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(note: in ogni caso va tolta la parte finale sulla riproduzione, che è noiosa anche per un appassionato)

LE FELCI DI MONTE MARIO

non solo felci

di Giancarlo Marconi

Il giorno 20-2-2000, il Dott. Giancarlo Marconi, Presidente dell’Associazione Naturalistica “PANGEA” di San Lazzaro, effettua una escursione per il riconoscimento delle felci che vegetano sul Monte Mario.

Per sua gentile concessione, anche il Gruppo Natura della Pro Loco di Sasso Marconi si aggrega alla comitiva.

Non solo felci si incontrano lungo il percorso...

Partendo da Battedizzo, in alto vediamo delle arenarie particolari nel contesto panoramico delle rocce della provincia di Bologna, una zona collinare tutta dominata dalle argille scagliose. Si tratta di materiali caotici già chiamati coltri liguridi, e materiali aloctoni che provengono dall’area tirrenica. Le rocce sono di composizione autoctona; e queste arenarie hanno la caratteristica di ospitare specie vegetali abbastanza termofile, sia per la loro natura, sia per il fatto di essere rivolte a sud – sud-ovest. La zona di Monte Mario era stimata dai romani, per il clima molto mite, e utilizzata anche per piantare dei pini (Pinus pinea, pino da pinoli), come nei litorali, nelle pinete di Cervia, San Vitale e Classe, poiché il legname serviva per le loro navi. Il pinus pinea è una pianta originaria della Spagna, cioè dell’area del mediterraneo occidentale.

Lungo il cammino, incontriamo l’elicriso italico, un fiore giallo che ha un forte aroma di liquirizia, poi la veronica pulita di colore celeste. Troviamo un aculeo di istrice. L’istrice è un animale non prettamente italiano ma nord-africano, importato dai romani prima in Sicilia, sembra per motivi di edibilità, dopodiché si è rinselvatichito e pian piano ha risalito tutta l’Italia. Non vive negli altri paesi europei. E’ comparso in Romagna già una decina di anni fa, adesso sta popolando le nostre colline, favorito dal fatto che abbiamo avuto degli inverni miti negli ultimi anni. In natura l’istrice ha pochi nemici, soprattutto volpi e i tassi che predano i piccoli. Quando è attaccato, l’istrice si gonfia e diventa una palla aculeata.

Nel bosco cresce un arbusto chiamato Rhamnus alaternus, una pianta sempre verde di macchia mediterranea, protetta in Regione.

La prima felce che vediamo è il Polypodium vulgare, detta anche felce dolce per il fatto di possedere un rizoma di sapore dolciastro. Un’altra felce, piuttosto frequente, è l’Asplenium adiantum nigrum, che si può confondere con l’Asplenium onopteris poiché i rachidi si assomigliano fra di loro. L’Asplenium onopteris è una specie più grande in tutte le sue parti, le pinnule sono sottili e vanno a finire in modo più acuto. Troviamo anche l’Asplenium trichomanes o falso capelvenere, caratterizzato da un rachide (la parte centrale della pinna) di colore bruno scuro lucido che sembra un capello. Queste felci appartengono alla famiglia delle Aspleniacee, con fronde pinnate o bipinnate.

Ci sono anche felci con foglie intere come la lingua cervina.

Osserviamo un’altra felce che può essere Polypodium interjectum, specie polipoide derivante dall’incrocio tra Polypodium vulgare e Polypodium cambricum. Ha delle spore molto più grosse dei genitori, come si vede meglio al microscopio.

Incontriamo il corniolo (Cornus mas) un albero dai bei fiorellini gialli. Il legno veniva utilizzato per fare il basto dei buoi, tanto era robusto. Le bacche rosse che maturano in settembre venivano messe in salamoia come le olive. Nella cucina povera dei secoli scorsi si usava veramente tutto. Le corniole contengono molta vitamina C e venivano essiccate al sole per l’inverno.

Ancora una felce, la Cedracca (Ceterach officinarum), pianta medicinale, caratterizzata dalla peluria di color ruggine che copre i sori sulla pagina inferiore delle foglie. Nell’antichità, la cedracca veniva utilizzata per la cura dei calcoli renali. Il nome officinarum deriva da officina, cioè le officine che trattavano le erbe, ovvero le farmacie del medioevo.

La felce aquilina (Pteridium aquilinum) prende il nome dai germogli che appena escono dalla terra sono storti come il becco di un’aquila. E’ una felce provvista di un rizoma orizzontale sotterraneo molto aggressivo che si propaga con grande velocità, una pianta pioniera che può ricoprire in poco tempo degli spazi molto grandi diventando infestante; è tipica delle schiarite del bosco disturbato. Infatti, a differenza del bosco abbastanza conservato e con un certo equilibrio fra le varie specie, un bosco misto ceduato troppe volte è caratterizzato non solo dalla presenza di felce aquilina ma anche dalla Clematis vitalba, una liana che si arrampica sui rami degli alberi, specialmente carpini neri e ciliegi selvatici. La vitalba costituisce un segno evidente di disturbo antropico del luogo.

Troviamo il campanellino invernale (Leucojum vernum), una bella Amaryllidacea bianca che fa parte delle cosiddette nemorali precoci. Queste piante fioriscono quando non c’è ancora la copertura arborea, così possono ricevere luce e sole e gli impollinatori. Alla stessa categoria appartiene anche il dente di cane (Erithronium dens canis), una elegante Liliacea che prende il nome non da caratteristiche della parte epigea della pianta, ma perché ha un bulbo a forma di un canino.

La Polysticum aculeatum è una grande felce con fronde lunghe oltre 50 cm, della famiglia Aspidiacee; aculeatum perché gli apici delle pinnule sono mucronate. Le pinnule sono tipicamente auriculate, picciolate soltanto quelle vicine alla base del rachide. E’ una pianta termofila che assomiglia molto a Polysticum setiferum che però ha le pinnule tutte distintamente picciolate e le fronde molto più chiare. Nel Polysticum aculeatum osserviamo che i sori sono disposti lungo le nervature secondarie delle pinnule, secondo un ordine un po’ sparso, mentre dietro le fronde del Polypodium vulgare i sori hanno una disposizione molto più regolare.

Vediamo anche un esemplare di felce maschio (Dryopteris filix mas) in cui il rachide è nudo nella metà superiore, con poche squame nella parte iniziale; nella felce femmina, invece, il rachide è completamente nudo. Inoltre nella felce femmina la fronda è bipennatosetta, in quanto le pinnule sono a loro volta divise. Con il rizoma della felce maschio si faceva un decotto contro i vermi che era talmente drastico che la persona stava poi molto male.

Per finire, vicino ad una piccola sorgente verso la Rocca di Badolo cresce una stazione di capelvenere (Adiantus capillus veneris) che prende il nome dal rachide estremamente sottile, nero e molto lucido che assomiglia ad un capello. E’ una pianta elegante che viene anche coltivata in casa; in genere fa dei festoni in ambienti di stillicidio. Il suo ambiente ideale si trova in grotte e sorgenti dove l’acqua sgocciola lentamente.

Le felci che troviamo in Emilia Romagna sono circa una cinquantina.

Nomenclatura :


La riproduzione delle felci

Le felci fanno parte di quella grande divisione delle piante chiamata Crittogame (a nozze nascoste), perché nella riproduzione delle felci non si hanno ne fiori, ne semi, a differenza di quanto succede per le cosiddette Fanerogame (a nozze scoperte).

Il meccanismo della riproduzione delle felci è molto interessante. Partiamo dalla fronda di una felce matura di qualsiasi tipo, es. una felce aquilina: se guardiamo sotto la pagina delle foglie, vediamo delle macchioline di colore ruggine, i sori, cioè accumuli di particelle che vengono chiamati sporangi. Questi sporangi contengono a loro volta le spore; quando la felce è matura per la sporificazione, gli sporangi si liberano dell’anello che li racchiude, e l’anello si rompe, liberando le spore. A questo punto succede una cosa abbastanza singolare: innanzitutto le spore si dividono per meiosi in molte parti. Si forma una piccolissima particella vegetale, grande al massimo un centimetro, che si chiama protallo. Il protallo contiene degli organi maschili detti gli anteridi che contengono a loro volta gli spermatozoidi, e degli organi femminili detti archegoni che a loro volta contengono la oosfera. Questa fase riproduttiva è la fase nascosta, cioè la fase che noi non vediamo generalmente e che è anche la fase aploide, nel senso che siamo partiti da uno sporofito (fase diploide) dal quale si sono divise le cellule che hanno soltanto metà del corredo cromosomico della pianta madre. Succede poi che con l’aiuto di uno straterello d’acqua (un fattore molto importante che ci dice per quale motivo le felci vivono e vegetano soprattutto in ambienti umidi) su questo protallo può avvenire la fecondazione, cioè gli anteridi possono navigare verso gli archegoni e in questo modo si ha la riproduzione sessuata; quindi si forma una piccola plantula, man mano che questa plantula cresce il protallo va scomparendo. Ci vogliono certe volte anche due tre anni perché il protocormo si sviluppi e formi la felce vera e propria.

Quello che vediamo nelle felci è lo sporofito, che corrisponde alla seconda generazione, fase tipicamente diploide, mentre la fase aploide in cui la riproduzione sessuata è caratterizzata dal protallo, rimane invisibile. C’è da dire che in natura di solito vediamo soltanto gli sporofiti delle piante, un po’ come nei funghi. vediamo soltanto la parte epigea che sono i carpofori dei funghi e non vediamo la parte ipogea. Però lo sporofito e il gametofito (come si chiama in termine tecnico il protallo) possono vivere separatamente anche per degli anni, condurre una esistenza del tutto separata.

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