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Campane e clarinetto

di Cecilia Pelliconi Galetti

I resti della casa del podere denominato CANOVO che, prima dell’ultima guerra mondiale (1939-1945), sorgeva a pochi metri dalla strada lungo la Via Vizzano, esattamente a sinistra sul terreno pianeggiante che si trova fra la località Casazza e la casa del podere Pianazze, sono rimasti per lungo tempo a testimoniare che lì in quel punto, c’era una casa.

Lentamente, col passare degli anni, quei resti sono scomparsi; prima le erbacce e poi l’erbetta normale sono cresciute sulle macerie. Già da molto tempo di quella casa non è rimasta nessuna traccia.

Quando mi capita di transitare per quella strada, in quel tratto preciso che io ben conosco (perché durante la guerra abitavo nella località Casazza), mi sembra di vedere quella casa e davanti ai miei occhi appare la famiglia di Ludovico Commissari; sul muro a destra dell’entrata vedo la vecchia porta e la finestra del piccolo locale dove abitavano due anziani coniugi. Odo il canto del gallo, ritto sul letamaio e vedo le galline razzolare nei pressi di tante capannine in fila, che dalle grate degli sportelli, lasciano intravedere tanti coniglietti bianchi, mentre il maiale grugnisce nel porcile situato sotto il forno dalle tegole rosse; mi sembra anche che nel campo intorno le spighe granite dondolino al vento.

Dato che la mia immaginazione non si ferma, vedo anche i vecchi coniugi uscire dalla porta sorridenti e salutare con la mano.
Poco tempo dopo il mio arrivo alla Casazza, conobbi la famiglia Commissari ed i coniugi che abitavano nel piccolo locale della casa Canovo; veramente nel ricordarli ora, quei coniugi non erano molto vecchi, ma dimostravano più anni di quelli che effettivamente avevano. Lui era un uomo alto, ben messo, di poche parole, che dimostrava una grande forza interiore, egli veniva chiamato da tutti col cognome: Dala.

Lei si chiamava Filomena, ma come tutte le Filomene di quei tempi, veniva chiamata Filòma.

Io ero stata informata del grave dolore subito dai coniugi Dala: essi avevano perso il loro unico figlio durante gli ultimi giorni di combattimento della grande guerra (1915 – 1918). Avevano appreso la tremenda notizia proprio il 4 novembre 1918, cioè il giorno in cui tutti erano in festa per la tanto desiderata fine della guerra. Tutte le campane suonavano a festa, mentre la gente batteva le mani, anche Dala che era un campanaro e si trovava sulla torre campanaria del proprio paese.

Conobbi la Filòma un giorno in cui lei, con la roncola e due sacchetti, raccoglieva l’erba (avendo cura di tenere divisa la qualità delle erbe) per il maiale e per i conigli di razza bianca che allevava con capacità e passione.

Il corpo della Filòma era minuto e rinsecchito, le rughe si accentuavano sul viso soprattutto quando sorrideva, i capelli bianchi che le ombreggiavano la fronte, erano sempre coperti da un fazzoletto scuro legato sotto il mento.

Il suo parlare era frettoloso, sembrava quasi che avesse fretta di concludere il racconto di un giorno che lei chiamava maledetto. Infatti quel giorno stesso, dopo avermi brevemente raccontato i momenti lieti della sua vita, mi parlò del figlio, mi fece di lui un racconto particolareggiato, evidenziando le tante belle e buone doti del suo ragazzo, ma soprattutto lo elogiò perché aveva studiato musica e suonava il clarinetto in un complesso bandistico; mi raccontò del giorno maledetto, di quando ebbe l’impatto con la tragica realtà.

Pianse, si asciugò le lacrime con la punta del grembiule, mi guardò e disse: “Perché l’uomo fa gli strumenti musicali, fabbrica le campane...e poi fa la guerra?” Non risposi a quella domanda semplice, ingenua, carica di grande significato. Essa si alzò, abbassò la voce e poi mi disse che alla sera, quando andava a letto, desiderava tanto dormire, ma sentiva sempre il rombo del cannone che le spezzava il cuore...Lei mandava via quel rombo...Allora udiva il suono delle campane; quando il suono delle campane si allontanava...arrivava come un refolo il suono del clarinetto, ed essa finalmente si addormentava cullata da quella musica.

La donna era al corrente dell’inizio di un’altra guerra imminente, ma non gliene importava niente, si preoccupava per suo marito, per lei il mondo era finito. Un mattino dei primi giorni di novembre 1944, vedemmo il vecchio Dala con un sacco sulle spalle. Si fermò sulla strada all’ingresso della Casazza, spinse lo sguardo su al rifugio antiaereo da dove noi lo stavamo osservando, alzò la voce e ci chiese se avevamo una carriola, perché lui doveva andare al molino di Ponte Albano a macinare il grano, in quanto lui e sua moglie erano rimasti senza farina. Purtroppo non potevamo aiutarlo, non avevamo nessun mezzo, lo consigliammo di non proseguire con quel peso sulle spalle, poi era pericoloso inoltrarsi verso il ponte, gli aerei e le granate non sarebbero certamente mancate, come sempre ogni giorno; lui fece un cenno di ringraziamento, poi riprese il cammino. Quando verso sera ci ritirammo dentro il buco antiaereo per passarvi malamente la notte, una donna di passaggio ci disse che Dala si era sentito male al molino ed era morto lì, mentre il suo sacco si riempiva di farina. Il mattino seguente, noi, con grande emozione, stavamo in piedi davanti al rifugio. La natura che, come sempre, ignora la cattiva sorte dell’uomo, dipingeva di rosa il cielo all’orizzonte, mentre una nebbiolina leggera cadeva sulla siepe e sulla strada dove transitava un barroccio carico della salma di Dala, coperta da un misero panno. Una persona triste e piegata trainava il barroccio, un’altra persona, sempre triste e dimessa, spingeva dietro.

La paura che sempre mi invadeva al solo pensiero di allontanarmi dal rifugio, non mi lasciò affrontare quella piccola discesa fino alla strada, rincorrere quello strano funerale e fare tante domande a quelle persone chine e tristi. “Dove lo portate? Siete diretti al cimitero di Vizzano? Lo portate almeno per un attimo nella sua casa? Troverete qualcuno che sarà disposto ad inchiodare quattro assi, o lo coprirete così con la terra addosso? Sapete qualche cosa di sua moglie?” No, non ebbi il coraggio di muovermi. “Povera donna! Dissi. Congiunsi le mani per una preghiera, poi aggiunsi: “La Filòma muore...muore anche lei!” aggiunsi ancora con convinzione. La particolarità del momento non mi aiutò a non sentirmi in colpa per non essere andata di corsa da lei, per dirle una parola, oppure per ascoltarla, se avesse voluto lei dirmi qualche cosa. Un improvvisa oscurità, dovuta ad una nuvola pellegrina che in quel momento passava davanti al pallido sole autunnale, consentì a scolpire nel mio cuore un ricordo amaro.

Dopo la fine della guerra, seppi che la Filòma, nello stesso momento in cui apprese la notizia della morte del marito, cadde in uno stato di semincoscienza. Era tranquilla, serena, nei momenti di lucidità, diceva di non udire più il rombo del cannone che le aveva fatto tanto male al cuore, ma che ora nella sua mente era rimasto soltanto il gioioso suono delle campane e la dolce musica del clarinetto.

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