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Ritorno

L’automobile … mi ritorna in mente
2058 Foresti Cavina Franca ricordi

(Cultura)

L’AUTOMOBILE

mi ritorna in mente

di Franca Foresti Cavina

Non sono molto vecchia. O, per meglio dire, non considero vecchia una persona di cinquant’anni. Eppure, se confronto la mia infanzia. L’infanzia di chi come me è un “residuato bellico”, nato cioè negli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale. E la confronto con quella dei miei figli, o dei ragazzi della loro generazione, vedo delle diversità tali, che mi pare che, fra noi non intercorra solo lo spazio - tempo di una generazione. Ma il periodo sembra incredibilmente più ampio, tanto è cambiato il sistema di vita.

Quand’ero bambina nel mio quartiere solo un uomo aveva l’automobile: era il tassista che abitava nella casa a fianco della mia. La sera quando rientrava dal lavoro la parcheggiava proprio nella piccola piazzetta sotto casa mia, vicino alla fontana, ai piedi della scalinata. Quando scendeva dal taxi, nero come tutti i taxi di allora, lo guardava e con uno straccio gli dava qualche piccolo colpetto per togliere polvere o schizzi, mi dava l’impressione che lo salutasse prima di salire in casa. Dario, era questo il nome del tassista, abitava all’ultimo piano del numero 15, e dopo cena lo vedevo affacciarsi alla finestra a riguardare la sua auto e forse a controllare che noi bambini, che giocavamo sempre in strada, non glielo rovinassimo. Non l’ho mai visto parlare con nessuno in strada.

Il taxi era un lusso per quei tempi e non ricordo di esserci mai salita da piccola. Abitavamo nel centro storico e ci spostavamo sempre a piedi perché sia la scuola, che i negozi erano vicini a casa.

Solo quando andavamo dalle zie o, la domenica, alla Certosa dal babbo, la mamma ed io prendevamo l’autobus. La zia Peppina per andare a lavorare all’ospedale San Leonardo usava la bicicletta: grigia, pesantissima, sempre tenuta benissimo.

I miei figli non avrebbero mai potuto giocare a tennis nella Mura interna di Porta Castiglione come facevo io coi miei amici, perché quando erano piccoli loro le strade del nostro quartiere erano già diventati parcheggi per le auto in cui anche mio marito ed io, come tutti gli altri residenti facevamo fatica a parcheggiare le nostre.

Da ragazzina, invece, e parlo dei mitici inizi degli anni sessanta, noi giocavamo a tennis per ore, rinfrescati dall’acqua gettata dalla finestra dalla madre di quello che sarebbe poi diventato il nostro medico di famiglia, che protestava perché facevamo fracasso e disturbavamo il figlio che si stava preparando per gli esami di specializzazione.

Se la palla sfuggiva correva lungo una piccola discesa, il cosiddetto Buco, che dava sul viale di circonvallazione, saltellava oltre le due corsie di scorrimento e finiva regolarmente nel cortile della caserma di artiglieria. La sentinella, di guardia nella garitta fuori dal cancello, rimaneva, apparentemente, impassibile e i soldati nel cortile raccoglievano la pallina e aspettavano che noi la richiedessimo urlando. Spesso ce la tiravano ridendo attraverso il viale, ma quando noi ragazze diventammo un po’ più grandi cominciarono a pretendere che andassimo dal cancello a chiederla. Cominciava allora tra noi una discussione su chi dovesse andare, cercavamo di convincere i maschi ad andare loro, ma poi i militari ridendo non gliela restituivano. Alla fine la ragazza del gruppo che doveva andare a recuperare la palla, tornava un po’ rossa in faccia perché nel consegnare la pallina galeotta veniva sempre sussurrata qualche parolina e scappava qualche fischio. Il cuore batteva forte e le labbra pronunciavano sottovoce un “imbecilli”.

Quando, già ultraquarantenne mi capitò di uscire dal cancello di casa mentre sul viale passava un camion di militari che, a causa della mia bassa statura, dei capelli biondi e dei jeans che indossavo quel giorno e, soprattutto, vedendomi di spalle, mi scambiarono per una ragazza e fischiarono, la parola imbecilli non mi passò nemmeno per la mente, anzi dissi “che bravi ragazzi”.

Nella mia infanzia, quindi, l’auto era un sogno, un sogno che si realizzava per me quando a Bologna arrivava il Signor Peo.

Peo, o meglio Pompeo, era questo il suo vero nome, era emigrato da Baricella in Francia, quand’era ragazzo e, come tanti, aveva fatto mille lavori. Poi aveva incontrato un antiquario americano, Gordon, e aveva cominciato a lavorare con lui. Con gli anni ne era poi diventato socio.

Di Peo ho un ricordo dolcissimo; come di sua sorella, la Marcella, che viveva nell’appartamento di fronte a quello dei miei nonni e che lui veniva a trovare tutti gli anni.

Penso che siano state fra le persone che mi hanno amato di più.

E il ricordo del Signor Peo è indissolubilmente legato all’automobile perché ogni anno arrivava a Bologna sul modello più nuovo di Mercedes. Io, bambina, rimanevo incantata davanti a quelle auto lunghe lunghe e attendevo con impazienza l’invito a fare un giro, invito che puntualmente si ripeteva quando i due fratelli andavano a far visita ai parenti di Baricella e alla nipote che abitava fra Sasso Marconi e Marzabotto.

Che viaggi stupendi! I due fratelli davanti che chiacchieravano e io, dietro, seduta nel mezzo quasi non mi muovevo per paura di sporcare e non essere più invitata.

A metà degli anni cinquanta si vedevano poche auto e ancor meno se ne vedevano di quel tipo e con targa straniera: Parigi!

Quando ci fermavano in piazza a Baricella ci guardavano tutti e io un po’ mi pavoneggiavo e un po’ mi vergognavo. E le feste che ci facevano i parenti che poi avrebbero raccontato che quella stupenda auto apparteneva ad uno della famiglia.

Anche il viaggio a Sasso Marconi era emozionante, lo ricordo spesso quando da Battedizzo, dove abito adesso, mi dirigo a Bologna , la mattina, per andare in ufficio. Mezz’ora se la strada è libera, un po’ di più se c’è traffico. Eppure, allora, era per me una stupenda avventura.

Quando ci lasciavamo alle spalle Porta Saragozza e costeggiavamo il portico di San Luca mi sembrava di partire per un luogo lontanissimo, sconosciuto e per questo pieno di meraviglie. Poi la corsa lungo la Porrettana e la Rupe maestosa e un po’ inquietante, la spianata della Fontana e infine, proprio in una curva, la casa della nipote che sovrastava il Reno.

E qui c’erano i polli, i conigli e ricordo, un anno, un enorme maiale; e, nello spiazzo di fianco alla casa, una catasta di legna dalla quale saltavo con i figli della nipote.

Quando era ora di tornare a Bologna provavo sempre un momento di tristezza: mi sembrava che lì, fra le colline, all’aria aperta, in mezzo agli animali, la vita fosse più libera e anche più divertente.

Ma veniva sera e bisognava rientrare a casa. Così si ripartiva fra i saluti dei parenti e le promesse di rivedersi l’anno seguente.

L’orgoglio di salire su un’auto così bella, il suo comodo sedile, l’emozione della corsa che mi aspettava, facevano scomparire la tristezza del ritorno e, spesso, prima di giungere in città, mi addormentavo.

Quando mi sono sposata il Signor Peo mi ha accompagnato in chiesa su una stupenda Mercedes grigia.

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