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(cultura)

ERA UN GIOIELLO

in ricordo della chiesa di Vizzano

di Cecilia Pelliconi Galletti

Oggi, 30 Aprile 2000, sono qui sulle rovine di quella che fu la chiesa di Vizzano.

Una grande emozione mi stringe dentro ed i miei pensieri attraversano la via della memoria in cerca del profumo delle cose passate, cose passate e troncate dalla malvagità che da sempre, come ombra nera, copre il mondo e si annida nel cuore dell’uomo.

E’ proprio a causa di questi miei pensieri desiderosi di trovare quello che è stato perduto, che io, all’inizio della Messa, quando il celebrante – Don Pietro Musolesi parroco di S. Lorenzo e anche della piccola comunità di Vizzano – chiede al Santo Patrono, S. Giorgio, l’intercessione presso Dio per tutti coloro che hanno pregato in questa chiesa, mi sento certa di far parte di chi qui ha pregato.

Anzi, sapendo che chi canta prega due volte, ed ha la sensazione che qualcosa di nuovo sia salito lassù in alto, chiudo gli occhi ed in quel momento mi rivedo giovane sposa nel lontano 1940.

Abitavo nella località Casazze di Vizzano, facevo quindi parte di quella comunità, conservando dentro, molto vivo, l’insegnamento che mia madre aveva saputo trasmettermi. Ero sempre presente alla Santa Messa domenicale ed alle funzioni pomeridiane.

Qui, proprio qui in questa chiesa, che era un vero gioiello d’arte, qui dove la penombra del Santo luogo, invitava alla preghiera, alla meditazione e all’ascolto delle parole di Dio, ho pregato assieme alla comunità con fede ed umiltà.

Mi rivedo salire lesta, lesta, la scaletta che portava alla galleria del coro, che sorgeva in fondo alla chiesa di fronte all’altare maggiore.

Ricordo di avere tante volte osservato la chiesa da questo punto. Ero lieta di scoprire la verità nel cuore dell’uomo quando essa sprigiona il patrimonio della fede.

Ecco l’altare maggiore, i candelabri scintillanti che rispecchiano le luci delle candele. Ecco il tabernacolo decorato in rilievo, la tovaglia impreziosita dal ricamo e da un pizzo favoloso. Ai lati dell’altare maggiore vedo alla sinistra il battistero, alla destra l’altare di S. Antonio, sul quale spicca la statua grande ed ammirevole. Altri altari sorgono fino in fondo alla chiesa, rappresentano altri santi e soprattutto quello della Madonna, arricchito di vasi con decorazioni dorate.

Nella galleria del coro c’era l’organo bello ed importante. Rivedo i visi allegri delle ragazze che venivano a cantare, alcune di loro erano delle figlie di contadini della “casa di pie’ ”, altre abitavano alla casa di “co’ ”.

In questa chiesa il gruppo delle canterine cantava ogni domenica durante il rosario. Cantavano le litanie a due voci. Poi, alla fine, un canto alla Madonna, ogni domenica diverso.

Quando c’erano le feste importanti e solenni cioè: S. Antonio, S, Giorgio e S. Rocco, venivano da noi a cantare il gruppo di “Canterine” di Sasso Marconi. Cantavano per la S. Messa solenne delle ore undici ed al pomeriggio durante il rosario.

Ricordo che il ritornello di lode, alla fine di ogni mistero, era una melodia dolcissima, che entrava diritta nel profondo dell’anima, Seduta all’organo c’era una bella signorina – era una delle sorelle Conti di Ponte Albano – che suonava molto bene.

In modo particolare era di grande effetto l’accompagnamento alle litanie cantate a tre voci, sull’aria del canto alla Madonna “ Nome dolcissimo “.

Prima delle litanie, nelle feste solenni, Don Ottavio Balestrazzi (giovane parroco di Pontecchio), rivolgeva all’assemblea - sempre numerosa – il pensiero del Vangelo e della vita del Santo festeggiato in quel giorno.

Don Ottavio predicava sorridendo; le sue parole erano semplici, chiare. Di forte significato, entravano nel cuore dei parrocchiani, che continuavano a ripetere qualche frase nei giorni seguenti, in casa o sul lavoro.

In questo momento ad occhi chiusi, rivedo tutti i vostri visi, cari parrocchiani di Vizzano.

Indossate i vostri abiti migliori, tenete per mano i vostri bimbi vestiti a festa, i più grandicelli saltellano gioiosi sul piccolo sagrato.

Rivedo anche il parroco di Vizzano Don Alfredo Salomoni (era il 12 novembre 1944).

Lo rivedo lì davanti alla chiesa, sul ciglio della strada, tiene in mano un fazzoletto col quale si asciuga le lacrime che scendono copiose e si soffia continuamente il naso, tanto rosso ed infreddolito.

Di fianco alla chiesa ci sono dei soldati indaffarati a preparare il rancio da portare al fronte, lì c’è molto fumo ed il vento ora lo spinge sulla strada, ora lo lascia salire dritto verso il cielo.

Io sono con altri profughi, tengo per mano le mie bimbe, mi fermo, guardo Don Alfredo poi dico con la voce carica di angoscia: “ non so dove andremo…”.

Lui mi guarda, alza le braccia, rivolge gli occhi al cielo, scuote la testa e continua a piangere. Io mi avvio, faccio pochi passi poi mi giro, Don Alfredo ha la mano alzata e ci benedice.

Non andai dai mie genitori in provincia di Ferrara, come in un primo momento mi ero proposta, ma mi fermai a Bologna, dove fino all’aprile del 1945, ogni giorno andavo in giro per la città per rimediare il minimo necessario per poter vivere in quel terribile momento.

Un giorno (non ricordo la data, forse i primi d’aprile del 1945), andai alla chiesa dove un sacerdote, Don De Maria - che aveva svolto la sua missione per un certo periodo nella chiesa di Pontecchio - rilasciava ai profughi dei buoni per ritirare dall’ente assistenziale ECA indumenti ed altro.

Ero andata altre volte da Don De Maria, ma quel giorno appena mi vide, mi disse subito, con voce strozzata dal pianto, che la chiesa di Vizzano era stata rasa al suolo.

Allora gli chiesi quasi gridando: “ Quando finirà questo flagello? Moriremo tutti? “. Non mi rispose, puntò il dito verso l’alto, mi prese per mano, mi porse un buono per ritirare dei gomitoli di lana, mi salutò con un cenno; anche lui non poteva parlare e le lacrime gli rigavano il volto.

Forse non lo ringraziai, me ne andai di corsa, stava suonando l’allarme aereo ed io, nonostante si dicesse che Bologna era stata dichiarata città bianca, avevo sempre tanta paura e corsi fino dove eravamo alloggiati.

Mentre correvo, davanti ai miei occhi, avevo la chiesa di Vizzano. Udivo il suono delle campane e la voce chiara di Don Ottavio che predicava, predicava…

La sua voce si affievoliva allontanandosi pian piano…

Le fronde del cedro che sorge presso la chiesa, lasciavano cadere sulla mia fronte alcuni aghi pungenti.

Apro gli occhi. Mi sembra di aver sognato.

Davanti a me c’è Don Pietro. É lui che parla di S. Giorgio durante l’omelia, non è Don Ottavio.

Mi guardo attorno. Tanta gente è tornata in questo luogo.

Anch’io sono qui che stringo i ricordi di quella che fu la chiesa di Vizzano e mentalmente mi ripeto: “ Era un gioiello “.