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Ritorno

Giochi e mestieri del passato che stanno scomparendo
8092 Furlan Brillantino tradizioni

Antichi mestieri - Ricordi

Giochi e mestieri del passato che stanno scomparendo

Alla ricerca dei valori perduti dell’ingegnosità e dell’abilità manuale dell’uomo

di Brillantino Furlan

Antichi giocattoli

Alcuni vecchi mestieri stanno scomparendo; descriverli diventa sempre più difficile. Purtroppo ciò succede anche con molti giocattoli che nel passato facevano gioire i bimbi, non solo giocando ma anche perché se li potevano costruire da soli.

Ecco un esempio che mi viene in mente: la “chiocciola” o “carro armato”.

Chiedevamo alla mamma o alla nonna un rocchetto vuoto, uno di quei rocchetti di filo con un foro passante che venivano usati sulla macchina da cucire. Mi ricordo che all’estremità dei rocchetti nuovi c’erano delle etichette che indicavano la loro provenienza. Il papà o il nonno ci forniva una scatola di cerini vuota, che a quei tempi conteneva un elastico per la chiusura. L’elastico dei cerini era l’unico, almeno noi lo credevamo, che facesse funzionare veramente bene il giocattolo. Poi si incidevano dei dentini tutt’intorno al perimetro delle estremità del rocchetto. Si prendeva una fetta di candela larga un centimetro e si allargava il foro dove passava il lucignolo, poi due rametti di nocciolo, uno lungo dieci centimetri, l’altro lungo due, tutti e due dello spessore di mezzo centimetro. Attraverso il rocchetto e la fetta di candela passavamo l’elastico, fissandolo alle estremità con i due rametti sopra descritti. Questo era tutto il materiale necessario per costruire il nostro giocattolo. Girando con un dito attorno al rocchetto il rametto più lungo, l’elastico si attorcigliava e andava in tensione. Lasciandolo, cercava di ritornare al suo stato originale, ma lo faceva lentamente, perché la cera faceva da frizione e il rocchetto girava adagio. Dopo di che si gareggiava: vinceva il “carro armato” che andava più lontano (Fig.1).

 

Un altro giocattolo, più bello e rumoroso, era il “fischietto”.

Specialmente in primavera, quando la linfa scendeva copiosa nei rami, la corteccia si staccava più facilmente dal legno. Con un rametto, al quale si toglieva la corteccia, si costruiva un tubicino, che diventava un fischietto. Se si incontrava difficoltà nel togliere la corteccia, si batteva con il manico del coltello sulla parte da staccare, e contemporaneamente si cantava una dolce nenia, nella speranza che in quel modo la corteccia si staccasse senza rompersi. Sapevamo che la linfa, scorrendo all’interno della corteccia la rendeva più scivolosa, e bastava un piccolo sforzo per staccarla dal legno, e così noi facevamo.

E come questi, costruivamo o ci facevamo costruire tanti altri giocattoli. Era sempre una cosa emozionante realizzarli con le nostre mani, anche se qualche volta ci sbucciavamo le dita. Spero che un giorno sia possibile raccogliere in una collezione questi antichi giocattoli, con la descrizione di come si possano di nuovo costruire, sempre per la gioia dei bambini.

Certamente oggigiorno esistono giocattoli molto belli e sofisticati, che purtroppo i ragazzi non sono in grado di costruirli da soli.

Antichi mestieri

Alla “Fira di Sdaz” 2002 il Gruppo di Studi “Progetto 10 righe” ha cercato di far rivivere antichi mestieri, iniziando con il calzolaio e l’orafo. Molti abitanti del nostro territorio sono collezionisti di attrezzi legati ai vari mestieri, e forse sarebbero orgogliosi di mostrarli anche al pubblico. Spesso non ce ne accorgiamo, ma abbiamo personaggi di grande talento proprio sotto casa.

Citiamo ad esempio un orafo: Adelmo Garuti, famoso nell’ambito del suo mestiere e ora in pensione, elogiato nella guida di Bologna e Provincia in “artigianato artistico e restauro” e in tante altre pubblicazioni; vive ed opera a Sasso Marconi dal 1968, ed è poco conosciuto perché persona schiva. Ha iniziato nel 1960 a soli 14 anni apprendendo il mestiere in una bottega orafa di Bologna, come si usava a quei tempi.

Aprì nel 1968 a Sasso Marconi il suo laboratorio, chiamandolo “la bottega dell’orefice”, prendendo spunto dal titolo di un famoso quadro del ‘500 che si trova in Palazzo Vecchio a Firenze. Appassionato di storia dell’oreficeria e, in modo particolare, delle antiche attrezzature che chiama: “i ferri del mestiere”, ne possiede una tale quantità e varietà che si propone di farne un museo-scuola. Perché il suo sapere non vada perso, lo ha trasmesso al figlio Juri, che da più di quindici anni lavora con lui (Fig. 2).

Alla fiera abbiamo presentato anche il mestiere del calzolaio, partendo da un calzolaio che fu un personaggio famoso alla Fontana nell’ambito del suo mestiere.

Il suo nome era Luigi Bustini: nato il 21 giugno 1911 alle "Case Marchi", nella località Fontana di Sasso Marconi, e morto il 31 ottobre 2000. Era conosciuto da tutti con il soprannome di “Gigetto" ed i bimbi del borgo Fontana vedevano in lui una rassomiglianza con il famoso Geppetto di Pinocchio (vedi Fig. 3).

Come dimostrazione del mestiere di calzolaio alla Fiera di Pontecchio del 2002, al tavolo di “Gigetto” lavoravano due calzolai già in pensione: Giancarlo Sandri e Ferdinando Fabbri, che con passione e gioia davano ampie spiegazioni ai curiosi che li circondavano, tutti interessati a capire come si lavorava una volta, quando non c’erano le macchine automatiche.

Lo scopo della nostra iniziativa non era solo far vedere gli attrezzi, ma anche creare un opuscolo con la descrizione e l’uso che se ne faceva un tempo, cioè andare alla ricerca dei valori perduti dell’ingegno e dell’acume applicato dai nostri avi nel costruire.

Vorremmo riuscire ad organizzare mostre ed invitare gli alunni delle scuole spiegando loro cosa facevano i loro nonni.

Prendo spunto dalla bellissima frase scritta dal nostro Sindaco, Marilena Fabbri nella rivista “al sâs” n. 0:

Una fotografia, un racconto, una testimonianza, un vecchio strumento di lavoro, le pagine ingiallite di un archivio restituiscono colore, goccia dopo goccia, ad un mondo che tanti non hanno mai conosciuto ed alcuni stanno dimenticando.“

A titolo di esempio, esaminiamo un antico strumento: ll trapano dell’orafo (Fig. 4).

E’ un trapano a mano, detto “a palla” o “a vela”. Funziona sul principio del volano, che imprime velocità e pressione. Si usano punte dette “a lancia”. E’ sicuramente uno degli utensili più antichi: molti orafi lo hanno usato anche dopo l’avvento dell’elettricità, trovandolo comodo e pratico nonostante possa sembrare il contrario.

La descrizione di come venivano usati gli antichi strumenti ci fa capire la pazienza e l’amore che animavano gli artigiani nella creazione dei loro capolavori. Le spiegazioni sul loro utilizzo vengono raccolte dai pochi che sono rimasti: è una memoria storica che non dovrebbe cadere nell’oblio.

 

DIDASCALIE

Fig.1 Un antico giocattolo: la “chiocciola”, detto anche “carro armato”. (foto Brillantino Furlan)

Fig. 2 L’orefice al lavoro ( foto Paolo Michelini)

Fig. 3 Il calzolaio Luigi Bustini della Fontana, chiamato “Gigetto”

 

Fig. 4 L’antico trapano dell’orefice (Foto Brillantino Furlan)