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IL “MALE OSCURO…“

Di un verde troppo pallido per essere fatale…

Testo e foto di Donatella Mongardi

Nel corso della vita, ognuno di noi deve, prima o poi, fare i “conti” con un malessere che, fisico o psicologico che sia, finisce, a volte per condizionarci l’esistenza, ed il nostro modo di essere.

Può essere: una incomprensione da bambino; un amore sbagliato da adolescente; una frustrazione nella maturità; una malattia per il debilitato; oppure un'altra cosa…

Insomma tocca un po’ a tutti, più o meno, prima o poi, e non riusciamo a sottrarcene.

Mentre scrivo è la fine di novembre, ed in ogni angolo del mio giardino, quassù a Badolo, con il sopraggiungere del freddo, inizia il lungo letargo vegetale.

Sono sicura che piacerebbe anche a noi umani poterci concedere, come fa la natura, un periodo di stallo, nel quale tutto resta sospeso e lontano da tutto.

Lo si potrebbe usare per meditare, per scaricarci delle nostre ansie quotidiane e cercare di ricaricarci nel modo più opportuno, … ma … a noi non è concesso.

Alla natura invece sì. Per lei c’è l’inverno, mentre a noi deve bastare la notte… Quale ingiustizia!

Però basta pensarci e questo è già sufficiente per consolarci: le piante sono indissolubilmente ancorate al terreno, e là dove nascono, muoiono.

Noi no! Noi, quando l’ambiente si fa ostile abbiamo la possibilità di cercare dei posti migliori ove rifugiarci.

Nonostante questo grande vantaggio, agiamo, a volte da prevaricatori nei confronti della natura.

Dobbiamo tenere presente che anche le piante soffrono e che i malesseri non risparmiano neppure loro.

Si sa che una siccità prolungata, un’improvvisa gelata nella tarda primavera, un fungo che si annida sotto la corteccia, possono trasformarsi in pericolose cause di deperimento.

Non tutti gli “umani” però sanno, (ed agendo come fanno dimostrano che di “umano” non hanno proprio nulla) che i più grandi malesseri alle piante li causiamo proprio noi.

Ed allora vediamo banani e palme, che la caparbietà umana, impacchetta per sfidare i rigori di gennaio.

Vediamo poveri alberi con potature che riducono a ridicoli monconi i rami, stravolgendo così quello che l’arte della natura, tutta vegetale, ha plasmato in veri e propri capolavori d’architettura arborea.

L’ignoranza dei più e l’ignavia di quei giardinieri che, pur avendo la possibilità di proporre ai committenti piante, diversificate che tengano conto delle esigenze delle piante stesse, assecondano solo le esigenze dei committenti ed i loro più assurdi capricci.

Non si può “convincere” un olivo ultra centenario, strappato alla sua terra di origine, ed infossato in un piatto giardino della fredda pianura padana a viverci bene.

Cosa ne resterà dopo qualche anno, quando il malessere causato dal trapianto, sommato alla dignitosa e ricercata vetustà, comincerà a fare sentire i suoi effetti?

Malattie, stenti, e rabbia per i milioni spesi, saranno le uniche realtà rimaste a chi aveva pensato di fare dell’olivo uno “status symbol”.

Ho osservato in questi anni, vissuti in stretto contatto con la vegetazione, talmente tanti soprusi, a danno della vegetazione, che non risparmierò nessuno, quanto meno con l’inchiostro.

Chi ci potrà mai liberare dall’infernale violenza di quel “rullo tritatutto” che viene ora usato per azzerare la vegetazione che cresce ai bordi e sulle scarpate delle nostre strade?

Dopo il suo passaggio c’è sì una bella visibilità per chi, a questo punto, si sente autorizzato a velocizzare le curve.

Ma c’è anche, distruzione. Impossibilità per le erbacee di andare a seme, con il conseguente impoverimento delle specie che, nei fianchi aperti delle strade, avevano trovato un’alternativa di diffusione al di fuori del bosco o dei campi, che ora, quando vengono arati, lo sono fino al bordo delle vie.

Per non parlare di tutti quegli arbusti che rimangono lì stritolati e sfilacciati dal rullo impietoso, che ironia della sorte, per avere sollievo alla propria pena, dovranno aspettare, ancora qualche mese quando, e stavolta, finalmente per loro, riapparirà quell’inferno forgiato a mo’ di rullo tritatutto che li taglierà definitivamente.

E, che dire dell’incuria nella gestione dei nostri boschi? Tanto, noi umani ci facciamo forti del fatto che …“ci pensa la natura!”…

Ma “la natura” non può sapere che magari il bosco in forte pendenza, è stato attraversato da una strada al servizio di una casa, edificata ancora più in basso.

La “natura” così, farà piegare quel carpino, cresciuto dominato, vulnerabile, alto alto, in cerca della luce, fino a sfidare le leggi della gravità. Ma, un brutto giorno, magari con il peso della neve, capitolerà, sradicando quel poco di terra sulla quale si era insediato, invitando l’acqua a scalzare ancora più la zolla facendola ruscellare sulla casa sottostante. Maledetta natura dirà qualcuno!

Sarebbe bastato ceduare in tempo il carpino, noto per non potere mai diventare albero d’alto fusto, utilizzandolo come combustibile.

Ma…noi non impariamo mai troppo facilmente, anzi, preferiamo tagliare querce adulte e faggi, invece che apprezzare lo stesso calore dato dalla combustione del legno di robinia o di carpino.

Ma c’è anche chi, nella razza umana, preso dallo zelo opposto, e maniaco dell’ordine, fa incetta di tutte le ramaglie e foglie cadute, e incurante dei divieti, le scarica nei cassonetti delle immondizie, o le brucia.

E pensare che la campagna per il compostaggio è propagandata da anni.

Però per la gente è forse troppo complicato attuarla, perché è necessario disporre di un apposito contenitore, di aggiungere degli enzimi e dell’acqua, di rivoltarla di tanto in tanto per facilitarne la decomposizione, soffrendo qualche volta degli odori sgradevoli che ne vengono emanati.

Si può semplificare il tutto accumulando le foglie, alternandole con i rametti, che assicureranno un certo passaggio dell’aria.

Con questo sistema il “compost” impiegherà più tempo per trasformarsi in terriccio. Però, se lo si mette in una posizione più defilata, potrà maturare indisturbato, diventando sicuro rifugio per i ricci e gli altri piccoli animaletti del bosco.

Per finire, e non perché ho concluso le mie denunce, vorrei riallacciarmi al discorso iniziale e confidarvi che anche io sono colpita da un “malessere” scatenato da una forte passione.

Amo sì un certo numero di “umani”, ma amo quasi con lo stesso trasporto, tutte le piante e soffro quando le vedo trattate senza rispetto.

Ma, una cosa è certa, a differenza delle piante, il mio “male oscuro” è di un verde troppo pallido per essermi fatale!

N.d.R. Donatella Mongardi ha creato, in questi anni, un giardino botanico con le specie rare ed estinte nelle nostre zone, che si trova a Badolo, ed è denominato “Nova Arbora”, nel quale vengono attuati i principi che sono esposti nell’articolo.

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