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(cultura)

IL BARBIERE

di Gianni Pellegrini

La palla, riempita di stracci e legata con uno spago, rotolò sobbalzando verso il cancello che dal vecchio e spelacchiato cortile dei Seminario immetteva in via del Porto. Il ragazzo la rincorse e si fermò quando incontrò un paio di stivali.

Guardò in su e scorse un militare, uno strano militare. Portava un lungo pastrano, al collo una specie dì targa fatta a mezzaluna lucida, il viso era spento e la barba lunga: “Tu conosce Pellecrini", disse con voce aspra al ragazzo, "il parpiere” aggiunse. – “Pellegrini! Pellegrini!” urlò correndo verso di me il ragazzo: ”Chiede di tuo padre".

Era l'antivigilia del Natale del 1944.

Poco più di due mesi prima mio padre, barbiere a Tripoli di S. Lorenzo vicino Sasso Marconi, classe 1896 e la grande guerra sulle spalle, insieme ad alcuni giovani del caseggiato posto sulla statale Porrettana, avevano deciso di aspettare l'avanzata degli alleati costruendosi un nascondiglio nel bosco sul versante del rio Secco che guarda verso la villa la Quiete di Mezzana. La confidenza con quei luoghi li aveva convinti che essi fossero inaccessibili: "Bosco fitto" dicevano. Ben altri erano i boschi cui erano abituate le SS dei Feldmaresciallo Kesselring: dopo due giorni furono svegliati da una pattuglia dì SS e portati a Bologna presso le Caserme Rosse.

Era il 6 di Ottobre. Il 12 si scatenò su Bologna uno dei più distruttivi bombardamenti aerei di tutta la guerra. Approfittando della confusione molti prigionieri destinati chissà dove fuggirono dove potettero. Mio padre verso la pianura, verso la casa dei miei nonni materni alla borgata città Le Budrie di S. Giovanni in Persiceto. Girò di notte, nascondendosi nei campi e nutrendosi con un po' d’uva sfuggita alla vendemmia. Restò alle Budrie per alcuni giorni ma la situazione non era per niente tranquilla. Ovunque c'erano tedeschi, quando trovavano civili li spedivano in campo di concentramento, a volte li fucilavano sul posto.

Così Artemio Pellegrini, classe 1896, a 48 anni e mezzo decise di ritornare a casa per vedere sua moglie e suo figlio, perché quell'altro di figli se ne stava già in un campo di concentramento in Austria dopo l'8 Settembre del '43.

Non riuscì a vederli in quei giorni perché la Feldgendarmerie che presidiava la Porrettana a Colle Ameno lo fermò e pensò di utilizzare la sua professione di barbiere per i gendarmi presenti. Entrò così a fare parte di un piccolo gruppo dì persone che egli conosceva, molti erano suoi clienti di bottega, che per l'età ormai avanzata venivano utilizzati per i lavori di mantenimento dì questa piccola compagnia di soldati tedeschi, ben conosciuta per la ferocia di alcune azioni compiute a carico delle persone fermate nel transito sulla Porrettana.

Comandava questo manipolo di guerrieri il sergente Fritz, claudicante per via di un piede congelato nella campagna di Russia.

Durante i due mesi trascorsi al Colle Ameno (o Ghisiliere come più frequentemente veniva chiamato allora), mio padre si occupò naturalmente delle barbe e dei capelli di quei gentiluomini, ma non poté non vedere e sentire i destini che colà sì compivano. Rischiò anche grosso, come quando avverti un gruppo di fermati in attesa di essere mandati al fronte per portare le munizioni ai soldati, di non accusare malattie o malori, poiché la fucilazione sarebbe toccata a quegli sciagurati. Dopodiché nessuno marcò più visita e ciò insospettì i gendarmi che accusarono mio padre e gli altri serventi di quell'avviso fatto a quei poveretti. Nel frattempo ciò che restava unita della mia famiglia, cioè io e mia madre, a seguito della impossibilità di continuare la vita a Mongardino tra le angherie delle SS ubicate al palazzo detto delle Suore, gli attacchi aerei, le cannonate provenienti dal fronte e le prime notizie che giungevano da Marzabotto, decidemmo di trasferirci a Bologna e precisamente all'interno dei Seminario Arcivescovile di via dei Mille.

Tra le incombenze dì Artemio ve n'era una che io a quei tempo non potevo comprendere. Per accordi presi tra le autorità militari Bologna era stata dichiarata “sperrzone”. Nessuno di noi conosceva il significato di questa parola. Sta di fatto che i tedeschi la sera non entravano entro la cerchia antica, cosi dopo averlo accompagnato fino alla porta Saragozza mandavano mio padre a fare il carico di “signorine” nei bordelli vicini. Le signorine venivano poi portate al Ghisiliere, dove per tutta la notte i rigidi militari della milizia nazista facevano bagordi.

Fu dunque durante una di queste "missioni" che mio padre ci venne a trovare e disse che c'era aria di ritirata e che probabilmente i tedeschi se ne sarebbero andati dal Colle Ameno. Qualche settimana dopo, poco prima di Natale, mio padre si presentò al Seminario dicendo che l'avevano mandato a casa e che una volta attestati nel nuovo posto oltre il Po, i tedeschi, se ne avessero ravvisato la necessità lo sarebbero venuti a prendere, parola del sergente Fritz.

Artemio Pellegrini aveva, anche al Seminario, messo subito a profitto il suo mestiere di barbiere ed esercitava, si fa per dire, nello stanzino dei portinaio, tale Gamberini. Così quel giorno egli stava forse aspettando clienti o più semplicemente chiacchierando quando un figlio ignaro e incosciente lo raggiunse dicendogli: “Babbo là fuori c'è Fritz". Cosa sia passato in quel momento per la testa di mio padre io l'ho saputo solo qualche anno dopo, quando ci raccontava l'episodio e soprattutto il fatto che il sergente Fritz era passato solo per salutarlo in quanto il suo reparto si sarebbe trasferito in Alto Adige.

Fritz: quante volte ho pensato a quale strano congegno della mente aveva potuto indurre un uomo colpevole di avere ordinato morti atroci, come si scoprirà alla fine della guerra, a ricordarsi di salutare un barbiere, uno tra i tanti passati fra le pagine di un immenso dramma. Forse solo la consapevolezza dell’imminente fine dell'orribile tragedia nazista poteva avere indotto quel brandello di umanità.