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Sistemi elettorali dal 1860 al 1945
3009 Nanni Rino storia

SISTEMI ELETTORALI DAL 1860 AL 1945

di Rino Nanni

Lo Statuto Albertino dato al popolo piemontese nel 1848 e assunto a legge fondamentale dallo Stato Unitario, prevede che sia il Re a nominare il Senato, mentre il popolo concorre, secondo le norme delle mutevoli leggi elettorali, alla elezione della Camera dei Deputati. In questo esame non abbiamo tenuto conto dei seguenti fattori:

a) che la provincia di Bologna subisce diverse variazioni di territorio le quali spostano, in più o in meno, il numero della popolazione, degli iscritti alle liste, dei votanti e quindi delle percentuali. Nel 1860 sono aggregati alla provincia i Comune di Imola, Mordano, Dozza Imolese e Casalfiumanese, mentre sono distaccati i Comuni di Sant’Agostino Ferrarese e Poggio Renatico. Nel 1884 sono aggregati i Comuni di Tossignano, Fontanelice e Castel del Rio. Nel 1929 è distaccato il Comune di Castelfranco dell’Emilia, mentre viene aggregato il Comune di Pieve di Cento.

b) variazioni numeriche e percentuali avvengono per le elezioni in due tornate, cioè con ballottaggio (qui consideriamo sempre la prima votazione).

c) le elezioni parziali in singoli collegi per la sostituzione di deputati morti, decaduti o dimissionari.

Bologna si libera dagli Austriaci e dal Cardinale Legato il 12 giugno 1859. Il 28 agosto dello stesso anno, nelle quattro ex legazioni, le province di Bologna, Ferrara, Forlì e Ravenna, viene stabilito che:

Tutti i cittadini aventi ventun anni, con esclusione di coloro che vivono di mercede giornaliera per opera manuale o meccanica cioè dei salari per opera servile e di elemosine; tutti i lavoratori mezzadri e che non possiedono beni immobili, eleggono l’assemblea dei rappresentanti del popolo delle Romagne.”

L’assemblea il 6 settembre dichiara che “i popoli delle Romagne non vogliono più governo temporale Pontificio” e il giorno dopo: “che i popoli delle Romagne vogliono l’annessione al Regno di Sardegna.” Dopo pochi mesi viene deciso che si svolgerà il “plebiscito indetto per l’11 e 12 marzo 1860, secondo la formula = Annessione alla monarchia costituzionale del Re Vittorio Emanuele II.”

Contrariamente a quanto avvenuto per la elezione dell’assemblea delle Romagne, al plebiscito sono ammessi “tutti i cittadini maschi con oltre ventun anni di età, che hanno diritti civili e sono iscritti nelle liste elettorali dei comuni”. Stavolta votano anche i braccianti e mezzadri e i prestatori di opere servili.”

Al plebiscito in Emilia-Romagna votano per l’annessione 426.006 e per un Regno separato 756.

Nel bolognese i favorevoli sono 72.276, i contrari 63.

Il 18 marzo 1860 è decretato che le Province dell’Emilia entrano a far parte integrante del Regno di Sardegna. Il 27 marzo 1860, essendosi unite al Regno Sabaudo la Lombardia, la Toscana e l’Emilia, si fanno elezioni politiche generali, a scrutinio uninominale e a suffragio ristretto. Sono elettori:

I cittadini che hanno 25 anni di età, che sanno leggere e scrivere, e che pagano un censo annuo di imposte dirette di almeno 40 lire”

Alla designazione della rappresentanza bolognese, contro gli oltre 76.000 che parteciparono al plebiscito, sono ammessi 2.200 elettori. Essi designano 8 deputati al parlamento Subalpino, fra i quali Cavour con 320 voti e Zanolini con 106. Proclamato il Regno d’Italia il 17 marzo 1861, dopo la vittoriosa impresa dei “mille” e l’adesione della Campania, della Sicilia, dell’Umbria e delle Marche, il vecchio sistema elettorale resta inalterato. Per venti anni, dal 1861 al 1880, la legge non muterà. Nello stesso periodo si svolgono sette consultazioni elettorali: “61, 65, 67, 70, 74, 76, 80.

Dirà Crispi: “Le caste dirigenti del paese, temevano l’avvenimento delle plebi…”

In tutto il Regno gli iscritti al voto oscillano dall’1,9 al 2,2 per cento della popolazione; nella nostra provincia sarà sempre lievemente inferiore. Il barone Sidney Sonnino scrive “L’Italia sopra a più di 25 milioni di abitanti, conta 504.263 elettori. I maschi adulti sommano a più di sei milioni e mezzo, di cui circa il 41 per cento sa leggere e scrivere, per cui gli elettori sono assai meno di un quinto dei maschi adulti alfabeti. L’Italia ha venti elettori sopra a 1.000 abitanti. L’Inghilterra 52, la Francia 267, la Germania 208, la Svizzera 238.”

Vent’anni dopo l’unità d’Italia, appena 10.247 cittadini dell’intera provincia, su 464.879 abitanti (censimento del 1881) sono ammessi al voto. Alto è il numero degli astenuti. Le punte massime di votanti nel Regno arrivano al 59,4, nella provincia al 54,7 per cento. Una delle ragioni dell’astensionismo viene dall’ostilità della Chiesa, al nuovo stato unitario, e che trattiene molti cattolici dal votare. Nel 1871 con il “non expedit” (non conviene) e con “l’Osservatore Romano che lancia lo slogan “né eletti, né elettori”, si fanno ulteriormente cadere le percentuali dei votanti. Nel V collegio di Roma non viene eletto neppure Giuseppe Garibaldi. La Chiesa modificherà poi gradualmente il proprio atteggiamento con l’enciclica “il fermo proposito” del giugno 1905 e molto più tardi con la nascita del partito popolare di Luigi Sturzo.

La destra storica prevale fra il 1861 e il 1874. Ma è un periodo di grosse difficoltà economiche. La formazione del mercato nazionale, l’ammodernamento dello stato, la lotta contro la vecchia economia feudale, per l’unificazione doganale, per l’espansione delle comunicazioni, accrescono il prelievo fiscale, e dal forte malcontento nascono forme di brigantaggio e tentazioni separatiste.

Rimesso in atto il balzello della “tassa sul macinato”, in tutta Italia si hanno sommosse, con epicentro in Emilia e a Bologna, dove, nel biennio 68-69, i contadini si avventano contro i contagiri delle macine, assaltano i municipi, bruciano i registri del fisco. La stampa dell’epoca fa il bilancio della repressione: 257 morti, 1.099 feriti, 3.788 arrestati.

Nella provincia Bolognese, nel corso delle elezioni del 61, 65, 67, 70, hanno prevalenza i candidati della destra. Fra questi: Marco Minghetti, che fu presidente del consiglio dal marzo “63 al settembre “64, e poi dal luglio “73, al marzo “76; Rodolfo Audinot, Massimiliano Martinelli, Giovanni Ercolani, Paolo Silvani, Antonio Zanolini. Con posizioni di centro sinistra Gioacchino Pepoli, e Camillo Casarini. Di sinistra Carlo Berti Pichat e Gustavo Vicini. Nelle elezioni del 1874, nel bolognese sono eletti: 4 della destra, 2 di centro destra, 2 di centro sinistra, 1 di sinistra. La destra su scala nazionale consegue 275 seggi. Nelle elezioni del maggio 1880 i seggi sono cosi distribuiti: sinistra ministeriale 218, sinistra dissidente 219, destra 171. Nel bolognese 4 alla destra (Isolani, Ercolani, Berti e Guiccioli), uno alla sinistra (Filopanti), 2 di centro sinistra (Sacchetti e Lugli), uno di centro (Codronchi).

Allargamento del suffragio

Il 28 marzo 1880, nel discorso della “corona” viene preannunziata una riforma della legge elettorale, ma la Camera il 30 giugno 1881 respinge la proposta. Una nuova legge varata nel 1882, prevede che:

Può essere elettore chi ha compiuto ventun anni di età, che sa leggere e scrivere e paga un censo annuo di almeno lire 19,80.”

Con questa legge fra il 1882 e il 1909 si hanno nove elezioni politiche generali: 82, 86, 90, 92, 95, 97, 1900, 1904, 1909. La percentuale degli aventi diritto al voto sale al 7 per cento della popolazione. A Bologna diminuisce di 4.228 unità. Solo nel 1909 si adeguerà al livello nazionale. Nelle elezioni del 23 novembre 1890, Crispi che è sostenitore della “triplice” alleanza (Italia, Austria e Germania) vede eletti 400 dei suoi. Per ragioni di carattere finanziario, cade il governo Crispi. Gli succede Di Rudinì e poi Giolitti. Le nuove elezioni si fanno nel novembre 1892. Il gruppo costituzionale cresce, le sinistre perdono. Il governo Giolitti, per gli scandali della Banca Romana è travolto nel ‘93: gli succede Crispi. Il 1° marzo 1896 l’esercito italiano subisce la grave sconfitta di Adua. Crispi è costretto a dimettersi. Si rivota il 21 marzo 1897: 150 deputati vanno alla destra, 150 alla sinistra costituzionale, 67 alla sinistra (socialisti, radicali e repubblicani). Si succedono tre governi Di Rudinì. Ad esso si sostituisce il gen. Pelloux, che tenta con nuove leggi repressive di annullare i moti popolari. Il 3 maggio 1900 si rifanno le elezioni. I seggi sono assegnati: 296 ai ministeriali, 116 ai costituzionali, 34 ai radicali, 33 ai socialisti e 29 ai repubblicani.

Anziché seguire la politica repressiva di Pelloux, Giolitti tenta una alleanza con i movimenti della sinistra e scrive nelle sue memorie:

Il dovere degli amici delle istituzioni era di persuadere quelle classi e persuaderle non con delle chiacchiere, ma con i fatti che dalle istituzioni attuali, esse potevano sperare assai di più che dai sogni avvenire, e che ogni loro legittimo interesse avrebbe trovato tutela efficace negli attuali ordinamenti politici e sociali. Solo con tale atteggiamento ed una tale condotta da parte dei partiti costituzionali verso le classi popolari si sarebbe ottenuto che l’avvento di queste classi invece di essere come un turbine distruttore, riuscisse a introdurre nelle istituzioni una nuova forza conservatrice, e ad aumentare grandezze e prosperità alla nazione.”

A questo disegno si oppongono il PSI e le correnti anarchiche. Il 6 novembre 1904, Giolitti realizza 362 seggi contro 146. Le sinistre subiscono una flessione. Nel PSI si acuiscono i contrasti fra riformisti, rivoluzionari e sindacalisti. Avvengono le prime scissioni. Il sistema elettorale è tale per cui, nel 1909, 1.174.161 elettori eleggono 508 deputati. 653.204 voti di minoranza non ottengono nessun seggio. La discussione sul suffragio universale e sul proporzionale diventa sempre più aspra. Ma l’unico risultato che si ottiene è che:

Hanno diritto al voto tutti i cittadini, anche se analfabeti che abbiano compiuto 30 anni, e i cittadini fra i 21 e 30 anni che sappiano leggere e scrivere, che paghino un censo di lire 19,80 e in mancanza di questi requisiti che abbiano prestato servizio nell’esercito.”

Ci furono anche contestazioni a questa nuova legge. Zanardelli ex presidente del consiglio, affermò:

Noi riconosciamo tutto ciò che di sacro hanno i diritti dell’individuo ma crediamo che il diritto di giudicare implichi il dovere di conoscere: crediamo che non si abbiano diritti senza doveri e che il primo dovere di chiunque a decidere con il proprio voto le sorti del paese sia quello di procurarsi le nozioni indispensabili per sapere ciò che fa.”

Per le elezioni del 1913 gli elettori bolognesi salgono 154.372. Giolitti tende ora ad una alleanza con il mondo cattolico, che dopo pochi anni si darà un proprio partito. Il 16 novembre 1919 sono le prime a suffragio universale maschile, a carattere proporzionale. I risultati: 155 socialisti ufficiali, 27 socialisti riformisti, 179 costituzionali, 100 al partito popolare, 38 radicali. Nella provincia 7 seggi vanno ai socialisti (Bentini, Bombacci, Graziadei, Grosso, Marabini, Vacirca, Zanardi) 1 ai popolari (Milani). Nessun fascista viene eletto. A Bologna non si sono neppure presentati. Poi si scatena la violenza. Il 5 maggio 1921, nuove elezioni: il blocco nazionale che comprende i fascisti ottengono 105 seggi, i socialisti 123, i comunisti 15, i popolari 108. A Bologna ottiene tre seggi (Milani, Zucchini e Braschi), i comunisti 2 (Marabini e Croce), i repubblicani 2 (Mazzolani e Macrelli), il blocco nazionale sei (Mussolini, Mantovani, Oviglio, Tumiata, Sitta, Dino Grandi). I socialisti 7: (Zirardini, Bentini, Ercolani, Fabbri, Bogliantino, Zanardi). Il 28 ottobre 1922 il Re incarica Mussolini di formare il nuovo governo. Si torna a votare il 6 aprile 1924, ma non sono più elezioni libere. Fascisti e liberali ottengono il 65,26 per cento, i popolari l’8,93, i socialisti unitari il 5,93, i socialisti massimalisti il 5,02, i comunisti il 3,70, i repubblicani l’1,87.

Il 16 marzo 1928 cambia ancora la legge elettorale. Voterà chi “paga i contributi ai sindacati fascisti, chi è contribuente dello stato per censo nominativo diretto o per ricchezza mobile”.

Il 24 marzo 1929 si svolge il referendum sul seguente quesito:

Approvate voi la lista dei deputati designati dal gran consiglio nazionale del fascismo?”

Il sì raccoglie (per forza) il 98,4 per cento. Nel 1934 si ripetono le elezioni allo stesso modo e i fascisti raccolgono il 99,94 per cento. Poi la Camera viene soppressa ed è sostituita dalla “camera dei fasci e delle corporazioni” interamente nominata dal gran consiglio del fascismo.

Solo il 1° febbraio 1945 viene proclamato il suffragio universale, con diritto di voto anche alle donne, senza alcuna condizione e con il sistema proporzionale.

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