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LE TORRI DI JANO

di Raffaele Mazzanti

Questo che provo a raccontare (non essendo uno storico), più che una storia è un racconto indiziario, un tentativo di interpretazione che nasce da una serie di osservazioni sulla costituzione materiale dei luoghi di Jano: geomorfologia, architettura, organizzazione del paesaggio, percorsi, punti di vista e orizzonti visuali, tengono il posto dei documenti scritti che non ho (ma non mi risulta che altri più qualificati di me siano stati in grado finora di trovarne).

E’ mia convinzione che ì luoghi stessi, se sappiamo interrogarli, possano fornirci molte informazioni utili per capire qualcosa di quella lunghissima e complessa stratificazione di eventi che, attraverso il tempo, li ha portati ad essere ciò che sono oggi ed a presentarsi così davanti a noi, spettatori il più delle volte ignari e distratti o attori inconsapevoli dell'importanza della scena sulla quale siamo chiamati a recitare – provvisoriamente - la nostra parte.

1. Subito dopo la Rupe, per chi viene da Bologna lungo la valle del Reno, Jano è la prima testimonianza di un tipo di insediamento rurale collinare diverso da quelli incontrati fin qui; un tipo "nuovo" che poi diventa comune mano a mano si salga ancor più verso la montagna.

Non più le case sparse delle aziende agricole a conduzione mezzadrile che caratterizzano il paesaggio formatosi a partire dal '400 nel fondovalle e nei primi versanti collinari sul lato ovest del Reno, ma un insediamento fatto di borghi dove si raggruppano case, stalle, fienili, chiese ed osterie al servizio di aziende agricole molto più ampie che comprendono grandi superfici boscate, vaste zone impervie e modesti appezzamenti di terreno pianeggiante.

La Rupe segna un mutamento geo-morfologico importante: qui, dove la valle si stringe e le pendici dei rilievi si fanno più ripide, finisce l'area collinare e comincia la montagna. E' naturale, al di qua e al di là della Rupe, trovare paesaggi, economie e storie diverse.

A Jano l'uomo si è insediato probabilmente in tempi antichissimi, come i ritrovamenti di reperti preistorici nei valloni adiacenti sembrano testimoniare o quelli di cui si favoleggia riguardo a frammenti di statuette o di vasellame etruschi che affiorerebbero dal terreno in occasione di lavori di aratura profonda; il toponimo di Jano, al pari di quelli che dedicano a divinità pagane molti dei monti e dei luoghi di queste vallate (Venere, Giunone, Bacco, Pan, Adone), ce ne conferma il popolamento e l'importanza in epoca precristiana.

Nulla a Jano testimonia dell'esistenza di insediamenti gallici o romani, ma sarebbe strano che questo piccolo pianoro facilmente coltivabile e questo eccezionale punto di osservazione e di controllo della valle del Reno, fossero sfuggiti alle azioni di colonizzazione di quelle genti o non fossero serviti alle loro esigenze difensive. La Torre o, meglio, le Torri sono quindi gli edifici più antichi che restano oggi di quanto a Jano è stato costruito a partire dal lontanissimo momento dei primi insediamenti umani.

La guida di Sasso Marconi di Bertocchi dice della presenza a Jano di una torre cinquecentesca(1).

Pur non essendo a conoscenza di documenti che possano smentire questa datazione, da molti indizi sono portato a credere che, per quel che riguarda la Torre di Jano ed i nuclei originari dei gruppi edifici che si affacciano sul pianoro centrale di questa località, essa sia da portare indietro di almeno tre secoli. L’osservazione di questi edifici e la cronologia di alcuni avvenimenti fondamentali della storia medievale di questa parte del territorio bolognese, mi fanno ritenere che questa ipotesi non sia azzardata(2).

Sono, infatti, convinto che ciò che troviamo ancora oggi a Jano derivi in linea diretta da un forte impianto insediativo di età medievale: Jano, con i suoi piccoli borghi (Poggiolo, Chiesa, Torre, e poi, più in alto, Ca’ del Ferro e Calvane) e i suoi tanti misteri non ancora chiariti, è l’esempio di una delle tante storie che il territorio di Sasso Marconi ci può raccontare.

2. Occorre dire prima di tutto che l’edificio denominato “TORRE DI JANO” non è l’unica torre della zona, anche se resta oggi l’unico riconoscibile in quanto tale: qui, infatti, di torri ce n’erano almeno altre quattro.

Una è contenuta nel campanile della chiesa, che venne realizzato nel XVIII secolo sopraelevando un edificio più antico, come si può rilevare dal carattere della muratura della sua parte inferiore ancora visibile all’interno: non si potrebbe spiegare altrimenti che con la preesistenza di una torre la sproporzione esistente fra le dimensioni imponenti del campanile e quelle modeste della chiesa. Qui non è il campanile a stare accanto alla chiesa ma viceversa.

Una torretta più piccola è poi ancora visibile, anche se sconciata da interventi recenti, sull’angolo della casa che salendo si incontra prima della curva che porta alla chiesa (Ca’ dei Bernardi).

La terza e la quarta torre sono ancora leggibili, benché inglobate in edifici più ampi: la prima di queste è identificabile nella casa che oggi è del Prof. Testa; la seconda nella parte centrale della casa oggi di proprietà Graziosi. Si tratta, in entrambi i casi, di edifici complessi che hanno conosciuto fasi successive di trasformazione ed ampliamento. Queste due ultime torri, insieme alla torre di Jano vera e propria, stanno lì dove il pianoro finisce e la strada comincia ad inerpicarsi sulle pendici più ripide che portano alla Ca’ del Ferro e al monte Castellaccio.

Il nome di questo monte ci dice che su di esso (dalla cui sommità si gode di una straordinaria visuale della valle del Reno verso Marzabotto e l’alta valle da un lato, verso la Rupe e Bologna dall’altro) doveva esserci un luogo fortificato probabilmente già in rovina quando si convenne di denominarlo in modo così dispregiativo.

Se si può dire con quasi assoluta certezza che nessun “castello” dovette più essere costruito da queste parti dall’inizio del ‘300 in poi, si può ragionevolmente ritenere che le torri (che dovevano far parte dello stesso sistema difensivo del castello distrutto) risalgano ad un periodo precedente.

3. Anche alcune considerazioni che si possono fare circa i caratteri costruttivi della Torre di Jano, portano a retrodatare l’epoca della sua edificazione rispetto all’ipotesi avanzata da Bertocchi.

La qualità della muratura in pietra squadrata della Torre si distacca nettamente da quella degli altri edifici che le si addossano: ordinata e realizzata con grande maestria la prima, realizzata prevalentemente con materiali non pre-lavorati e disposti un po’ alla meglio anche per la presenza di molti ciottoli arrotondati la seconda(3).

Se i caratteri costruttivi delle diverse parti del complesso rivelano differenze significative di qualità dei materiali, di abilità delle maestranze impegnate nella realizzazione e quindi, probabilmente, di potenzialità economica della committenza, sembra ragionevole pervenire anche per questa via alla conclusione che per il complesso edilizio denominato “la Torre di Jano” si deve parlare di una lunghissima stratificazione di interventi fatta di addizioni successive a partire da un nucleo iniziale antico (la Torre) fino alla realizzazione della Villa (dove ha sede oggi il ristorante) sul finire del XIX secolo.

Fra un corso e l’altro delle pietre della Torre, troviamo oggi strati di un materiale dall’apparenza e dalla consistenza di legno sbriciolato che, dalle analisi eseguite, si è rivelato essere letame che ha subito un lunghissimo processo di mineralizzazione: ebbene la mancanza dell’uso di leganti idraulici per tenere insieme le parti della muratura e la disposizione di strati di letame per regolarizzare i piani di appoggio dei corsi di pietra, è una pratica che si può fare risalire al XII – XIII sec.

Un importante portale ad ogiva (affiancato dall’unico segno di una compagnia di “magistri” comacini trovato finora nel complesso) si apre al primo piano nel muro di levante della Torre: questo fatto, unitamente alla presenza di fori regolari nella parte esterna della muratura da una certa altezza in poi (fori che testimoniano della probabile presenza di balconate in legno sporgenti), fa pensare di nuovo ad una originaria funzione difensiva della Torre; il portale d’ingresso al primo piano ed i fori per alloggiare le mensole d’appoggio delle balconate, mal si conciliano con l’ipotesi di una costruzione del XVI secolo (quando la situazione politica di questa parte del territorio bolognese era già stata pacificata), mentre si giustificano se la facciamo risalire all’età delle lotte per il dominio della montagna, a quando cioè l’area conquistata da Bologna si arrestava alla Rupe mentre la zona immediatamente a monte rimaneva ancora sotto il dominio feudale dei Conti da Panico.

Paganino era il nome di uno dei membri di questa famiglia: ne conserva la memoria il toponimo del borgo posto sulla Porrettana proprio all’inizio della strada che porta a San Leo ed a Jano. Alleati dei ghibellini esiliati dalla città governata dalla parte guelfa, i Panico nel 1305 vennero sconfitti dai bolognesi che così conquistarono e “pacificarono” definitivamente anche questa parte della montagna. Tracce di altre aperture si trovano poi anche a livello dell’appoggio della torre sulla roccia naturale e sul prolungamento della parete sud della torre stessa; questo potrebbe far pensare all’esistenza di una costruzione più bassa affiancata fin dall’origine alla torre oppure a quella di una corte recintata; indagini più approfondite sulle murature oggi coperte di intonaco potrebbero fornire nuovi elementi di conoscenza sulla storia dell’edificio ma il lunghissimo tempo della sua vita e la quantità delle trasformazioni subite fanno pensare che molte domande circa la sua configurazione iniziale siano destinate a rimanere senza risposta.

4. La Torre quindi all’origine era quasi certamente una “macchina bellica” e, per questo, aveva una ragione di esistere prima dell’inizio del ‘300, non dopo.

Se si osserva infine la parte terminale in alto della Torre, si può notare la presenza, subito al di sotto delle travi del tetto, di alcune parti di muratura in mattoni; come se per qualche evento alcune porzioni della muratura in pietra squadrata fossero state demolite per essere poi, più tardi, ricostruite con materiali diversi per realizzare un nuovo piano di appoggio regolare per la copertura.

Questo dettaglio, che ad una visione superficiale può passare inosservato, coincide con quanto si può vedere in altre torri medioevali appenniniche le cui sovrastrutture “belliche” in legno vennero demolite dopo la sconfitta dei signori feudali della montagna(4).

Le torri, scapitozzate e private delle balconate in legno sporgenti dalle quali gli armigeri potevano difenderle dagli attacchi nemici, dopo di allora restano lì, per lungo tempo, mute testimoni del passato ed insieme di una nuova situazione politica.

Quando più tardi vennero di nuovo coperte per adattarle a differenti usi pratici (magazzini, abitazioni, campanili ecc.) si trovò evidentemente più comodo ricostruire il piano di posa del tetto usando materiali più poveri e più leggeri da trasportare (come i mattoni) rispetto alle vecchie pietre squadrate che erano state buttate a terra. Spesso poi gli ultimi piani delle torri vennero ri-usati come colombaie; un uso non soltanto funzionale all’economia delle aziende agricole, ma anche altamente simbolico per edifici che erano nati come “macchine belliche”: anche l’ultimo piano della Torre di Jano venne ri-utilizzato come colombaia, ed i fori per l’andirivieni dei colombi li troviamo tutti nella fascia dove compaiono i mattoni.

Ancor più radicale e definitiva di quella delle torri dovette essere la demolizione del castello di cui resta la memoria nel toponimo del monte Castellaccio e – forse – alcune tracce di muri nascosti fra le sterpaglie nel bosco sul fianco del colle.

5. La presenza del castello e di un certo numero di torri fa pensare, in conclusione, che Jano – insieme a Luminasio – fosse un importante centro fortificato, rivolto verso la valle e verso Bologna, luogo avanzato di un più ampio sistema difensivo di crinale culminante nelle zone di Lagune e di Medelana.

Le torri medioevali sarebbero quindi i nuclei originari attorno ai quali si svilupparono nei secoli successivi le costruzioni che costituiscono oggi i piccoli borghi che troviamo a Jano: Chiesa, Torre e, con ogni probabilità, Poggiolo. E’ storia di tempi più recenti dei quali uno storico capace non dovrebbe faticare troppo a rintracciare le fila: l’ultimo episodio costruttivo importante è rappresentato sul finire del XIX secolo dall’edificazione, da parte di Domenico Rosi, della casa al cui interno si trova oggi l’albergo-ristorante.

La strada che si percorre attualmente salendo dopo la Chiesa, a quell’epoca ancora non doveva esistere: il cancello e l’ingresso principale della villa si aprono infatti verso la fonte sul sentiero che percorre la base del Monte Castellaccio. Questo fatto, attestato anche da mappe disegnate negli anni a cavallo fra XVIII e XIX secolo, ci conferma come le tre torri (la Torre di Jano e quelle oggi inglobate nelle case Testa e Graziosi) costituissero un passaggio obbligato (e ben munito) per poter accedere al Castello.

1. Questo racconto, fatto più che altro di supposizioni e di incerte deduzioni a partire da deboli indizi, non è che una ipotesi di lavoro: come tale mi azzardo a metterla per iscritto sperando di suscitare l’interesse di qualche storico di mestiere che si prenda la briga di smentirla o di confermarla ed arricchirla.

Il testo deriva da una conversazione fatta con gli amici del “Progetto 10 righe” Pro-Loco di Sasso Marconi in gita a Jano il 27 febbraio 2000

NOTE:

(1) Bertocchi Giorgio, Guida del Comune di Sasso Marconi, Bologna 1974

(2) Nel dire questo sono confortato anche dall’attribuzione della costruzione della Torre di Jano al XIII secolo contenuta in: I.B.C. della Regione E.R., Istituto per lo sviluppo economico dell’Appennino, La fabbrica dell’Appennino (a cura di Sergio Venturi), Bologna 1988, pag. 78

(3) A differenza di quelle che si affollavano nel centro medievale di Bologna le cui strutture in elevazione sono costituite da muri di mattoni a secco poggianti su imponenti basamenti di blocchi di selenite, le torri appenniniche sono state generalmente costruite usando la pietra naturale che più facilmente ed a minor costo si poteva reperire in prossimità delle zone nelle quali venivano edificate; la diffusione dell’uso del mattone nelle costruzioni del nostro Appennino è molto recente, un uso che è stato una delle cause del decadimento economico delle attività di estrazione e di lavorazione dei materiali lapidei e della perdita dei saperi antichissimi che erano propri di queste attività.

Sui caratteri delle costruzioni appenniniche nella nostra Regione si veda: Istituto per i beni ecc., La fabbrica dell’Appennino, cit.

Per quel che riguarda le torri cittadine si veda: AA.VV., Le torri di Bologna (a cura di Giancarlo Roversi), Bologna 1989

(4) Circa l’essenzialità delle sovrastrutture lignee nel rendere le torri temibili “macchine da guerra” si veda: Carlo De Angelis e Paolo Nannelli “Le torri” in: AA.VV., Storia illustrata di Bologna (a cura di Walter Tega), vol. I, Bologna 1987

Didascalie

1. Una vista attuale del lato nord della Torre di Jano

2. L’impianto della torre originaria di casa Testa è ancora ben leggibile nella parte destra della facciata est

3. La Villa e il complesso della Torre di Jano in una pittura murale della fine del XIX secolo conservata nella loggia al primo piano dell’attuale albergo.