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DALLO STATO PONTIFICIO ALLO STATO UNITARIO

di Rino Nanni

La liberazione di Bologna

La sera dell’11 giugno 1859 le truppe austriache, che da dieci anni occupavano Bologna, cioè da quando avevano sopraffatto nel maggio del ’49 la resistenza repubblicana, ricevettero l’ordine di sgombrare la città. La battaglia di Magenta e la conseguente avanzata dell’esercito franco-piemontese in Lombardia avevano infatti costretto il comando imperiale a ritirare a nord del Po le truppe dislocate nelle Legazioni.

Alle tre del mattino del 12 giugno le ultime truppe austriache lasciarono la città. Immediatamente i patrioti organizzati nella “Società Nazionale”, che da tempo si erano preparati all’evento, occuparono i punti strategici della città, mentre una grande folla si adunava in Piazza Maggiore. Lo stemma papale veniva abbassato da Palazzo D’Accursio e sostituito dalla bandiera tricolore. Alle nove l’ultimo Legato di Bologna, il Cardinale Giuseppe Milesi-Ferretti era costretto a partire.

Secondo gli accordi presi in precedenza, la magistratura comunale con un proclama al popolo annunciava che, essendo la città e la provincia senza “rappresentanza governativa”, il Municipio aveva deciso di nominare una “giunta provvisoria di governo”, composta dal marchese Gioacchino Napoleone Pepoli, dal conte Giovanni Malvezzi, dal marchese Luigi Tanari, dal professor Antonio Montanari e dall’avv. Camillo Casarini: cioè gli uomini che avevano organizzato e diretto il moto insurrezionale. La giunta provvisoria, con un suo proclama, affermava che il primo compito di Bologna era quello di prendere parte alla guerra di indipendenza e annunciava di aver deciso di offrire la dittatura a Vittorio Emanuele II°. Lo stesso giorno, con un telegramma, lo comunicava al conte di Cavour a Torino.

Ben poche giornate hanno segnato nella storia bolognese una svolta tanto importante. Quel giorno si concludeva pacificamente una lotta tenace, che durava da quasi settanta anni con alterne vicende di rivoluzioni e di restaurazioni imposte dalle armi straniere. Era la quarta volta, dopo le rivolte del 1796, del 1831, del 1848 e fu “per sempre” come commentò il Malvezzi. Il 7 settembre ‘59, l’assemblea delle “Romagne” approvava e lanciava il “plebiscito” che avvenne il 12 marzo 1860.

E’ ormai generalmente ammesso dagli storici che una delle ragioni del trionfo finale del Risorgimento fu la crisi interna dei vecchi stati italiani, la loro incapacità di rinnovarsi e di soddisfare le esigenze di progresso imposte dallo sviluppo della società borghese. Lo stesso Piemonte poté rinnovarsi e divenire uno stato moderno a patto di essere nucleo del nascente stato unitario superando le rivalità e i contrasti fra regione e regione, fra città e città…”

(G. Candeloro, Almanacco del Centenario, ed. Due Torri, Bologna 1959)

Nell’ambito di queste lotte Bologna rappresentò dalla fine del settecento fino al 1859 una forza di opposizione: ebbe anzi in vari momenti una funzione di guida dell’opposizione laica, liberale e nazionale contro l’oligarchia romana. Tuttavia non vi fu, in questa opposizione, un impulso progressista, ma una resistenza municipalistica e aristocratica di carattere conservatore. Le antiche franchigie comunali, che i bolognesi trovarono confermate, servivano soprattutto a garantire alla potente aristocrazia fondiaria che componeva il Senato della città, una serie di privilegi, primo fra tutti quello fiscale: la proprietà nobiliare, assolutamente prevalente nella provincia bolognese era infatti esente da qualsiasi imposizione fondiaria. Quando fra il 1780 e il 1790, Pio VI, con la collaborazione del Legato cardinale Ignazio Boncompagni-Ludovisi, volle attuare una rilevazione catastale di tutte le proprietà nobiliari e, sulla base di essa, stabilire una imposta fondiaria (analogamente a quanto si era fatto in Lombardia con il censimento generale di Maria Teresa) “…la nobiltà bolognese condusse contro questa riforma una lotta quanto mai aspra facendo appello al sentimento municipale sempre assai vivo.” (op. cit., p.13) Non mancarono comunque alcuni uomini di idee illuministiche, come il fiorentino Giovanni Ristori e Giuseppe Compagnoni, entrambi futuri giacobini, che sulla rivista “Memorie Enciclopediche” appoggiarono quella riforma. Ma nel complesso la resistenza dell’aristocrazia ebbe successo. Il fatto che la città godesse di privilegi rispetto alla campagna, sulla base di situazioni formatesi durante l’età comunale, favorì la nobiltà senatoria.

​_Riflessi della rivoluzione francese

Quando dal 1790 cominciò a farsi sentire anche a Bologna il contraccolpo della rivoluzione francese, fra i primi innovatori, che si dicevano o erano detti “giacobini”, venne riesumato il programma elaborato da Luigi Zamboni prima del suo disperato tentativo insurrezionale. Ed anche dopo l’arrivo dei francesi, nel giugno 1796, la Repubblica Bolognese, sul finire di quell’anno confluita nella “Cispadana”, ebbe, nella fase iniziale, un carattere municipale aristocratico. Ma era inevitabile che Napoleone colpisse i privilegi dell’aristocrazia senatoria, soprattutto imponendo quella riforma fiscale. Si iniziò cosi, nel 1796 una trasformazione politico-sociale, il cui risultato fu la rottura del predominio assoluto della nobiltà e lo sviluppo di una parte della borghesia. La società prima cristallizzata in forme feudali o semifeudali, acquistò dinamismo. L’abolizione dei feudi e di tutti i vincoli che ostacolavano i liberi passaggi delle proprietà, la vendita dei beni ecclesiastici, l’abolizione dei privilegi fiscali, l’introduzione del Codice Napoleonico, la creazione di ordinamenti amministrativi, finanziari, militari, scolastici, l’inserimento delle Legazioni nella “Cisalpina” e poi nel regno italico, favorirono in senso borghese una parte dell’aristocrazia. Il bilancio del dominio napoleonico in Italia e in particolare nelle Legazioni fu notevolmente positivo. Comincia allora a formarsi una nuova classe dirigente, composta in parte da vecchie famiglie nobili, ma in gran parte da elementi della borghesia terriera, mercantile e delle professioni. Sono uomini che fanno carriera nella burocrazia e nell’esercito e che nello stesso tempo si arricchiscono, sono spregiudicati e un po’ cinici che, dopo aver fatto i giacobini nel ‘96, diventano docili servitori di Napoleone. Antonio Aldini, per dieci anni segretario di stato del Regno Italico fu un rappresentante tipico di questa nuova classe. Tuttavia non sembra che nelle campagne bolognesi in quegli anni le trasformazioni tecniche e il mutamento dei rapporti di produzione assumessero proporzioni tali da modificare profondamente la struttura sociale, che continuò ad essere caratterizzata da una prevalenza della mezzadria. Anche i lavori di bonifica, ripresi nella seconda metà del settecento e continuati nei primi anni dell’ottocento, subirono un forte rallentamento. In realtà se si esamina la struttura sociale di Bologna e delle Legazioni fra il 1796 e il 1815, e anche dopo, fino al 1859, si vede quanto fosse difficile creare tra gli altri ceti e strati sociali una concentrazione di interessi paragonabili a quella formatasi fra alta borghesia e aristocrazia terriera. Gli abitanti delle campagne braccianti, mezzadri, coltivatori diretti, furono in genere ostili a Napoleone, dal quale ebbero pochi vantaggi e molti pesi.

Le società segrete

Le prime impostazioni repubblicane-unitarie si trovano negli scritti di alcuni “giacobini” nel triennio 1796-99. In questo ambiente fioriscono le società segrete, delle quali a Bologna e nelle legazioni, soprattutto fra il ‘15 e il ‘31, fecero parte molti elementi dell’aristocrazia e dell’alta borghesia. Abbiamo la misteriosa “società dei Raggi” che si sarebbe proposta di liberare l’Italia, tanto dal dominio francese quanto da quello austriaco: gli “Adelfi”, i “Guelfi”, i “Carbonari”, gli “Apofasimeni”, la “Giovane Italia”, la “Società Nazionale”. La rivoluzione del ‘31 fu diretta da quelli che Ciro Menotti chiamò “i liberali vecchi”, come Giovanni Vicini che ne fu notevole dirigente. Dopo il 1840 viene avanti una nuova generazione di liberali moderati che ha il suo tipico rappresentante nel giovane Marco Minghetti. Dopo il ‘43 aderiscono all’impostazione politica giobertiana o neoguelfa e accettano il metodo dell’agitazione legale propugnata dal D’Azeglio nel ‘46. Questi erano cattolici liberali o solo liberali convinti della necessità dell’accordo con la chiesa. Del resto a Bologna i sacerdoti favorevoli non mancavano. L’insuccesso del “memorandum” sulla laicizzazione e sulle autonomie locali, lo statuto emanato da Pio IX nel ‘48 sgretolerà l’illusione neoguelfa.

L’evoluzione dei democratici dopo il ‘31 consiste nella penetrazione delle idee Mazziniane. Tuttavia l’influenza pratica resta limitata. Ma gli eroismi del ‘48 e del ‘49, la giornata dell’8 agosto, l’ultima resistenza del maggio ‘49, il contributo dei volontari bolognesi alla campagna del Veneto del ‘48, alla difesa di Roma nel ‘49, dimostrano quanto sia radicata nel popolo il sentimento nazionale. La rete mazziniana nelle legazioni, sotto la guida del “Comitato Nazionale” si estese fra il ‘49 e il ‘53, il comitato bolognese fu diretto da Giovanni Righi. Poi nel ‘58 si formò la “Società Nazionale” a capo della quale vi furono Luigi Tanari, Pietro Inviti e Camillo Casarini. Il partito moderato riprendeva cosi in mano la direzione che aveva perduto col programma neoguelfo del ‘48.

II giugno decisivo

Ma nonostante la “Società Nazionale” non si può dire che i moti del 12 giugno fossero stimolati da Cavour. Il Minghetti che nell’aprile del ‘59 era a Torino segretario del ministero degli esteri, si limitò a consigliare, ai dirigenti rimasti a Bologna, di non muoversi prima della partenza degli austriaci. Il consiglio di offrire la dittatura a Vittorio Emanuele si preoccupava prima di tutto dell’ordine pubblico e di evitare ogni tentativo repubblicano. In quel momento la guerra di indipendenza era per tutti il problema essenziale e sia per Cavour, sia per i moderati era importante impedire uno sviluppo rivoluzionario in senso repubblicano. Le sorti della guerra in Lombardia erano ancora indecise prima della battaglia di Solferino che avvenne il 24 giugno. Vittorio Emanuele rifiutò la dittatura, ma accettò la direzione delle forze che nelle Romagne volevano partecipare alla guerra.

Furono mesi molto difficili quelli fra Villafranca e il plebiscito. Cavour si era dimesso e il governo Lamarmora-Rattazzi ebbe un atteggiamento incerto e ondeggiante. Il 19 ottobre Farini aveva scritto a Torino: “Se il governo del Re non si risolve a qualche altro partito il quale addimostri che non invano disse che userebbe i diritti conferiti dal voto popolare a beneficio comune, incomincerà ad aver forza l’opinione di coloro i quali vorrebbero che l’Italia centrale facesse qualche tentativo per sommuovere la meridionale. Alla lunga non si mantiene questa disciplina di dipendenza da Torino, se Torino sta con le mani alla cintola e dipende tutto da Parigi! O il Re può e vuole governare e moderare la rivoluzione dell’Italia centrale, o la rivoluzione alla fine governerà tutti.” (Candeloro, op. cit. pag. 24) Sotto il governo Farini il processo di unificazione col Piemonte fu portato avanti con energia e rapidità. Con un decreto del 27 dicembre si stabiliva l’entrata in vigore di tutti i codici del Regno Sardo. Ma non fu senza danni. Lo stesso Farini ebbe a dire: “Ad anno nuovo da Piacenza a Cattolica tutte le leggi, i regolamenti, i nomi e anche gli spropositi saranno piemontesi.” I moderati che dieci anni prima erano federalisti, furono dominati nel ‘59 e nel ‘60 da una specie di ossessione centralistico-unitaria, di cui poi alcuni si liberarono negli anni successivi.

C’è da notare che mentre per le elezioni dell’assemblea delle Romagne erano esclusi dal diritto di voto i salariati e i mezzadri che non possedevano beni immobili, per il plebiscito ebbero il diritto di voto tutti i cittadini che godevano dei diritti civili. (Sul sistema elettorale da quel periodo e fino al 1945, torneremo in un prossimo numero della rivista. ndr). Comunque per il plebiscito, su una popolazione dell’Emilia calcolata in 2.127.100 abitanti, vi furono 526.218 elettori iscritti alle liste, dei quali 427.512 votarono: 426.006 furono per l’annessione, 756 per il regno separato, 750 furono i voti nulli. La creazione dello stato unitario fu un evento storico di fondamentale importanza, anche se rimasero in gran parte estranei ed anche ostili le masse contadine.

Ordine del giorno votato dalla assemblea nazionale delle Romagne, il 6 settembre 1859:

NON PIU’ IL GOVERNO PAPALINO!

considerato che questi popoli dopo aver avuto statuti e leggi proprie, e nel principio del secolo presente fatto parte del Regno Italico, furono nel 1815 senza il consenso loro posti sotto il governo temporale pontificio, e che questo senza ripristinare le antiche franchigie distrusse i buoni ordini nuovamente introdotti;

considerato che tale governo colla mala sua amministrazione riconosciuta dalla Europa afflisse i sudditi, onde la storia di queste provincie d’allora in poi fu una dolorosa vicenda di rivoluzione e di reazione, tanto che alla fine le misure eccezionali e gli stati di assedio divennero le regole ordinarie di governo;

considerato che ciò produsse grave danno alla pubblica prosperità non solo, ma pervertimento del senso morale nelle popolazioni e pericolo incessante della quiete d’Italia e d’Europa;

considerato che tornarono inutili le preghiere dei popoli e i consigli dei potentati d’Europa, che ogni altro tentativo di riforma fu vana: che le promesse furono sempre deluse;

considerato che tale governo non seppe neppure difendere la vita e la proprietà dei suoi sudditi;

considerato che abdicò di fatto la sovranità, dandone le più nobili prerogative in mano dei generali austriaci che tennero per molti anni il governo civile e militare di queste provincie e ne fecero strazio;

considerato che se questi popoli hanno voluto adempiere all’obbligo loro di partecipare alle guerre d’indipendenza, dovettero farlo contro le dichiarazioni sovrane e malgrado gli impedimenti di ogni maniera;

considerato che questo governo è incompatibile con la uguaglianza civile, colla libertà e colla nazionalità italiana;

considerato che alla partenza degli austriaci il governo temporale pontificio cadde ad un tratto, che non può reggersi con forze proprie, ma solo con armi straniere o mercenarie, per cui sarebbe impossibile la quiete pubblica e l’ordine stabile;

considerato infine che il governo temporale pontificio è sostanzialmente e storicamente distinto dal potere spirituale della Chiesa, cui questi popoli professano piena riverenza;

Noi rappresentanti dei popoli delle Romagne, convenuti in generale assemblea, appellandone a Dio della rettitudine delle nostre intenzioni;

dichiariamo

che i popoli delle Romagne, rivendicato il loro diritto non vogliono più governo Temporale Pontificio. “

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