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PROGETTI DIDATTICI

L’esperienza della scuola media di Vado

L'incontro con il progetto 10 righe

Siamo gli alunni della classe II A della Scuola Media di Vado e quest'anno abbiamo intrapreso con i nostri professori un'avventura particolare: ci siamo avviati verso la ricerca storica, attraverso la consultazione “dal vivo” di documenti e mappe, per comprendere i cambiamenti del paese in cui viviamo.

In questa avventurosa scoperta ci hanno accompagnato anche alcuni componenti del gruppo di ricerca storica “Progetto 10 Righe” di Sasso Marconi: Giancarlo Dalle Donne, insostituibile compagno di viaggio in aula ed in archivio, Elsa Vaccari e Paolo Michelini, che hanno condiviso con noi la ricerca e la lettura dei documenti storici.

Ora che ci siamo presentati (volevamo stare in 10 righe, come il vostro programma, ci saremmo riusciti?), passiamo ad illustrarvi la nostra esperienza, che abbiamo pensato di suddividere in due momenti: il lavoro di ricerca in classe sulle mappe e sui brogliardi del Catasto Boncompagni di fine '700 e il percorso sul documenti nell'Archivio storico di Monzuno.

In aula, tra mappe e brogliardi

Per questa attività abbiamo utilizzato le fotocopie delle mappe del Catasto Boncompagni, conservate presso l'archivio di Stato di Bologna.

Solo nel 1783 si realizzarono le prime rappresentazioni cartografiche dettagliate delle comunità della montagna, fra cui il comune di Vado e Brigadello (frazione oggi scomparsa), ad opera dei periti agrimensori, che si spostavano a piedi, portando con sé l'attrezzatura necessaria: la pertica (corrispondente a 3,8 metri), la catena (arnese che serviva a misurare i terreni) e la tavoletta pretoriana.

Quest'ultima era una tavoletta sulla quale i periti agrimensori mettevano il foglio sul quale facevano il disegno del terreno. Oltre alle mappe del catasto Boncompagni, abbiamo analizzato anche alcuni dei brogliardi di cui è corredato.

I brogliardi sono dei fogli nei quali sono descritti tutti gli appezzamenti di terreni e le case di un comune, in questo caso Vado. Abbiamo trovato i nomi di alcune zone di Vado, alcuni dei quali sono ancora in uso: Ca’ di Picchio, Ca’ Nova, il Breino, la Borra (in latino borra indicava un ristagno d'acqua), Nuzzano, Casavola, la Campidina, Ca’ de la Ruina (dal termine dialettale "arvenna" cioè frana), Lizzano di Sopra e Lizzano di Sotto, Galvetto, Pizzicarretto e la zona di Vado propriamente detta, corrispondente grosso modo al centro attuale del paese.

Qui - come ci informa il Calindri, uno dei principali "esperti" del tempo - vi erano solo quattro case, oltre al "palazzo" ed alla Chiesa, con vicino il “cimiterio”.

Nelle zone elencate sopra, abitavano, in case sparse, poche famiglie, di cui abbiamo trovato alcuni nomi nei brogliardi: famiglia Cevenini, Nanni, Cinti, Gherardi.

Tutte queste famiglie erano dei “fumanti”, termine che abbiamo trovato nei brogliardi, che significa “piccoli proprietari che abitavano nel contado”, che nella maggior parte dei casi considerati, lavoravano le terre di loro proprietà.

Tra i proprietari di terre, compaiono anche i marchesi Lanzoni Paleotti, appartenenti ad una nota e nobile famiglia bolognese. Costoro vengono chiamati “cittadini” e possedevano terreni e case nelle zone di Ca’ di Picchio, Li Balzi, Lizzano di Sopra e Casavola. I terreni di questi cittadini venivano però lavorati da altre persone.

Oltre ai nomi dei proprietari, nei brogliardi è riportato, per ogni appezzamento con relativo numero catastale, anche l'estensione espressa nelle unità di misura in vigore a quell'epoca: la tornatura, la tavola quadrata e il piede quadro. Bisognava stare molto attenti a fare i calcoli, poiché la tornatura corrispondeva a 144 tavole, mentre la tavola a 100 piedi.

I terreni vengono definiti anche con alcuni aggettivi, infimo, mediocre o buono; i proprietari infatti pagavano le tasse proprio in base alla qualità (all'attitudine cioè per quello che avrebbero potuto rendere) dei loro terreni, indipendentemente dal raccolto che potevano ottenere, quindi avevano tutto l'interesse a sfruttarli al massimo!

Per ogni terreno poi vengono descritte le coltivazioni a cui sono adatti e le piante presenti, e questo ci ha permesso sia di conoscere le colture caratteristiche della nostra zona sia di scoprire termini nuovi, di uso strettamente dialettale, per la cui ricerca ci siamo avvalsi di un “Vocabolario del dialetto bolognese” pubblicato nel 1901.

Molti terreni erano “arativi”, cioè coltivati a frumento e marzatelli, (“marzadel”, piante che si seminavano in primavera, come il granturco, il trifoglio, l'orzo, i piselli, i fagioli).

Vi erano anche canapa, gelsi e viti.

Altri terreni erano prati, atti a produrre “fieno di buona qualità”. Il bosco però è la presenza più ricorrente; infatti vengono nominati boschi di castagni, di querce da cui si ricavavano le ghiande per i maiali, infine boschi di quercioni da “vinciglia”, dal latino “vincilla”, derivato da “vincire”, legare.

Si trattava di fasci di rami teneri e flessibili che venivano dati da mangiare alle pecore. I boschi fornivano anche altro legname, come i “fasci fornasotti”, fasci tagliati corti che venivano bruciati nelle fornaci (dal dialetto “furnasot”, fornace dove si cuocevano materiali, come tegole, mattoni e vasi di terracotta).

Una mattina in archivio

Venerdì 23 febbraio 2001 ci siamo recati in visita all'archivio storico di Monzuno con i nostri insegnanti, Tosti e Cosentino.

Ad attenderci vi erano tre componenti del gruppo di studi "Progetto 10 Righe": Giancarlo Dalle Donne, Elsa Vaccari e Paolo Michelini, che hanno condiviso con noi “l'avventura” tra i documenti storici.

Poiché proprio di avventura si è trattato, ci siamo trasformati in storici, cercando di ricavare, come detective, “indizi” dai documenti, per tentare di ricostruire alcuni momenti della storia del nostro comune.

Il nostro lavoro è stato apprezzato sia dalla Sig.ra Carla Pedrazzi, responsabile dell'Archivio, che dal Sindaco. Entrambi ci hanno rivolto parole di incoraggiamento, sottolineando l'importanza del nostro lavoro di ricerca storica.

La Sig.ra Carla ci ha condotti nell'archivio del Comune che si trova in un locale al pianterreno, a sinistra dell'atrio.

Qui sono depositati i documenti dell'archivio di deposito e di quello storico.

Esiste anche un altro tipo di archivio, quello corrente, che si trova nei vari uffici, perché comprende tutto ciò che serve a portare a termine una pratica. Oggi l'archivio è stato informatizzato ed il comune di Monzuno è stato uno dei primi comuni della montagna ad attrezzarsi in questo senso. Dall'archivio abbiamo preso un faldone (grosso raccoglitore), quello più antico, e lo abbiamo portato nella sala del Consiglio Comunale, messa gentilmente a nostra disposizione per la consultazione dei documenti.

Il documento più antico che abbiamo trovato risale al novembre 1831 (parte dell'archivio è andato distrutto durante la seconda guerra mondiale) e si riferisce a Rapporti politici alla direzione provinciale di Polizia. In alto c'è scritto Governo Pontificio, infatti a quell'epoca Monzuno faceva parte dello Stato della Chiesa.

Il priore, il sindaco di allora, afferma, nella prima parte del documento, che non è accaduto alcun fatto degno di attenzione da parte della Polizia, mentre nella seconda, dice che lo spirito pubblico non soffre.

Leggendo un altro documento analogo del dicembre 1831, abbiamo ipotizzato che in quel periodo la popolazione fosse tranquilla e soprattutto che i rapporti fossero mensili.

Quali erano i luoghi maggiormente sorvegliati dalla Polizia, in un paese di montagna? Lo abbiamo scoperto leggendo un altro documento dell'anno 1832, sempre dal titolo “Polizia” (i documenti sono classificati in base ad un titolario), in cui si parla della necessità di sorvegliare il mercato. Il mercato infatti era un luogo molto affollato, che radunava persone provenienti dalle zone circostanti, m cui, soprattutto nei momenti di compra - vendita, potevano scoppiare delle liti.

Il comune inoltre si occupava di “assistenza sociale”. Infatti in un documento del carteggio amministrativo del 1832, ad una signora che si definisce “miserabile”, viene dato un sussidio di £.180 per essere assistita dalla figlia.

Ci hanno particolarmente incuriosito le espressioni con le quali ci si rivolgeva al Priore, come Eccellenza e Illustrissimo.

In un altro documento, sempre del 1832, un cittadino di Vado chiede al Priore il permesso di poter riaprire l'osteria che era stata precedentemente chiusa, visto che “molti vetturiali e viandanti, battendo il fiume Setta, ivi si fermano necessariamente e in modo speciale nell'inverno”.

Possiamo dunque ipotizzare che Vado fosse un importante luogo di passaggio. D'altra parte il toponimo stesso deriva dal latino “vaduim”, cioè guado, passaggio.

A quell'epoca l'osteria non era solo un luogo di ristoro e di sosta, ma, per i paesi come Vado, rappresentava il fulcro della vita del paese. Era luogo di incontro, visto che la maggior parte delle case erano sparse.

Non solo. Abbiamo anche scoperto che nelle osterie si riscuotevano le tasse! In un documento del 1832 l'esattore comunale di Monzuno avvisa i contribuenti che si troverà il giorno 1 settembre nell'Osteria del Pellegrino a Loiano per esigere la tassa focatico e bestiami.

Il focatico, dal latino “focus”, era una tassa che veniva versata da ogni “focolare”, cioè nucleo familiare, mentre il bestiami era una tassa sul bestiame.

Nel fascicolo denominato “i boschi”, abbiamo trovato un documento del 1841 in cui la commissione Amministrativa di Bologna, che si occupava anche dei boschi, concede al parroco di Trasasso di tagliare rasente terra, centocinquanta tra querce, quercioni e carpini, con l'obbligo di “allevare ugual numero di piante delle specie di quelle che si abbatteranno”.

La proprietà di cui si parla è denominata “i Ronchi”, nome che deriva dal latino “runcare”, cioè tagliare, abbattere.

I contadini infatti quando i loro terreni diventavano improduttivi, ricavano altre terre coltivabili abbattendo i boschi. Tutte le attività legate ai boschi erano dunque controllate; vi erano anche dei registri dei permessi di carbonizzazione. Tale attività era molto diffusa nelle zone di montagna e consisteva nel produrre carbone con masse di legna ricoperte di argilla, con un buco sopra per fare uscire il fumo.

L'ultimo fascicolo aperto è stato quello relativo al 1861, di cui abbiamo analizzato un foglio di famiglia.

In quell'anno il Regno d'Italia fece il primo censimento. La famiglia presa in esame era composta da quattro persone. Abbiamo supposto che si trattasse di una famiglia benestante, perché di solito le famiglie contadine erano molto più numerose, in quanto avevano bisogno di braccia per il lavoro nei campi.

La nostra ipotesi si è rivelata attendibile: la professione del capofamiglia era di possidente contabile.

Classe II A della Scuola Media di Vado - coordinata dai professori Cosentino e Tosti.

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