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Fuggimmo nelle terre di mia madre vicino a Sasso. Intervista a Pupi Avati
3015 Dalle Donne Valeria ricordi

Fuggimmo nelle terre di mia madre, vicino al Sasso

di Pupi Avati

intervista a cura di Valeria Dalle Donne

- Pur essendo nato a Bologna, Lei ha vissuto gli anni dell'infanzia proprio nella valle del Reno, a Sasso Marconi. Cosa ci può raccontare di quel periodo?

Il mio primo approccio con la zona del Reno avviene durante la guerra, all'inizio dello sfollamento: bisogna perciò riandare con la memoria agli anni '40... A quell'epoca le famiglie italiane che potevano permetterselo - e noi fortunatamente appartenevamo a questo tipo di ceto, borghese - riescono a trovare una soluzione sfollando e cioè fuggendo dalle città. Così la mia famiglia era metà di origine borghese (dalla parte di mio padre) e metà di origine contadina (dalla parte di mia madre), pensò bene, ai primi segnali di pericolo, di scappare dalla casa di Bologna e tornare nella terra di mia madre, cioè sull'Appennino, vicino a Sasso Marconi. Qui c'era ancora la possibilità di vivere un po’ appartati, lontani dal rischio di bombardamenti e rastrellamenti.

Quindi la prima volta che ho visto il Reno, ero proprio un bambino, avrò avuto due o tre anni. Ma direi che già c’era una sorta di tradizione che riguardava il fiume nel senso che mio padre e mia madre si sono fidanzati e conosciuti proprio con la complicità del Reno. Infatti la famiglia di mio padre aveva una casa di campagna dalle parti di Sasso e siccome in quegli anni non era così diffusa l'abitudine di andare al mare o in montagna, si passavano lì le domeniche, le vacanze. Mio padre e gli amici scendevano al fiume a fare il bagno, in mezzo metro d'acqua, perché, salvo qualche pozza, il Reno con tant'acqua non l'ho mai visto, specialmente da quelle parti... Portavano giù lo sdraio da casa, mettevano addirittura gli ombrelloni. Mia madre e le sue amiche, nei giorni di festa, scendevano anch’esse al fiume: loro, da residenti, mio padre e i suoi amici, da villeggianti, quindi con due atteggiamenti diversi, contrari, probabilmente all'inizio un po' polemici, diffidenti. L’amore di mio padre per mia madre nacque e si irrobustì proprio attraverso questo contatto con il fiume. Quindi il Reno l'avevo già un po' nel sangue, nel senso che era già stato ampiamente praticato dai miei genitori quando era ancora ben radicata l'abitudine, anzi la cultura, dell'«andare al fiume».

- All'epoca poi era particolarmente in auge il Lido di Casalecchio come spiaggia dei bolognesi...

Certamente, intorno a Casalecchio si radunava il «turismo» soprattutto dei giovani. Quand'ero bambino, dal centro di Bologna partiva un tram che portava direttamente al Lido che, d’estate, era sempre affollatissimo. Il clima, per intenderci, era un po' quello descritto da Luciano Emmer in «Una domenica d'agosto».

Tutti questi bagnanti della domenica i “fagottari”, come li chiamano a Roma se ne andavano a passare la giornata al fiume, così, senza pretese; spesso si faceva il bagno in mutande, pochi avevano un costume vero e proprio: l'atmosfera era decisamente molto casereccia, ingenua ma anche molto bella, solare. Il Lido aveva una sua grazia, semplice, povera, con quella voglia di essere la spiaggia di Rimini senza riuscire ad esserlo... Oggi la cultura della gente che andava al fiume si è completamente dispersa, non esiste più ed è artificiale cercare di ricrearla, di ricostruirla perché è ormai completamente al di fuori dalle abitudini. E’ una cosa rimasta legata al modo di essere e di vivere di quegli anni là.

- Che ricordi Le sono rimasti del Reno frequentato da bambino?

Molto forte e ancora ben presente ho la sensazione del pericolo perché per noi bambini che andavamo al fiume in tempo di guerra alcuni rischi effettivamente c'erano. Infatti bisognava attraversare la strada maestra dove ogni tanto qualche aereo arrivava all'improvviso e mitragliava. Ancora adesso dentro di me il ricordo del Reno è associato all'idea di quelle sporadiche incursioni aeree. Però, nonostante questo, i grandi ci portavano ugualmente a giocare sulle rive del fiume. Io mi divertivo a prendere i girini, le rane. Mi ricordo di aver fatto queste esperienze attraverso la pratica dei ragazzi del posto che erano più scafati, disinvolti, io invece ero molto più impacciato, scivolavo sempre sui sassi... Comunque il fiume era veramente un posto molto piacevole dove andare. Poi il Reno mi dà soprattutto una sensazione fortissima di familiarità: ogni angolo del fiume fa parte della mia memoria, del mio passato. Il nostro album di famiglia è pieno di foto con il fiume come scenario. Non c'è persona in casa mia che non si sia fatta fotografare almeno dieci volte su quei sassi: è un po' come una delle stanze di casa.

Però è sempre stato visto come un torrente, più che come un fiume, senza quel tipo di sudditanza, di rispetto che incutono altri fiumi, per il timore di piene o per la paura di affogare. Anche dopo, in futuro, ho sempre considerato il Reno un po' con rammarico, come un fiume abbandonato a se stesso, modesto.

Ho sempre immaginato che potesse diventare importante, poi invece non è mai successo. Non mi è mai sembrato un fiume vero, anche se allora era molto più vivo, più pulito, senza tutto quello scempio che adesso c'è attorno, soprattutto giù a valle.

- Quindi a distanza di anni, dal dopoguerra ad oggi, la presenza del fiume è diventata meno percepibile, confusa nell'ambito del paesaggio circostante?

Nel tratto da Sasso a Bologna, sicuramente, perché lì è ormai irrimediabilmente mescolato a tutto quello che nel frattempo è stato costruito intorno. Solo risalendone il corso, più in alto, si sente ancora la presenza vitale dell'acqua, ma verso la città è poco più di un pantano, ingrigito e spento. Una volta il fiume arrivava fin dentro Bologna: via della Grada, via Lame, via Marconi erano affiancate dai canali del Reno. Lì c'erano le lavanderie: era una parte di città abitata da povera gente però allegra, colorata. La copertura dei canali ha reso certamente questa zona più salubre però, nello stesso tempo, anche più anonima, fredda.

- Oltre che come luogo di divertimento, per bagni e scampagnate, il fiume era anche frequentato da pescatori cioè utilizzato come fonte di reddito, di sussistenza?

Nella mia zona, a valle, di pescatori ce ne sono sempre stati pochi, invece più su, verso Pioppe di Salvaro, dove il fiume era più abbondante, la pesca era abbastanza diffusa. Ma nell'ambito della mia famiglia, dove tutti erano cacciatori, non ricordo di aver vissuto, anche indirettamente, particolari esperienza di pesca. Invece, per capire il rapporto quasi fisico che allora esisteva tra la gente e il fiume, un altro elemento molto importante è costituito dalla caccia. Per i cacciatori il fiume era quasi un compagno, un alleato: comminavano nell'acqua per mimetizzarsi, per non farsi sentire dagli animali che, a loro volta, facevano poi lo stesso per evitare i cacciatori.

- Ha qualche storia di caccia da raccontare dato che nella sua famiglia tutti gli uomini erano cacciatori?

A proposito della caccia alla volpe potrei raccontare un piccolo episodio, anche molto bello. Allora la caccia alla volpe era praticata diffusamente anche perché i contadini pagavano un tanto per ogni volpe uccisa... Le volpi erano un grande pericolo per i pollai. Avevo uno zio specializzato proprio in questo tipo di caccia, così stimolante e difficile. Un giorno questo mio zio assistette a una cosa straordinaria che riguarda un po' la volpe e l'acqua. Appostato dietro a un cespuglio scorge una volpe avvicinarsi al fiume; alza la canna, prende la mira ma vede che la volpe raccoglie da terra un bastone, se lo mette in bocca e poi entra, molto lentamente, nel fiume fino a che l'acqua non le arriva alla punta del muso. A questo punto si libera del bastone e corre via. Mio zio, incuriosito, va a vedere il bastone e si accorge che è completamente nero, ricoperto di pulci. Quindi la volpe si era liberata dalle pulci scendendo nell'acqua e costringendole poi a salire sul bastone... veramente commovente. Da quel momento mio zio non ha più ammazzato le volpi, per rispetto alla loro astuzia, alla loro intelligenza. Questo credo che illustri abbastanza bene il rapporto che la gente della mia famiglia aveva con il paesaggio, con la natura, un rapporto molto solido, concreto. Però, tutto sommato, il fiume in questo contesto non ha mai avuto un ruolo di primo piano. Più che altro, come ho detto, era un luogo di ritrovo, di divertimento: era questa la sua funzione dominante. Si scendeva al fiume per stare insieme, magari con il giradischi a manovella...

- Queste sono anche situazioni che Lei ha rifatto in alcuni film, «Aiutami a sognare», «Dancing Paradise», ...

In quelle occasioni ho cercato infatti di raccontare il fiume della mia infanzia, però in genere, per dare l'idea del fiume, ho sempre girato sul Po. «Le strelle nel fosso», ad esempio, è ambientato in una casa completamente isolata in mezzo all'acqua del Po.

Il Po è molto più magico, inquietante. Però il Reno è familiare, domestico ed è il giusto completamento di quei luoghi in cui io torno sempre volentieri. Proprio lì è nato il mio interesse per il cinema. Ho girato «Balsamus», il mio primo film, proprio alla Rocchetta Mattei di Riola di Vergato, un posto a picco sul fiume.

- Fra l’altro la Rocchetta Mattei ha un grosso significato simbolico nel suo cinema e nel suo legame con queste terre

Si può tranquillamente dire che la Rocchetta Mattei, luogo di assoluta finzione, al di fuori di ogni credibilità, è stata una scoperta simultanea alla mia scoperta del cinema. Mentre cioè individuavo nel cinema lo strumento per potermi esprimere al meglio, nello stesso tempo trovavo proprio nella Rocchetta Mattei l'immagine ideale, cinematografica, della mia terra. Mi sembrava la scenografia adatta per qualunque cosa al punto che ho cominciato a pensare che solo lì avrei potuto fare i miei film, perché era come l'essenza di quell'Emilia fantastica, magica che volevo rappresentare. Pur essendo così arabeggiante, moresca, è infatti molto legata all'immaginario della nostra terra, perché è una stonatura coerente, profondamente connessa con tutto quello che è la favola contadina.

- Proseguendo più su, verso la parte alta del Reno, c'è un altro posto fondamentale, emblematico, Porretta Terme

Porretta è indubbiamente una località a cui sono straordinariamente legato. Mi piace moltissimo perché lì la gente è rimasta come una volta, semplice, autentica e parla un italiano quasi perfetto, vicina com'è alla Toscana. Anche le Terme appartengono alla tradizione della mia famiglia: già mio nonno andava a fare i bagni, i fanghi A Porretta poi ho ritrovato, nel 1983, quando sono andato a girare «Una gita scolastica», un sentimento della vita che non riuscivo più a cogliere da nessuna parte. Per il tipo di film che dovevo fare, collettivo, corale, ho utilizzato come attori e comparse molti ragazzi del posto: ho riconosciuto così atteggiamenti, modi di fare, genuini, veri, che sono quelli che mi piacciono di più. Da parte di tutti c’è stata grande disponibilità, partecipazione, interesse ed è per questo che per «Storia di ragazzi e ragazze» ho voluto tornare da quelle parti perché sentivo che solo là avrei potuto trovare quell'atmosfera, quelle emozioni di cui avevo bisogno, soprattutto psicologicamente, dopo i problemi di salute dell'anno prima. Infatti così è stato: per la preparazione di quell'incredibile pranzo di fidanzamento di 22 portate, ad esempio, c'è stata una collaborazione da parte di tutto il paese - per recuperare vecchie ricette, utensili di una volta - veramente straordinaria. Grazie a tutto questo ho cosi potuto riassaporare quella rassicurazione, quel senso di tranquillità e benessere profondo, soprattutto quella voglia di ricominciare che mi era veramente indispensabile.

aa.vv, il Reno italiano. storia di un fiume e della sua valle, fino al mare, a cura di R. Renzi, Bologna 1989

Per gentile concessione della Cappelli Editore che ha concesso la pubblicazione dell’intervista.