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LE FATE DEL RIO FURUDA

Un’antica leggenda dell’Appennino Bolognese

di Augusto Martelli

 

Una sera d'autunno di tanti anni fa, un povero legnaiuolo di Rodiano se ne stava ritornando verso casa percorrendo tranquillamente un viottolo solitario tra castagneti e fitte macchie di ceduo. Curvo sotto il peso di una grossa fascina, andava riandando alla sua misera vita ed ai suoi ancor più miseri guadagni quando, giunto in prossimità di un torrentello ancor al presente denominato « Rio Furuda », notò con stupore una lunga distesa di candidissime vesti appese ai rami più bassi degli alberi mentre un gaio cicaleccio di voci femminili giungeva di lontano sino a lui.

Visibilmente sorpreso ma nel contempo sospinto da viva curiosità, il brav'uomo si avvicinò cautamente al corso d'acqua e quale non fu la sua meraviglia quando, giunto a pochi passi da quella lunga distesa di indumenti, vide tre bellissime ragazze che, inginocchiate sul greto dei rio, se ne stavano lavando e sciacquando allegramente un grosso cesto di biancheria.

Non osando avvicinarsi ancor più, il bravo legnaiuolo se ne stette qualche attimo ad ammirare quelle meravigliose creature indi se ne andò riprendendo frettoloso il cammino verso casa. Qui giunto non poté resistere dal narrare il tutto alla vecchia consorte che il mattino seguente volle accompagnare il marito nella speranza di poter ammirare essa pure le tre sconosciute ragazze.

Alzatisi di buon'ora, percorsero rapidamente li viottolo che dalla loro abitazione portava al rio ma, qui giunti, un'amara sorpresa doveva attenderli; infatti delle tre belle ragazze non esisteva più la benché minima traccia mentre la lunga teoria di bianche vesti era completamente scomparsa. Alquanto delusi, stavano già per riprendere il cammino quando la donna, fatti pochi passi, lanciò un grido strozzato: a breve distanza da lei tre grosse serpi se ne stavano tranquillamente adagiate al sole tra i ciottoli dei torrente.

Non è a dire li senso di smarrimento dei due che, presentando nella presenza dei rettili alcunché di magico e misterioso, se ne andarono precipitosamente evitando con cura da quel giorno di ripassare nelle vicinanze dei rio.

Frattanto le tre ragazze, che altro non erano se non giovani fate, erano riapparse nei pressi dei torrente continuando a lavare e sciacquare le loro bianchissime vesti.

Trascorse così parecchio tempo quando un giorno, sull'imbrunire, passò di lì un giovane forestiero che, viste le tre belle figliuole, si fermò intrattenendosi lungamente a conversare con loro.

Prima di andarsene chiese alla più bella se gli fosse stato consentito in futuro di poterla rivedere di tanto in tanto.

A tale inattesa domanda si spense il sorriso sulle labbra della ragazza che, fatta improvvisamente seria, esclamò con un fil di voce: « Certo che potresti. Dovrai però promettermi di venire un giorno sì ed uno no. Ma guai a te se manchi a tale promessa! Potresti pentirtene amaramente! ».

A queste parole il giovane che era saggio non volle indagare ulteriormente e puntuale venne a giorni alterni all'appuntamento soffermandosi lungamente in compagnia della bella fatina.

Passarono così alcuni mesi quando il giovane, sempre più innamorato della splendida ragazza, credette giunto il momento di chiederla in isposa.

La fata, cui non dispiacevano affatto le attenzioni dei giovane, a questo punto non poté più esimersi dal rivelare la propria identità. Dopo aver rivelato tra le lacrime di essere una fata costretta per di più a trasformarsi in serpe a giorni alterni, guardando amorosamente il giovane prosegui: « Se mi ami davvero e se tu vorrai, tutto ciò potrà un giorno cessare ».

A queste parole il giovane rimase alcuni attimi pensieroso indi, stringendo a sé teneramente la bella ragazza, si disse disposto a tutto pur di veder finalmente coronato il suo sogno d'amore.

« Quand'è così » - riprese raggiante la fata - « presta attenzione a quanto sto per dirti. Il giorno delle nozze ti recherai in chiesa assieme agli invitati; lì io ti raggiungerò. Non intimorirti comunque per quanto vedrai poiché nell'entrare io sarò costretta a trasformarmi in grosso serpe e in tali sembianze mi porterò accanto a te davanti all'altare.

Quando il sacerdote ci inviterà a scambiare l'anello io ti porgerò la coda alla quale tu apporrai senza timore la fede nuziale. Se eseguirai quanto ti ho detto, io sarò salva e tu vedrai finalmente coronato il tuo sogno di felicità ».

Infatti così fu.

Il giorno fissato per le nozze la piccola chiesa traboccava letteralmente di invitati e di curiosi giunti da ogni dove per ammirare la giovane sposa che pochissimi avevano potuto ammirare di persona ma di cui tutti conoscevano per sentito dire la straordinaria bellezza.

Da pochi attimi lo sposo era giunto davanti all'altare quando all'improvviso dal bosco vicino si vide uscire un grosso serpe che emettendo fischi paurosi entrò in chiesa tra le comprensibili urla di terrore dei convenuti.

Vi fu ovviamente un fuggi fuggi generale cosicché in breve il tempio rimase completamente deserto.

Soltanto lo sposo ed il celebrante, già al corrente dei sortilegio, erano rimasti immobili davanti all'altare, gli occhi fissi al grosso rettile che frattanto, sbattendo nervosamente la lunga coda, era giunto accanto a loro. Vi fu a questo punto un attimo di perplessità da parte dei celebrante che, pallidissimo in volto, diede comunque inizio al rito porgendo infine le fedi nuziali al giovane sposo.

Ebbene, nell'attimo stesso in cui questi, memore delle parole della fata, apponeva l'anello alla coda dei rettile, l’incantesimo si spezzò ed il grosso serpe tornò ad essere, ma stavolta per sempre, la meravigliosa ragazza di un tempo.

Sorte ben diversa ebbero a seguire le due rimanenti fate: le popolazioni dei luogo infatti, intimorite dalla loro costante presenza e temendone chissà quali sortilegi, pensarono di ricorrere ad un santo anacoreta affinché con le sue preghiere esorcizzasse quelle incomode creature costringendole a trasferire altrove la loro dimora; e fu così che, trasformate definitivamente in serpenti, furono costrette ad abbandonare il rio e a rifugiarsi, stando alla leggenda, nientemeno in Bologna e precisamente nei tenebrosi sotterranei di un misterioso edificio allora conosciuto coi nome di Torre di Babilonia.

N.d.R. Questa graziosa leggenda fu pubblicata dall’autore nella sua opera “Mongardino. Storia e leggenda nell’Appennino Bolognese”. Bologna, Overseas, 1973.

Qui viene riproposta per gentile concessione del medesimo autore.