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Le rocce “lunari” nell’Appennino Bolognese: viaggio lungo la Vena del Gesso.

Disegni, testo e foto di Paolo Michelini

La roccia della luna

Il tema del nostro viaggio è la SELENITE. Quella splendida roccia, che contiene grossi cristalli di gesso con lucentezza di madreperla, così battezzata per i particolari riflessi argentei che ricordano il riverbero dei raggi di Selene, l’antico nome greco della Luna.

La forma dei cristalli di Gesso somiglia alla punta di una lancia o alla coda di una rondine, e deriva dall’unione di due cristalli singoli, cresciuti contemporaneamente come gemelli, perciò sono chiamati “geminati” (v. figura A).

Noi esploreremo l’aspetto geologico, paesaggistico e storico dei Gessi dell’Appennino Bolognese: un mondo pieno di fascino e spesso sconosciuto.

Se in una bella giornata ci rechiamo sulle pendici del Monte Capra (al confine fra il territorio di Sasso Marconi e quello del comune di Zola Predosa, vicino all’abitato di Gesso), abbiamo una splendida veduta su una muraglia di rocce di selenite che, brillando ai raggi del sole, emergono imponenti dalle argille circostanti.

Volendo però avere una visione più ampia, sorvolando con un piccolo aereo da turismo l’Appennino Emiliano - Romagnolo, scopriremmo con stupore che altre maestose creste di roccia di Selenite appaiono e scompaiono a tratti, senza soluzione di continuità.

I rilievi gessosi seguono una linea da Nordovest a Sudest, che parte dalla provincia di Reggio Emilia, attraversa la provincia di Bologna, poi prosegue in Romagna attraversando l’imolese e il faentino fino ad arrivare al comune di Gemmano a Sud di San Marino.

L’area geografica descritta è denominata: “VENA del GESSO”.

Noi esamineremo in maniera approfondita la fascia della Vena del Gesso che attraversa il territorio bolognese e che, assieme alla fascia romagnola, è considerata dagli studiosi, per gli aspetti scientifici e paesaggistici, fra le più importanti nel mondo.

La Vena gessosa bolognese inizia con gli affioramenti di selenite del Monte Capra e Monte Rocca, poi si manifesta a tratti nei nuclei di Tizzano, Casaglia, Gaibola, Monte Donato, Croara, Farneto, fino a Castel de’ Britti.

Allo scopo di conservare e tutelare il patrimonio scientifico, culturale e paesaggistico rappresentato da quest’ambiente, nel 1988 è stato istituito il “Parco Regionale dei Gessi Bolognesi e dei Calanchi dell’Abbadessa”, che interessa un’area di circa 5000 ettari, ad est del fiume Savena, situata principalmente nel territorio dei comuni di San Lazzaro ed Ozzano, ed abbraccia le zone di affioramento dei Gessi del Monte della Croara, di

Farneto e Castel de’ Britti.

Nello stesso anno 1988 il Comune di Zola Predosa si è fatto promotore di un “Progetto di tutela, recupero e valorizzazione naturalistica dei Gessi di Monte Capra”. Questo progetto rappresenta un tentativo nuovo di affrontare il tema della tutela e valorizzazione di un patrimonio naturale: infatti, non si richiede l’istituzione di un nuovo parco, ma si vuole impostare un nuovo assetto territoriale controllato di un’area di pregio, coordinando le azioni dei diversi Comuni interessati e della Provincia.

Come si è formato il gesso in fondo al mare.

Già si è fatto cenno alla formazione geologica della Vena del Gesso nella rivista (vedi “al sâs” n. 2 ” - “Uno straordinario viaggio all’indietro nel tempo” – stesso autore).

Tuttavia vale la pena rinfrescare i concetti là esposti.

Facciamo uno sforzo con la mente: immaginiamo di trasportare idealmente il paesaggio del nostro Appennino all’indietro nel tempo fino a 25 milioni di anni fa (siamo all’inizio del periodo geologico chiamato “Miocene”).

Vediamo l’immensa distesa del mare Mediterraneo che ricopre quasi completamente quella che è l’attuale penisola Italica.

A nord il mare è circondato dalla corona delle alte cime della catena Alpina, che erano già emerse dalle acque oltre 80 milioni di anni prima.

La possente spinta verso nord del continente africano, con contemporanea rotazione da ovest ad est, produce il graduale sollevamento della dorsale dell’Appennino Settentrionale. L’azione è lentissima e progressiva. Le argille sedimentate nei fondali marini antistanti le Alpi (le cosiddette “unità Liguri” o “Liguridi”) vengono spostate di molti chilometri, compresse e man mano sollevate, nell’arco di milioni di anni, fino a far emergere dalle acque i rilievi ondulati delle nostre montagne.

Nella fase terminale del Miocene si verifica un evento, dal punto di vista geologico, “traumatico”: il movimento della zolla continentale africana produce la chiusura dello Stretto di Gibilterra.

Il Mediterraneo perciò si trova ad essere come un grande lago chiuso, isolato dall’Oceano Atlantico. Il clima è molto caldo e provoca l’evaporazione di enormi quantità d’acqua che non vengono rimpiazzate dal modesto apporto dei fiumi che scendono dalle montagne.

L’abbassamento del livello del mare è di oltre 1000 metri: un quasi totale disseccamento.

In queste condizioni la concentrazione salina dell’acqua diventa elevatissima. Il gesso, che è un sale, il “Solfato di Calcio”, precipita più rapidamente rispetto al salgemma (il “Cloruro di Sodio”), e forma dei cristalli che si depositano man mano sul fondo del mare, dando origine ad una crosta d’enorme spessore (v. figura B).

Questo fenomeno si interrompe verso l’inizio del Pliocene, circa 5 milioni di anni fa, quando la “soglia di Gibilterra” si riapre e si ripristina l’interscambio di acque fra il Mediterraneo e l’Atlantico.

Così si è formata, nel bacino del mare Mediterraneo la roccia di gesso, presente in diversa misura lungo tutta la linea pedeappenninica della nostra penisola, dal Piemonte fino alla Calabria ed alla Sicilia.

La Selenite nel paesaggio e nei monumenti antichi di Bologna.

L’importanza dei Gessi nel paesaggio, è dovuta al fatto che le rocce di selenite normalmente si presentano maestose agli occhi di chi guarda il panorama, in posizione prevalente rispetto al profilo tondeggiante dei rilievi di argilla circostanti (v. figura C).

Ciò significa che l’azione demolitrice degli agenti atmosferici, che pialla le colline di argilla, non distrugge allo stesso modo la roccia del gesso.

Infatti l’acqua piovana impregna facilmente l’argilla e la fa dilavare a valle, invece non intacca il gesso.

La cosa può sembrare un paradosso, dato che il minerale di gesso, dal punto di vista chimico, è un sale ad elevata solubilità nell’acqua: oltre due grammi per litro.

Quindi ci saremmo aspettati che la pioggia sciogliesse il gesso. Così come vediamo che accade quando l’acqua piovana di un torrente nel suo percorso si imbatte in un corpo roccioso di selenite: l’acqua si infiltra nelle fessure della roccia, la scioglie, e scava un condotto che con il tempo si allarga, dando origine a una grotta (questo è uno dei principali fenomeni del “carsismo” nei Gessi).

La spiegazione del mistero è di natura chimica ed è piuttosto complessa, tuttavia cerchiamo di descriverla in maniera semplificata.

Quando l’acqua piovana bagna la superficie della selenite, produce una sottile pellicola d’acqua e gesso in soluzione, che si attacca alla superficie e protegge gli strati sottostanti. Quando la pioggia cessa, l’acqua evapora e la piccolissima quantità di gesso in soluzione ricristallizza.

Diversamente accade quando l’acqua di un ruscello o di un torrente impatta la superficie di una roccia di gesso: il moto turbolento dell’acqua asporta la sottile pellicola di protezione e aggredisce il cristallo gessoso sciogliendolo. Per questo motivo la selenite è considerata materiale idrorepellente e, per l’alta resistenza alle intemperie, fin dall’antichità, è stata impiegata in edilizia.

Ne abbiamo una conferma facendo una passeggiata nelle strade del centro di Bologna.

Grazie a recenti scavi archeologici, sono stati riportati alla luce i ruderi delle mura di selenite (v. figura D) costruite molto probabilmente verso la metà del VII secolo d.C. allo scopo di difendere il perimetro centrale della “Bononia” romana dagli attacchi degli eserciti longobardi.

Erano lunghe 1850 metri e correvano lungo un quadrilatero che ricalca le odierne vie de’ Toschi, Farini, Carbonesi, Valdaposa, dei Gessi, Manzoni, San Simone, San Giobbe e Porta Ravegnana.

Arrivando nel centro storico della città ci imbattiamo nelle famose due Torri, gli Asinelli e la Garisenda (edificate alla fine del XI sec.); entrambe, in diversa misura, sono costruite su basamenti in Selenite.

Altro esempio di utilizzo della roccia di gesso nell’edilizia si trova nell’antica Casa Isolani (che si ritiene costruita nel XIII sec.) ove le centenarie colonne in legno di quercia sono conficcate in una base di selenite. Se al posto della selenite fossero stati impiegati dei basamenti di calcare o di arenaria (rocce entrambe porose che trattengono l’umidità) gli antichi tronchi di quercia sarebbero stati condannati a morte precoce, e oggi non potremmo ammirare quelli originali.

Il “carsismo” nei Gessi: la formazione delle grotte.

Il termine “carsismo” ha un’origine geografica: fa riferimento alla regione del Carso (che abbraccia parte della Venezia Giulia, dell’Istria e della Slovenia), ove questo fenomeno si manifesta in forma accentuata e si sono compiuti i primi studi approfonditi.

Nella regione del Carso il suolo è di natura calcarea; fra le numerose grotte scavate dalle acque, sono celebri quelle di Postumia. Noi invece parliamo del “carsismo” su un suolo gessoso, che presenta peculiarità differenti, ma ha ugualmente un’importanza di rilievo. Basti pensare che nella zona del Parco Regionale dei Gessi Bolognesi, sono presenti nel sottosuolo, fra piccole e grandi, circa 250 grotte scavate dalle acque, che si snodano per oltre i 22 Km. di gallerie a tutt’oggi esplorate dall’uomo.

Una delle cavità più note nel Parco, è la Grotta della Spipola, a sud di San Lazzaro, scavata dal Rio Acquafredda, che è l’unica che viene fatta visitare anche a persone prive di preparazione tecnico - speleologica, con l’assistenza di guide autorizzate.

Per capire meglio il “carsismo” nei Gessi più vicini a noi, ritorniamo sul Monte Capra, e seguiamo il percorso del Rio Profondo che scende dal versante Nordovest del monte e lungo il cammino incontra la Vena del Gesso.

Notiamo subito che il lento e continuo lavorio delle acque hanno scavato una depressione a forma di imbuto, profonda 50 metri e lunga 700 metri, che da una larghezza iniziale di 500 metri si restringe a 200 metri: e’ una “dolina” (dallo slavo “dol” = valle).

Il Rio Profondo, arrivato in fondo alla dolina, trova la strada sbarrata da un imponente costone di gesso, chiamato Monte del Castello con riferimento all’antico castello Matildico che si ergeva sopra di esso). L’acqua penetra in una frattura della roccia e, grazie al moto turbolento, scioglie il gesso e forma il cosiddetto “inghiottitoio” ove il rio si inabissa, aprendosi una via sotterranea, una “grotta”, che attraversa tutta la formazione gessosa (v. figura E ).

Il corso del torrente poi ritorna alla luce qualche chilometro più a valle attraverso la cosiddetta “risorgente”, che si trova a monte dell’attuale abitato di Gessi (purtroppo attualmente il rio è stato deviato in un laghetto artificiale che si trova in prossimità dell’inghiottitoio).

Esploriamo la Grotta Gortani.

La via sotterranea, scavata dalle acque del Rio Profondo, ha dato origine ad una grotta di notevoli dimensioni che si sviluppa su un percorso di 2.015 metri, con un dislivello di 45 metri chiamata “Grotta Michele Gortani” (illustre geologo, direttore del Museo Geologico di Bologna).

Questa grotta, nel suo complesso, è la seconda come sviluppo nel Bolognese, dopo la grotta della Spipola, ed è quindi tra le maggiori in Italia. Fu esplorata in modo approfondito nel 1933 dal Gruppo Speleologico Bolognese.

Leggiamo nel libro di Adolfo Belletti “Zola Predosa: preistoria, storia e arte” (edizione 1987) stralci della cronaca di un’escursione nella Grotta Gortani, compiuta dall’autore stesso assieme al figlio sedicenne e ad alcuni speleologi, nel dicembre del 1973:

Procediamo lentamente e con cautela. All’interno della grotta è buio profondo; solo le torce e le luci all’acetilene dei caschi ci danno la possibilità di vedere come muoverci. Il silenzio è assoluto, quasi impressionante. L’ambiente è caldo, l’umidità è molto elevata. […]

Le pareti della grotta lasciano vedere i vari solchi tracciati dalle acque ai diversi livelli di scorrimento. […]

Fra le stazioni 24d e 26d, notiamo uno dei più begli esempi di canali di volta(1) di tutta la cavità. […]

In un cunicolo poco superiore al livello del torrente, si notano soffitti a pendenti gessosi(2). […]

Sulla destra vi è una via d’acqua che proviene dall’alto con stillicidio, e vi sono concrezioni(3) che, in corrispondenza dello stillicidio, formano caratteristiche vaschette, nelle quali si trova una concentrazione di ciottoli di selce. In una delle vaschette è stata trovata una sola “perla di grotta”(4). […]

Durante il ritorno ho modo di osservare attentamente la grotta nei suoi vari aspetti. Dalle strettoie alle vaste sale, ai massi franati, al brillare dei purissimi cristalli di gesso illuminati dalle torce. […]

In alcuni tratti mi rammenta l’atmosfera dell’Inferno descritto da Dante nella Divina Commedia”.

La presenza dell’uomo preistorico nella zona dei Gessi.

Fin dai tempi più antichi, l’uomo ha manifestato interesse per l’ambiente dei Gessi, trovando nelle cavità carsiche non solo riparo e confortevole rifugio, ma probabilmente anche un luogo idoneo all’esercizio del culto sepolcrale e religioso.

Numerosi ritrovamenti testimoniano la frequentazione della zona dei Gessi da parte dell’uomo preistorico.

Durante il PALEOLITICO (età della “pietra antica” che gli studiosi fanno decorrere dalla prima comparsa dell’uomo sulla Terra - circa 3,5 milioni di anni fa - fino a 10.000 anni fa) sappiamo che l’uomo ha vissuto per oltre due milioni di anni nel continente Africano; poi ha iniziato una lenta migrazione nel continente Eurasiatico. Ritroviamo le più antiche tracce della sua presenza in Italia, nel Molise, circa 700.000 anni fa, ma dobbiamo arrivare a circa 450.000 anni fa per avere alcune testimonianze di insediamenti umani in Emilia-Romagna e nella zona dei Gessi.

Probabilmente a quel periodo risalgono i più antichi ciottoli silicei scheggiati da mano umana (i “chopping tools”), recuperati da Luigi Fantini nel 1927 sull’altopiano ​_della Croara. Sono utensili serviti all’uomo per cacciare e strumenti per scuoiare gli animali.

Altri ritrovamenti, in quantità esigua, vengono attribuiti al MESOLITICO (età della “pietra di mezzo” fra gli 8.000 e i 4.500 anni a.C.) e al NEOLITICO (età della “pietra nuova” fra i 4.500 e i 2.500 anni a.C.).

Dai ritrovamenti risulta che l’uomo ora non solo costruisce utensili in pietra levigata, ma ha appreso anche la lavorazione della terracotta. A questi periodi si possono attribuire pochi reperti raccolti ancora nella zona della Croara, oltre a due punte di freccia in selce lavorata e un raschiatoio, rinvenuti sul Monte Capra vicino a Monte del Castello (v. figura F).

Più ricche sono le testimonianze sepolcrali e i ritrovamenti archeologici rinvenuti nella Grotta del Farneto, nella Grotta Calindri e su Monte Capra, relativi alle età in cui l’uomo preistorico inizia la lavorazione dei metalli: l’età del RAME (2.500 – 1.900 a.C. ) e l’età del BRONZO (1.900 – 900 a.C.).

Il IX secolo a.C. segna il passaggio all’età del FERRO, ed i reperti archeologici riferiti a questo periodo appartengono alla fase più antica della civiltà Etrusca, quella definita “Villanoviana” (da Villanova di Castenaso, ove Giovanni Gozzadini individuò le prime testimonianze) e che perdura fino alla prima metà del VI secolo a.C.

In questo periodo si assiste, nella nostra regione, ad un più deciso sviluppo demografico e insediativo dell’uomo, che, dopo aver privilegiato i siti d’altura, ora rivolge il proprio interesse al territorio di pianura, a valle della zona gessosa, dove può intensificare lo sfruttamento agricolo.

È questo il momento in cui vengono gettate le basi per la nascita dei grandi centri urbani, fra cui la “Felsina” etrusca, che poi diventerà la “Bononia” prima Gallica e poi Romana.

Castelli e rocche sui Gessi durante il Medioevo.

Abbiamo visto che il “carsismo”, nella Vena del Gesso, ha predisposto per l’uomo preistorico antri e caverne naturali come luoghi di rifugio e di culto.

Analogamente, nel Medioevo, gli speroni rocciosi di selenite si presentavano come basamenti ideali per la costruzione di castelli, rocche e fortezze da utilizzare come luoghi di difesa di difficile accesso per il nemico.

Sia nell’area dei Gessi Bolognesi, che in quella dei Gessi Romagnoli, furono edificati numerosi castelli, normalmente dislocati in posizioni strategiche, per controllare le vie di comunicazione più importanti.

Sui Gessi Bolognesi ebbero grande importanza: il Castello della Corvara, l’antico Castello Gessaro detto Britto e, nella zona di Monte Capra, il Castello di Gesso in collegamento con la rocca di Gessatello.

Della maggior parte dei castelli e rocche sopra elencati, oggi non restano che pochi ruderi.

Dai documenti storici dell’epoca, si ha notizia che il Castello di Gesso fu costruito al centro di un feudo, attorno ai secoli X e XI, e che nell’anno 1055 era parte delle proprietà della contessa Beatrice di Canossa, madre di Matilde.

La sua posizione, su un imponente bastione di selenite per tre lati inaccessibile, lo rendeva fortissimo (purtroppo i rilievi sui quali sorgeva, nei secoli successivi, sono stati sottoposti ai guasti causati dall’attività delle cave di gesso).

Esso controllava un territorio assai vasto che si estendeva dal Monte Capra a Rigosa, da Tizzano a Olmetola, da Ceretolo al confine con S.Lorenzo in Collina (v. figura G ).

Nel 1108 la contessa Matilde fece costruire la Rocca di Gessatello con funzioni di fortezza militare, a protezione del Castello di Gesso. Gessatello fu costruito in una postazione strategica sul Monte Rocca, che appunto da quella fortezza trasse il toponimo.

L’attività estrattiva del gesso: gessaroli e fornaciai.

Già abbiamo detto come la selenite, per le sue qualità estetiche, di resistenza e facile lavorabilità, sia stata impiegata fin dall’antichità come pietra ornamentale e da costruzione.

Perciò già in epoca Romana nacquero nel territorio della Vena del Gesso le prime cave per l’estrazione della selenite come pietra da taglio. L’attività dei gessaroli, più che un lavoro era considerata un’arte, di lunga tradizione e fama nel Bolognese.

I blocchi e le lastre di gesso, largamente impiegate localmente, venivano esportate anche nei territori limitrofi. Però, a partire dal XIII secolo d.C. la selenite cominciò a perdere di valore commerciale, gradualmente sostituita nelle costruzioni dall’Arenaria.

In parallelo, cominciò ad affermarsi nell’edilizia l’uso del gesso cotto e macinato a polvere, come materiale da presa e impasto per gli stucchi.

Inesorabilmente dunque l’arte dei gessaroli dovette evolversi nel lavoro dei fornaciai. Un lavoro che impegnava molta gente nell’attività di cuocere il gesso al forno e frantumarlo in polvere: un lavoro duro e ingrato, che non risparmiava donne e bambini, e si tramandava di padre in figlio.

Dalle numerose piccole cave a gestione famigliare, si passò alla fine dell’Ottocento ad un’attività meccanizzata.

Nei primi decenni del Novecento le principali cave di gesso in attività nel Bolognese erano quelle di Monte Capra, Monte Donato, San Ruffillo e Ca’ dei Santini presso Monte Calvo.

La tecnica di estrazione in alcune cave, fra cui quella di Monte Capra, sfruttava l’esplosione delle mine; in altre si eseguiva il taglio di intere pareti con il filo d’acciaio.

Nell’anno 1916 la “Rivista del Servizio Minerario” stimava in ben 500 mila tonnellate la produzione annua di gesso cotto nella Provincia di Bologna.

I danni ambientali, ovviamente, erano enormi. Molte grotte carsiche vennero completamente distrutte, altre danneggiate irrimediabilmente e rese pericolanti (come è accaduto per la Grotta del Farneto).

Negli anni ’60 iniziò la dura battaglia condotta dalle Associazioni Speleologiche, Naturalistiche e dai Comuni allo scopo di bloccare l’escavazione.

Molti anni sono stati necessari per raggiungere qualche esito positivo. Varie cave sono state chiuse verso la fine degli anni ’70, le ultime nella seconda metà degli anni ’80, quando il territorio era già stato profondamente segnato.

NOTE:

1L’origine dei “canali di volta” si deve alla presenza, nelle grotte allagate, di un filone centrale dove l’acqua scorreva a maggiore velocità’ e scavava nel gesso del soffitto, anziché’ sul pavimento, la sede di veri e propri canali rovesci.

2Quando i canali di volta, che incidono il soffitto della grotta, sono più di uno e si intrecciano, vengono a crearsi i “pendenti gessosi” che sono simili a tozze stalattiti di selenite che separano i diversi rami del flusso idrico.

3Nelle grotte lo stillicidio continuo di acqua proveniente dalle precipitazioni atmosferiche, ricca di anidride carbonica, in seguito ad una reazione chimica con il gesso (Solfato di Calcio) produce delle concrezioni di Carbonato di Calcio che formano stalattiti, stalagmiti, colate di alabastro e successioni di vaschette.

4Le “perle di grotta” sono concrezioni sferiche di Carbonato di Calcio, denominate Pisoliti, che si formano per stillicidio di acqua piovana all’interno delle vaschette.