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I balli montanari (parte seconda)
2105 Ropa Esposti Luigi tradizioni

I BALLI MONTANARI

seconda parte

di Luigi Ropa Esposti

L’oblìo e la riscoperta

I principali componenti dell’opera di recupero dei balli del nostro Appennino sono stati, oltre che naturalmente ai ricercatori, i musicisti e i ballerini. Per le musiche buona parte dell’attività di recupero si è basata sul lavoro di ricerca svolto da Gaspare Ungarelli nel 1894 (1), il quale ben provvide a riportare in forma scritta le melodie ascoltate o rintracciate, già comprendendo sin dal secolo scorso la loro importanza, sia culturale che storica .

Tale lavoro si basò sia sulle ricerche dirette, sia sui contributi provenienti da diversi collaboratori che l’aiutarono nell’opera di ricerca da diverse località. Per l’area della Valle del Reno, ed in particolare per l’allora Comune di Praduro e Sasso, il “raccoglitore” di fiducia fu Carlo Bettini.

Va però sottolineato che, così come nel dialetto una medesima parola o pronuncia varia da località a località anche nel volgere di pochi chilometri, anche per i balli popolari era presente il fenomeno della grande variabilità e differenziazione, sia nella musica che nella coreografia.

Non è pertanto certo che, ad esempio, la Girometta - “Girumètta” raccolta nella Valle del Reno si ballasse alla stessa maniera anche nella Valle del Savena. Svolgono pertanto una importante funzione nell’opera di recupero le fonti dirette originarie dei luoghi, ovvero i suonatori ed i ballerini.

La ricerca di queste fonti è stata senza dubbio difficoltosa poiché le conoscenze detenute dai nostri nonni sino alla seconda guerra mondiale vennero sopite da quella voglia di novità e cambiamento che pervase il nostro Appennino all’indomani della Liberazione.

Fu così che la Giga ed il Salterello vennero ben presto soppiantate nelle feste da ballo, dapprima dalle Polke, Valzer e Mazurke ( che già si erano inserite, integrandosi, nel repertorio tradizionale) e poi dai Boogie, Swing, sino al Twist, ecc. ecc. .

Nelle feste da ballo i balli montanari non vennero in breve più richiesti facendo sì che la nostra Giga venisse accantonata, così come si preferì in cucina buttare nel caminetto il vecchio tavolo di noce o ciliegio per sostituirlo con un più moderno tavolo di formica (2).

Forse ciò accadde perché i nostri balli montanari vennero associati al passato, ovvero alla fame ed alla fatica nei campi, mentre quei bei americanoni alti e robusti con la loro musica allegra ispiravano fiducia e speranza in un mondo migliore. Temo che fu’, come recita un vecchio proverbio, come buttar via l’acqua sporca col bambino dentro.

Ma tant’è che i nostri balli montanari nel giro di breve si perdettero nell’oblìo, rimanendo nella memoria e nel cuore solo di alcuni, interrompendo quella secolare tradizione di insegnamento di padre in figlio e rischiando di scomparire per sempre. Sì, per sempre, perché se della musica ne rimaneva traccia grazie alle melodie raccolte da Ungarelli , della coreografia dei balli se ne sarebbe persa ogni traccia. Fu’ solo negli anni settanta che con la riscoperta del “popolare” i ricercatori come Stefano Cammelli, Roberto Leydi, Cesare Malservisi, Francesca Ciampi, ed altri, girarono il nostro Appennino andando a scovare quei pochi che ancora si ricordavano quei vecchi balli, evitando che la catena si interrompesse.

I suonatori

Nel lavoro di ricerca non furono certo numerosi i suonatori che fossero ancora in vita o quelli che si ricordassero le melodie dei balli. Purtroppo con l’abbandono dei balli montanari molti di loro, anche a causa dell’emigrazione per cercare nuovi posti di lavoro, smisero la loro attività musicale, mettendo nell’armadio lo strumento e dimenticando in parte quel che sapevano.

Un altro fenomeno che colpì i vecchi suonatori fu la trasformazione del repertorio. I suonatori che vollero continuare la loro attività furono costretti a cambiare il loro repertorio musicale. In tal senso riporto la testimonianza di Primo Panzacchi, un suonatore ben conosciuto nella zona di Monghidoro, Loiano e Monzuno . “Con la guerra tutto è stato sospeso. Non c’era più la banda e non volevano neanche che si ballasse. Il prete, e anche il Podestà e i carabinieri l’avevano proibito. Però di nascosto facevamo qualche festicina in una casa sotto le Filigare. Finita la guerra è venuto il momento che tutti si buttavano giù nel ballo. Era venuto tutto lo sviluppo della musica americana, che facevamo assieme a polke, mazurke e valzer. C’era la samba, tutte quelle cose lì. I balli montanari ormai si facevano solo nelle veglie private perché qualche vecchio li conosceva e voleva un ballo staccato. Ma se ne faceva uno o due, poi tutti chiedevano gli altri…….” (3).

I suonatori erano tra le persone più conosciute e stimate all’interno della comunità, ed erano molto richiesti in tutte le feste. Anche allora non erano numerosi, ma ogni zona aveva il suo suonatore di riferimento. I più bravi erano comunque conosciuti anche oltre la loro zona di provenienza e venivano spesso chiamati a feste anche in frazioni molto lontane, costringendoli anche a viaggi di molte ore.

La maggior parte di loro sapeva suonare solo ad orecchio, non sapendo leggere la musica. Solo pochi fra di loro avevano imparato a leggerla , ed in genere ciò era potuto avvenire perché facevano parte anche della banda del paese, ove c’era qualcuno che poteva insegnare la musica.

Nessuno di loro campava solo col lavoro di suonatore ( non veniva neppure ritenuto un lavoro), anche perché oltre a non essere frequenti le occasioni, le paghe non erano certo remunerative. Andava bene quando, oltre al mangiare ed al bere, qualcuno dava loro un po’ di merce in natura o qualche soldo.

Oltre al già citato Primo Panzacchi, non sono molti i vecchi suonatori rintracciati nelle nostre zone. Nel territorio di Monzuno era attivo “e Bergazìn” il Bergazzino , ovvero Enrico Conti un solitario suonatore di violino così chiamato perché originario di Baragazza (4).

Nella Valle del Savena erano attivi e rinomati i suonatori del gruppo dell’Acqua Chelda, così chiamati per la località di provenienza, le tre sorgenti di acqua calda vicino alla chiesa di Fradusto (5).

​_Ma il suonatore più conosciuto è stato indubbiamente Melchiade Benni, che , ricomparso dal Mulino della Valle col suo vecchio violino, ha ridestato l’interesse dei ricercatori e continuato a rallegrare le feste dei vecchi e nuovi appassionati dei balli montanari.

Fine della seconda parte

(sul prossimo numero la terza ed ultima parte: Melchiade Benni ed i balli montanari )

NOTE

1 – Gaspare Ungarelli – Le vecchie danze italiane ancora in uso nella provincia bolognese – Roma

1894.

2 - La formica contiene formaldeide, una sostanza cancerogena in caso di combustione.

3 – Cesare Malservisi Francesca Ciampi – Il canto il ballo la memoria – 1990 – pp 106,107.

4 - Adriano Simoncini – La gente, il lavoro, le tradizioni. In Monzuno – storia territorio arte

tradizione - 1999 – p. 358.

5 - Cesare Malservisi Francesca Ciampi – Il canto il ballo la memoria – 1990 – p. 99

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