i caratteri storici, morfologici, culturali di una città, assunta come esempio, i suoi costumi e le sue tradizioni e la giusta aspirazione a mantenerli in vita, a studiarne le origini, con la pretesa di fare assumere a tutto questo il significato di una patente di appartenenza più o meno esclusiva di cui vantarsi.

Fuori d’ogni polemica ci pare quindi sbagliata e artificiosa, per esempio, la disquisizione di gran moda oggi nel nostro capoluogo di regione sul carattere “petroniano” dei suoi abitanti. Per essere più precisi in che cosa consiste un carattere petroniano, chi lo giudica, chi lo attribuisce, e a chi? E’ più petroniano o sassese o porrettano chi si comporta da bravo cittadino anche se proveniente da altre aree geografiche, o chi professa la propria bolognesità e nel quadro delle responsabilità pubbliche ricoperte rifiuta di accogliere, rispedendoli al mittente com’è capitato, profughi bisognosi e disperati contravvenendo ad una storica predisposizione all’accoglienza di Bologna? I caratteri di una città escono dal sentire comune di fronte alle cose concrete della vita di tutti i giorni, quelli sereni e quelli drammatici, in pace e in guerra com’è sempre stato, e che formano un carattere che non sarà mai lo stesso per sempre, che cambia con il mutare delle situazioni locali ed esterne. Si forma così la natura delle tante città d’Italia che sono il frutto di secoli di sedimentazioni storiche e sociali, delle lotte per la civiltà e il miglioramento delle condizioni di vita, delle battaglie per sottrarsi alle dominazioni straniere o dei signori assolutisti e dispotici, delle antiche tradizioni di autogoverno dei Comuni italiani, dal medio evo ai giorni nostri. Se non si tiene conto di questo, si rischia di cogliere soltanto l’aspetto folcloristico del carattere di una città rispetto a tutto ciò che l’ha resa cosi com’è, qui e ora. Perchè la città non è soltanto un corpo inerte e immobile ,fatto di mattoni e pietre, di torri, di statue di cattedrali e palazzi storici, ma un complesso vivo in continuo movimento agitato dall’andamento della storia fatta dalla gente che la vive. Città e paesi di questa nostra Italia, detentrice di un patrimonio artistico culturale unico e irripetibile, saranno tanto più valorizzati se ognuno di noi anche nel sentirsi “naturalmente” legato alle proprie radici, saprà aprirsi, considerarsi cittadino di questo mondo sempre di più interdipendente, se i cittadini di questo Paese non si sentiranno impegnati nei confronti degli altri popoli in una gara fra civiltà più o meno superiori ma in una sfida per l’affermazione dei valori universali primo tra tutti il valore assoluto della pace tra tutti i popoli.

Questi valori sono in grandissima parte presenti a Sasso Marconi e contribuiscono a fare della nostra una comunità con un alto senso civico, che partecipa alle cose del mondo e nel frattempo vuole scoprire, ricercare e trasferire alle giovani generazioni le peculiarità storiche, culturali e ambientali che hanno contribuito a farne un luogo famoso fin dall’antichità per l’amenità dei suoi paesaggi e delle sue antiche dimore.

Operare in questo senso vuole dire sviluppare quanto contenuto nello statuto dell’Associazione PROGETTO 10 RIGHE e realizzarne i principi ispiratori.

Si tratta di un obiettivo ambizioso, il traguardo non esiste perché si sposta continuamente in avanti.

Sarà la nostra capacità di seminare, soprattutto nei campi vergini delle giovani generazioni, a fare crescere il frutto della curiosità per le cose che ci stanno intorno.

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