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La forra del Rio Raibano a Badolo
2073 Fusini Umberto natura

LA “FORRA” DEL RIO RAIBANO A BADOLO DI SASSO MARCONI

Una escursione in un paesaggio veramente “magico”

di Umberto Fusini

Ci sono certi luoghi che sono particolarmente belli in primavera, altri in estate e altri ancora in autunno o in inverno, ma ci sono pure ambienti, belli sempre.

Il caso del rio Raibano è uno di questi. Pochi sanno dove si trova, poi essendo vicino a casa, come al solito viene snobbato anche da chi lo conosce; a parte i cacciatori o i fungaioli, sono infatti pochissimi quelli che l’hanno percorso almeno in parte.

Rio Raibano (che poi verso valle sulle mappe diventa rio del Molinazzo) è un ambiente magico e nel nostro territorio non è l’unico, le possibilità di visitarlo sono diverse e da diversi punti (come nella canzone “dipende”) e siccome noi lo vogliamo vedere nel modo meno difficoltoso, le varianti calano, al punto che ne rimane una sola, che è questa.

Si prende dalla statale Val di Setta e in località Fornace (la Capra, la Casella) c’è il bivio con la nostra rotta, che è la strada provinciale di Badolo, direzione Pianoro, Brento e Monzuno.

Si lascia il mezzo di avvicinamento (auto, moto o bici per chi ha buoni polmoni) nell’area che è sorta spontanea ai lati della strada, proprio dove il rio sottopassa il ponte, poco a monte di Ca’ de’ Giorgi e poco a valle di Raibano.

Località questa stupenda, anche per chi fa free-climbing, dove la presenza umana si è espressa allo stesso modo di quella degli animali selvatici: nel bosco i sentieri della fauna, di lato alle carreggiabili le fermate ripetute creano, appunto, dove prima c’erano i rovi, delle piazzole di sosta. Lavoro risparmiato alle autorità competenti e danno minimo all’ambiente.

Chi va nel bosco deve sempre essere abbigliato in maniera adeguata, gli scarponi sono l’elemento primo e i pantaloni lunghi seguono a ruota. Camicia o maglia maniche lunghe ed il resto è un optional a seconda della stagione e di come si è fatti.

Tenere presente che anche nei mesi più caldi, in questo rio è sempre fresco.

L’imbocco del sentiero è subito a monte del ponte, sul lato sinistro idrografico del rio; ci si in fila nel bel mezzo dei noccioli, carpini e frassini e dopo 30 metri troviamo alla nostra destra una fontana, una volta meravigliosa e rigogliosa, ora poco più di una mini discarica rinsecchita. Come dice Adriano Simoncini “si vedono le tracce del passaggio dell’antropo-sauro” (che saremmo poi noi gli umani).

Poi subito si cala a sinistra e si è nel rio; già si vede la particolarità del luogo. In autunno il tappeto di foglie a terra, in prevalenza di ontano nero e nocciolo, creano con l’umidità un odore gradevolissimo, poi le felci e i muschi sulle sponde conferiscono un insieme “riposante”.

La nevicata del novembre scorso (1999), ha abbattuto un faggio notevole e lo si può vedere quasi subito sulla destra. Degno di nota è anche il fatto che avere dei faggi alla nostra latitudine, ed a questa altitudine, circa 235 metri è veramente stupefacente.

Quando si è nel sentiero (eufemismo, ma è marcato dal CAI) a lato del rio ci si incammina verso monte e subito appaiono le prime magiche visioni, una cascata ricoperta dal travertino, frutto del lento e lungo, ma costante deposito dell’acqua ricca di calcio (ricordiamo che siamo nel pieno del Contrafforte Pliocenico).

Non tutte queste barriere naturali sono facilmente superabili restando dentro il rio, perciò già dalla prima ci si può fare un’idea di come sarà l’escursione. Quando le cascate ci sembrano insuperabili, si deve uscire dal rio e scegliere l’una o l’altra sponda per continuare, con notevole impegno di energie. E queste cascate (le più considerevoli sono quattro) si susseguiranno lungo tutto il percorso. Perciò chi dopo la prima cascata è stanco, si accontenti del risultato, si riempia lo spirito dello spettacolo e ritorni al punto di partenza.

Chi invece continuerà, troverà tratti piani, che si alternano ai salti d’acqua, dove il rio si trasforma in piccolissime paludi, campionario a seconda del periodo di varie specie di piante e anche piccoli animali.

Ad un certo punto, ci si troverà di fronte ad un bivio di due corsi d’acqua, a sinistra è Fossa Piva e a destra diventa Fosso di Anderlino (che inizia subito sotto alla Ca Nova).

Prendete questa diramazione che è la più consistente come portata e continuate a guardare, ci sono veramente delle rarità. Per quanto riguarda gli alberi, il fatto che ci siano i faggi un po’ sparsi su tutto il percorso, poi nei tratti piani l’ontano nero, lo rendono degno di considerazione, ma le varie specie di fiori, e la loro quantità, sono sicuramente lo scenario che colpisce di più.

Campanellino, bucaneve, anemone, dente di cane, orchidee di varie specie e anche liliacee, sono i colori che gradualmente rivestono il terreno lungo tutto l’arco dell’anno.

Ma anche senza essere degli appassionati di botanica, il rio dà sensazioni di vera pace interiore e anche una più reale scala dei valori quotidiani, che spesso ci sfugge, soggiogati dalle apposite immagini televisive.

Questo non è un percorso con tappe fisse, è una passeggiata nel “rio”.

È così proprio perché non ci sono itinerari prestabiliti.

Quando uno è stanco o sufficientemente, appagato, ritorna indietro per lo stesso cammino, e vedremo che anche se il cammino è lo stesso, ci saranno cose che prima non avevamo viste e così sarà sempre, anche se lo rifacessimo centinaia di volte, perché, ricordando Proust “Il vero viaggio di scoperta, non consiste nel cercare nuovi mondi, ma avere nuovi occhi”; insomma è un po’ come nell’usare i condimenti.

Se il palato non è “educato” si dovrà sempre aumentare la dose e comunque avremo un risultato sempre inferiore alle aspettative.

 

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