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Ritorno

Abbiamo ballato sui morti. I ricordi della primavera del 1945
8073 Pelliconi Galetti Cecilia ricordi

Abbiamo ballato sui morti

di Cecilia Galetti

Ero affacciata alla finestra di un palazzo in Strada Maggiore, quando le truppe alleate entrarono in Bologna, il 21 aprile 1945. Accanto a me c'era una bella e cara giovinetta la quale, quando udì il sottofondo sempre crescente di grida gioiose e il battimani della folla che seguiva il nucleo militare, si coprì gli occhi con le mani e scoppiò in un pianto dirotto; ella sapeva da tempo che il suo primo amore non sarebbe mai più tornato. Io I'accarezzai leggermente sui capelli, avrei voluto dirle qualcosa di consolante, ma non mi venne nulla.

Sentii un leggero filo di tristezza che mi invase l'anima; in quel momento una folata di pensieri, che mi ponevano domande senza risposta , mi attraversarono la mente.

Sicuramente quelle truppe che stavano passando sotto la finestra significavano un sogno di rinascita e di speranza; noi eravamo certamente i superstiti di una guerra feroce e ci stavamo scaricando di un pesante fardello portato per anni. Pur comprendendo queste realtà, mi sentivo disorientata e confusa, non riuscivo ad allontanare dal mio intimo un crepitio scoppiettante di grida strazianti, un lungo periodo di sofferenze, fame e distruzioni; il ricordo di tanti morti, ignari e innocenti mi penetrava nel profondo.

Noi eravamo veramente superstiti? Era veramente la parola fine, che in quel giorno si trasformava in realtà ? Pensavo: come si presenterà il futuro in mezzo a tante rovine? Sentiremo ancora il profumo della vita che si ridesta? Per quanto tempo le lacrime, simili a gocce di rugiada, continueranno a scendere dalle ciglia delle madri?

Pensavo questo e temevo che, nonostante la fine del conflitto, tutti noi saremmo rimasti ancora smarriti e tristi, perchè la paura e I'angoscia non si spengono in fretta. Sentivo la malinconia di una felicità che mi sembrava perduta; rimettere in ordine un simile disastro, mi pareva impossibile.

I pensieri e i timori di quel giorno ho avuto modo di vederli realizzati; ho visto come la gente nel subito dopo guerra abbia continuato a soffrire e a lottare per vivere e per migliorare. Mi sono resa conto che forse l'uomo era rimasto prigioniero del dolore per troppo tempo, era stanco di soffrire e, mentre si rimboccava le maniche per un possibile sviluppo veloce, cancellando così la distruzione dell'immane tragedia, avvertiva la voglia di emozioni gioiose, di cui si sentiva in diritto. La burrasca era passata, la natura seguiva il suo ritmo, la pioggia continuava a cadere come sempre, il sole ora illuminava le rovine, come prima aveva illuminato paesaggi da favola.

Insorse allora, vivace e fulmineo, il desiderio della musica e del ballo; risuonò nel ricordo I'eco delle feste perdute. Furono molti i luoghi in cui, sul piancito di una casa distrutta, dove forse erano morte fra le macerie tante persone, ad ogni giorno festivo, con qualsiasi strumento musicale che sapesse improvvisare della musica, si ballava, si cantava, si stava in allegria. Alle volte mi sembrava che la gente ballasse sui morti; facevo fatica a riconoscere che era giusto tornare alla normalità.

Il distacco dalla città martoriata, mi diede dispiacere, ma volli seguire mio marito, che desiderò riprendere il suo lavoro nell'azienda agricola di Villa Cadestellano, dove prendemmo alloggio assieme alla famiglia. Ero serena e felice, nella mia famiglia regnava pace e amore. Nonostante questo, i ricordi tristi continuavano ad assillami.

Mi rattristai moltissimo quando al mio arrivo a villa Cadestellano notai che nel prato antistante la villa, al lato sud, sepolto sotto poca terra, c'era un soldato dell'esercito tedesco: una croce, un nome, la data di nascita 1925, la data di morte, aprile 1945: aveva 20 anni. Quella fossa mi faceva fantasticare, meditare e rendermi conto che la cattiveria umana è senza confini.

Quasi ogni giorno, insieme alle mie bimbe, portavo un fiore sulla tomba di quel soldato, la mia intenzione era quella di voler rendere omaggio e onore a tutti coloro che ci avevano lasciato, senza ritorno, a causa della guerra.

Vorrei ancora oggi lasciar cadere su di loro gocce di tenerezza, nella speranza che il loro ricordo non sbiadisca mai.

Ed dri da la mi cà

Ed dri da la mi cà

dsfata da la guera,

sota a un po ed tera mosa,

con una crous ed bachet

piantè inveta,

suplè acsè a la basta csii

un suldè (mort par nient),

al durmeva par seimpar.

Me tot i dè ai purteva

un fiour

e intant ch'al pianteva

con Iò seimpar a' dscureva.

forsi al sculteva

ma mai al m'arspundeva;

I'era mort e i murt i stan zèt.

Però un dè che mè

ai purtè una rosa

a sintè la so vous:

"Oh ! una rosa! Anch' a la mama

ai piasevan al ros

e I'ai purteva

a I'altêr dla Madona!

Par piasêir... t'e da dir

a la mama… che:

parchè mè a posa durmir in pes

l’an’a piò da zigher…

ormai l’è vecia… e

fra poch a la vdrò ariver

què da me.

Se t’vad la mi dona

dii ch’l’è lebra…

mè an touran piò;

s’la vol las pol marider…

però se la s’marida

mè a pregarò quel ch’manda

que

ed prileram da cletra pêrt

pr’an vêdar,

e po a pruvarò ed durmir

in pês listes”.

DIDASCALIE

Fig.1

Villa Cadestellano (detta anche Villa Francia), facciata sul lato nord, nel suo splendore prima della guerra (proprietà Cecilia Galetti Pelliconi)

Fig.2

Fotografia recente di Villa Cadestellano, facciata sul lato sud, ov’era sepolto nel prato antistante il soldato tedesco citato nel racconto (proprietà Cecilia Galetti Pelliconi)

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