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Appunti di storia di Sasso Marconi (parte seconda)
7007 Pellegrini Gianni storia locale

Appunti di storia di Sasso Marconi (Parte seconda)

Il Borgo del Sasso

di Gianni Pellegrini

A chi, davanti a Tripoli, guarda in su, verso le colline di Mongardino, si mostra un paesaggio apparentato a quelli che può ammirare chiunque, viandante o turista, si trovi in Toscana o nella verde Umbria. Sono infatti i dossi e le collinette che si elevano su e su per terrazzi alluvionali fino all’orizzonte una dietro l’altra, per fattezze e per vegetazione, simili a quelle di un paesaggio senese, aretino o delle valli della regione verde d’Italia.

Colline dolci, in un miscuglio di coltivi e di boschi. Sulla cima dei poggi gruppi di cipressi, spuntati in quei luoghi non per caso, vecchi punti di riferimento e di avvistamento rispetto alle antiche strade di valle e di crinale. Qua e là le vecchie case coloniche, ora trasformate in eleganti e ordinati casali per nuovi residenti provenienti dalla città, che hanno sostituito il vecchio mezzadro conduttore.

Più a sinistra, dove si intravedono Le Mandrie alle Lagune, il profilo s’inasprisce e si corruga: si percepiscono i primi avvisi dei monti che, ancora più in là, verso Medelana, sfiorano i mille metri.

I due rii, il Rio Verde e il Rio Secco che si congiungono nell’approssimarsi al Reno, nascono da sorgenti che sgorgano dalle tenere arenarie nell’area di Mongardino, ma piuttosto distanti tra loro. V’è qualcosa di misterioso nel percorrere o risalire questi due corsi d’acqua cugini o fratelli, qualcosa di misterioso e affascinante per la prova che essi forniscono della loro remota origine. Il loro breve percorso, pochi chilometri dalla sorgente al fiume che li riceve, racconta di un incessante lavoro di scavo che in milioni di anni ha prodotto delle erosioni nelle pareti di roccia che si alzano in alcuni punti di qualche centinaio di metri, i balzi. Sono questi, luoghi suggestivi, purtroppo oggi quasi ignorati.

Al tempo della nostra storia questo era il mondo che forniva agli abitanti della Porrettana un’infinità di risorse. Intanto, durante gli ultimi anni della guerra, alla base dei balzi erano stati scavati nella fragile roccia innumerevoli rifugi antiaerei per le popolazioni della valle. Alcuni erano addirittura stati concepiti con criteri ingegneristici con due entrate e una sala centrale per soggiornare durante gli allarmi aerei più prolungati. Altri erano semplici caverne, realizzate soprattutto nel tentativo di scacciare la paura. In quanto alla sicurezza, la fortuna diede una mano. Nessuna bomba centrò mai quei rifugi costruiti nella troppo giovane formazione tufacea. Sarebbe stato un disastro tale da augurarsi che la gente fosse rimasta a casa o si fosse sparsa per i campi.

Per il resto, nelle macchie adiacenti i fossi, si potevano raccogliere i rami secchi trasportati dalle frequenti piene causate dai temporali, per farne fascine ed accendere il fuoco nei camini e nelle cucine economiche dei pigionanti di quel mezzo miglio di strada. Per gli amanti di quel genere di gastronomia si trovavano in quei fossi grandi quantità di gamberi di fiume, considerati una prelibatezza, che testimoniavano la grande purezza di quelle limpide acque di sorgente.

La consuetudine, indotta dalla necessità, dell’approvvigionamento della legna, era una grande avventura per i ragazzi che accompagnavano le loro madri durante lo svolgimento di questo compito. Un mondo di fantasia si dischiudeva davanti ai loro giovani occhi: il modesto corso d’acqua e la vegetazione circostante, il profumo pulito delle canne che crescevano ai margini delle piccole forre e delle foglie macerate faceva sognare foreste tropicali come quelle che qualcuno di loro aveva visto nei film di Tarzan.

L’acqua nei nostri due rii era abbondante e costante in ogni periodo dell’anno, ancora non erano state violate le sorgenti per alimentare le piscine e per l’irrigazione dei giardini delle ville e villette che sarebbero arrivate alcuni decenni dopo.

Non era infrequente, anche a un paio di chilometri dalla confluenza, vedere piccoli avannotti che si erano avventurati risalendo i rivi dal Reno, probabilmente attirati dalla trasparenza di quelle acque. Infinite altre qualità di piccoli animali acquatici erano presenti agli occhi di quei bambini e ragazzi: rane, salamandre acquaiole, girini nelle varie fasi dello sviluppo, una vera palestra naturalistica. Uccelli di ogni specie abitavano quelle pacifiche oasi, indisturbati se non dal passaggio inoffensivo dei nostri cercatori di sterpi e rametti secchi da ardere.

Una differenza esiste tra il Rio Verde e il Rio Secco: mentre il primo scorre per gran parte accanto alla via che porta a Mongardino, il suo fratello gemello e diverso si snoda in aree completamente inaccessibili. Ciò gli conferisce un incanto magico, e gli ha riservato un destino meno violentato dalla mano dell’uomo.

Tra questi due piccoli e suggestivi corsi d’acqua si svolgeva un’attività agricola che poggiava la propria esistenza sulle innumerevoli case coloniche. Ad esclusione del caso di Villa Acquaderni e dei poderi ad essa collegati, le altre case e i relativi terreni erano piccole proprietà di avvocati o di notai bolognesi e di vecchie famiglie del posto che avevano concesso ai conduttori il fondo a mezzadria.

I mezzadri di norma conducevano una vita grama; si trattava, ancora nel dopoguerra, di famiglie patriarcali nelle quali si verificava la coesistenza di tre generazioni. I figli in genere erano numerosi e tutti vivevano insieme in case di modeste dimensioni prive di servizi igienici, sostituiti dalla stalla e dalle relative concimaie.

Erano poderi di collina di ridotte dimensioni; la composizione poderale e produttiva non si discostava molto da quella descritta oltre centocinquanta anni prima dall’abate Calindri nel suo Dizionario corografico.

L’uva era la principale produzione, accanto alla frutta e al fieno, un po’ di grano e molta legna, disponendo ogni podere della sua buona percentuale di bosco. Ad eccezione del territorio pianeggiante della valle del Reno, che offriva migliori condizioni per i contadini e per la produzione agricola, tutto il restante territorio comunale aveva più o meno le stesse caratteristiche vocazioni alla vita di stenti e di sacrifici descritta.

Gli abitanti di questi particolari luoghi, come tutti quelli che vivono a Sasso, non si sa se per effetto, come pare, del contenuto di antiche scritture o per orgoglio di nativi, fino dalle antiche generazioni li hanno sempre considerati come tra i più belli e ridenti dell’Italia intera. Il fatto che fin dal cinquecento le famiglie senatorie bolognesi vi avessero eretto le loro dimore pare darne conferma. Ma all’epoca di cui ci stiamo occupando non erano queste le disquisizioni che potevano interessare, a Tripoli e in tutto il resto del nostro comune, le famiglie della povera gente. Dal punto di vista politico la vita seguiva a grandi linee ciò che accadeva nel resto del Paese. Né poteva essere diversamente in un tempo di forti contrasti ideologici in base ai quali risultava una visione manichea del mondo: da una parte stava tutto il bene e dall’altra il male.

Dopo il primo breve periodo di collaborazione, dal momento in cui i partiti ebbero definita la loro collocazione strategica e il loro insediamento sociale anche al Sasso la contrapposizione si fece aspra, dura e senza risparmio di colpi, per fortuna non trascendendo mai in episodi gravi di violenza.

Fin dalle prime elezioni amministrative comunisti e socialisti avevano ottenuto una schiacciante maggioranza di voti e di seggi. Fu riconfermato Sindaco lo stesso nominato dal Comitato di liberazione nazionale, che avrebbe così governato per i successivi cinque anni (Guido Bertacchi). Il lavoro di questi amministratori non era fatto di misure eclatanti e spettacolari. Si trattava di riportare ad un minimo di normalità giorno dopo giorno una comunità che era stata spezzata da una furia distruttrice immane. E questo era, nelle condizioni di quel momento, un evento eccezionale.

“…I primi che entrarono al Sasso videro il paese completamente sconvolto. Macerie ovunque, strade divelte, carogne di animali, ponti distrutti, la Porrettana sotto la Rupe fatta saltare, la ferrovia spazzata via. E in questa desolazione non una goccia d’acqua, od un po’ di luce, mentre di viveri non era neppure possibile parlarne. Non erano stati risparmiati neppure i morti: le salme nei cimiteri di S. Lorenzo e S. Leo biancheggiavano al sole maledicendo coloro che non avevano avuto pietà del loro estremo riposo. In principio furono indirizzati gli sforzi dei primi abitanti che erano tornati in paese dolorosamente meravigliati di tanta miseria. I pozzi furono spurgati, le carogne seppellite, le strade sgombrate dalle macerie…” In questo breve stralcio di un’anonima relazione trovata nell’archivio del Comune vi è tutta la tragica realtà di quei momenti terribili e dell’impegno che stava davanti agli uomini che avevano assunto il pesante compito di guidare l’Amministrazione comunale.

Responsabilità e lungimiranza furono le doti dimostrate da parte di quegli ormai lontani rappresentanti dei nostri concittadini.

Le prime misure, oltre quelle tese a fare fronte all’emergenza giornaliera, guardavano avanti. Furono subito nominati dal Consiglio comunale diversi comitati: un comitato per l’agricoltura, il Comitato per l’Ente Comunale di Assistenza, un Consiglio tributario e uno per l’istituzione dei tributi locali, un comitato che presiedeva alla distribuzione di calzature e abbigliamento, tantissimi altri provvedimenti che insieme consentirono, giorno dopo giorno, di riprendere il cammino interrotto dalle distruzioni belliche.

Un fatto che meraviglia per l’anticipata ottica urbanistica è invece l’adozione da parte del Consiglio comunale fin dal 1947 di una deliberazione per la costruzione di una nuova strada di attraversamento del paese: l’attuale Via Kennedy, a dimostrazione della capacità di guardare al futuro e di programmare un paese meglio organizzato.

Ad eccezione dell’episodio conseguente l’attentato a Togliatti, segretario del Partito Comunista, nel 1948, non si erano più avute in paese manifestazioni che non fossero quelle da ritenersi normali in un paese che aveva riconquistato la libertà di esprimersi anche attraverso manifestazioni di piazza.

Non tutto era però così tranquillo come poteva apparire in superficie. Un grave disagio covava e cresceva per il peggioramento delle condizioni di vita delle famiglie a causa della mancanza di lavoro.

I lavoratori della terra, che si vedevano negato il diritto di procedere con le migliorie fondiarie ostacolate dai proprietari terrieri, iniziarono una singolare forma di protesta: lo sciopero a rovescio. Si recavano cioè sui fondi e iniziavano a lavorare pur senza avere contrattato nessuna forma di remunerazione. I proprietari della terra, vedendo in questa azione una forma di forzatura per costringerli a dare corso alle migliorie, chiamavano la polizia, che in alcuni casi intervenne pesantemente caricando a manganellate lavoratori e sindacalisti, e in alcune occasioni arrestando questi ultimi.

In una di queste manifestazioni, avvenuta in quella parte del comune di Sasso che si affaccia sul torrente Lavino, vicino a Calderino, venne arrestato il segretario della Camera del lavoro che, come avevamo anticipato, abitava a Tripoli. Quel giovane sindacalista con i baffetti si chiamava Giorgio Disiati. Si aprì nei suoi confronti una gara di solidarietà che durò per tutto il periodo della sua incarcerazione protrattasi per alcuni mesi. La dura e giornaliera battaglia contro la disoccupazione era iniziata e si sarebbe prolungata per anni.

Anche in tempi così duri si rivelarono le doti di solidarietà caratteristiche delle popolazioni emiliane. Furono ospitati presso le famiglie di Sasso una trentina di bambini provenienti da Napoli che vennero accolti con grande calore da tutta la popolazione. Fu grande la commozione, al momento del rientro presso le loro famiglie, dei piccoli napoletani, con i quali molti continuarono a tenere rapporti per parecchi anni. Ma anche i bambini di Sasso dovettero fare ricorso alla solidarietà. Scrive infatti il periodico del Comune nel 1950: “E’ con profonda riconoscenza verso i promotori e verso gli amici della Provincia che parliamo dei nostri piccoli cari bambini scesi in pianura e accolti amorevolmente da nuovi papà e mamme che li ospiteranno per oltre tre mesi.

Sono oltre 1000 bimbi che hanno trovato festose accoglienze ed un sereno e caldo rifugio dai rigori dell’inverno, tanto triste e desolante nei nostri monti dove all’intemperanza del clima si aggiunge la miseria provocata dalla permanente disoccupazione dei lavoratori, i quali purtroppo non sono in grado di procurare sempre l’indispensabile occorrente alla propria famiglia. E’ dunque con grande soddisfazione che constatiamo come i lavoratori della pianura, pure anch’essi duramente provati dalla crisi che colpisce tutti indistintamente coloro che vivono di lavoro, abbiano accolto con slancio veramente fraterno e solidale l’appello lanciato da organismi democratici per l’assistenza invernale ai bimbi della montagna, ed è motivo di maggiore soddisfazione apprenderlo dalla viva voce dei piccoli e dei genitori che si sono recati a visitarli nelle nuove residenze…”

Nel frattempo, a Bologna le fabbriche storiche avevano ripreso la produzione dopo la ricostruzione degli immobili, in gran parte danneggiati dai bombardamenti alleati. A partire dal 1948 si verificò un fenomeno che avrebbe poi segnato lo sviluppo industriale del capoluogo e della provincia.

Gruppi di operai specializzati, di grande abilità tecnica, uscirono dalle maggiori aziende bolognesi, in particolare da Ducati, Sabiem, Minganti e Calzoni per mettersi in proprio. Molti di loro erano stati licenziati per discriminazione politica o perché attivisti del sindacato o dei partiti di sinistra. Le dure battaglie per la riconquista del posto di lavoro non diedero purtroppo esito positivo. Ogni spazio disponibile diventò così sede per piccolissime aziende artigiane che, in cambio di un orario di lavoro massacrante, offrivano la sensazione della libertà dai vincoli del lavoro subordinato. Nessuno allora avrebbe pensato che in quegli anni stesse nascendo il cosiddetto modello emiliano, quello della imprenditorialità diffusa che vide fiorire nel corso del decennio successivo migliaia di aziende. Questo fenomeno generò una nuova richiesta di mano d’opera che in breve tempo si riverberò anche nella provincia.

Accadde poco tempo dopo, a partire dagli anni cinquanta, una specie di rivoluzione di tipo sociale. I figli dei contadini i quali, quasi per definizione, avevano sempre seguito, succedendo loro, le orme dei padri, iniziarono a lavorare in fabbrica. Non fu facile, perché prima furono soddisfatte, naturalmente, le richieste di lavoro provenienti dalla città, poi a poco a poco qualcuno da fuori trovò impiego nelle industrie e presso gli artigiani, specialmente nel ramo della metalmeccanica, che rappresentava il nerbo della produzione bolognese di quei tempi. Meno facile sarà l’opera di conversione dei rapporti sociali e del lavoro. Passare dai lavori agricoli, che avevano come caratteristica principale quella della stagionalità, al lavoro continuo della fabbrica si rivelò non sempre un’opera semplice. Risultò infatti che, durante i periodi più intensi dei lavori agricoli come la mietitura o la vendemmia, il tasso di assenteismo aumentasse vistosamente. Fu il prezzo da pagare ad un nuovo stile di vita economica e sociale.

Per gli abitanti di Tripoli sarà una vera e propria sorpresa vedere aumentare il traffico sulla strada anche stavolta costituito in gran parte di biciclette. Queste non si mischieranno però con quelle degli operai del Maglio, avranno altri orari. Sarà il traffico pendolare del mattino e del ritorno tardo pomeridiano che avviene anche oggi con altri mezzi.

L’insolito inserimento dei figli dei contadini nel mondo dell’industria aprirà nuove prospettive sotto molti punti di vista, da quello sociale a quello politico in particolare. Per questi giovani si schiuderà un mondo diverso fatto di conoscenza dei propri diritti. Soprattutto impareranno a conoscere il valore della mano d’opera, fino a pochi anni prima considerata del tutto indipendente dai tempi e dalle condizioni di lavoro.

Nel lasso di pochi mesi avvennero alcune cose straordinarie. Per gli anni successivi alla liberazione il servizio di trasporto per e da Bologna era stato assicurato principalmente dal treno, almeno per chi si muoveva dal Borgo e da Pontecchio. Per le altre frazioni del Comune la distanza dalle stazioni rendeva l’utilizzo del treno molto scomodo.

Per qualche tempo un privato aveva attrezzato un piccolo camioncino, sistemando due panche lungo il piano di carico e istituendo il primo sevizio di trasporto pubblico verso la città. Anche se coperto con un telone, questo mezzo rendeva il trasporto disagevole e improponibile in cattive condizioni meteorologiche.

Fu così che sorsero alcune linee di autobus per il trasporto dei lavoratori in città. Alcune provenivano anche da comuni dell’ Appennino, fino da Porretta. Una scendeva da Medelana sull’alta collina del Sasso, giù verso Mongardino e, dopo avere svoltato verso il Borgo, svolgeva il suo servizio fino a Bologna.

Erano mezzi antiquati, d’anteguerra, accolti all’inizio con molto scetticismo. I più pensavano che in un mondo rurale come quello esistente non avrebbero avuto abbastanza passeggeri per sopravvivere. Forse, si pensava, solo il venerdì, quando i contadini usavano recarsi al settimanale mercato bolognese si sarebbero potute riempire queste corriere un po’ sgangherate. Furono invece loro, queste vecchie corriere, a evidenziare che qualcosa stava cambiando nel vecchio mondo contadino, che nelle campagne stava maturando la convinzione che non potevano più vivere in due su di un modesto pezzo di terra, il mezzadro e il padrone.

Di primo mattino, all’orario dell’unica corsa verso la città, alle fermate abbastanza frequenti si radunavano i passeggeri che in poco tempo divennero sempre più numerosi, tanto che alle ultime fermate verso San Biagio, la salita sulla corriera diventava una vera impresa, come tentare di violare la legge fisica di impenetrabilità dei corpi.

Erano passati alcuni anni dalla fine della guerra e il vecchio caseggiato appoggiato alla statale 64 non aveva subito mutamenti edilizi. Ancora non c’erano le risorse per una ristrutturazione capace di portare nelle abitazioni alcune comodità, come l’acqua corrente, che occorreva continuare ad estrarre dal sottosuolo attraverso la vecchia pompa a mano, tanto meno bagni degni di questo nome. Gli abitanti si rassegnavano a questa vita un po’ primitiva rispetto a quella delle case nuove costruite in paese dove si favoleggiava di vasche da bagno con l’acqua calda. Intanto, non si sa per quale strano gioco del destino, Tripoli si avviava a diventare un centro politico di primaria importanza. Forse si trattò solo di un caso, ma questo caso volle che in quegli anni a ridosso della fine del decennio della guerra, si trovassero a convivere nello stesso caseggiato oltre il segretario della Camera del lavoro, il vice sindaco, un consigliere comunale e un importante esponente comunista diventato poi, anni dopo, Sindaco di Casalecchio di Reno. L’organizzazione dei partiti della sinistra, capillare a quei tempi, annoverava cellule organizzative strutturate in maschi e femmine. Tripoli era al centro dell’organizzazione del più numeroso nucleo di contadini e lavoratori della terra che dalla Porrettana giungeva fino a Mongardino.

Non passava settimana che nel seminterrato di un fabbricato sorto vicino al caseggiato storico in margine al Rio Verde si tenesse qualche riunione alla quale partecipavano intere famiglie, compresi i bambini.

Il Partito Comunista era il più organizzato in tale senso. Alle riunioni partecipava sempre un membro del Comitato di coordinamento comunale, il quale introduceva la riunione con la disamina dei fatti accaduti durante la settimana, passando poi a dare le direttive che venivano discusse dai presenti per concludere con le determinazioni organizzative. Nello spirito di quegli anni accadeva sovente che alle riunioni fossero presenti anche non iscritti o addirittura aderenti al partito socialista. Avevano queste riunioni, oltre che un’evidente carattere politico, un ruolo di informazione e di alfabetizzazione di fronte a tanti, uomini e donne, che appena sapevano scrivere il proprio nome.

I partiti dell’opposizione al Sasso non avevano un’organizzazione confrontabile a questa: si appoggiavano, almeno il maggiore, la Democrazia Cristiana, sul collateralismo con la chiesa e le parrocchie.

Il Borgo del Sasso, questo era il nome che veniva dato al ristretto gruppo di case edificato attorno alla piazza, in grande parte distrutto dai bombardamenti, compresi il municipio e la chiesa, stava intanto rinascendo dalle macerie. La maggior parte degli edifici crollati veniva ricostruita sulle stesse fondamenta, anche se per alcuni dei più pregevoli, sia per la mancanza degli originari disegni, sia per le difficoltà finanziarie, non fu possibile una ricostruzione capace di rinverdirne la passata bellezza. In generale si era cercato di riedificare le case com’erano state in passato, quasi a volere simbolicamente e in fretta dimenticare il tremendo disastro che aveva squassato il paese lasciando dietro di sé morte e distruzione.

Il Borgo era abitato in quei tempi da una minima parte della popolazione la quale, ricordiamo il carattere prevalentemente agricolo del comune, viveva nelle frazioni e nelle centinaia di case agricole sparse su tutto il territorio. Ciò non toglie che in ogni caso fosse molto frequentato, specialmente la piazza, per le funzioni che vi si svolgevano: il Municipio, la Chiesa, il mercato settimanale, le gare sportive di calcio, il cinematografo appena riaperto. La frequentazione del Borgo era vissuta come sinonimo di appartenenza alla comunità raccolta attorno ai propri simboli

Anche le attività commerciali, sia pure in condizione di emergenza, erano riprese. Avevano riaperto i negozi preesistenti alla guerra e anche il caffè storico della piazza aveva ripreso il suo posto. Furono riaperte perfino le filiali di due vecchie banche.

C’erano state alcune novità sotto l’impulso della spinta popolare suscitata dalla ventata democratica conquistata con la Liberazione: sorsero due nuovi esercizi figli di questo clima, due attività che avrebbero proiettato una nuova prospettiva per la partecipazione popolare nel futuro. Nacque la prima “Cooperativa di consumo del popolo” in seguito denominata “Cooperativa di consumo Valle del Reno”. Era uno spaccio sistemato in un piccolo negozio ricavato dapprima in un vecchio fabbricato posto sulla Porrettana di fronte all’ingresso della villa Neri, trasferitosi poi per ragioni di spazio nel palazzo comunale sempre sulla Porrettana. Al piano terra della vecchia sede del partito fascista si insediò un circolo ricreativo dell’Ente nazionale assistenza lavoratori, il CRAL. Al piano superiore trovarono sede il partito Comunista, quello Socialista e la Camera del lavoro. La Cooperativa e il CRAL avevano l’obiettivo, sia ideale sia pratico, di offrire facilitazioni economiche e di aggregazione alla parte più povera della popolazione praticando prezzi notevolmente più bassi rispetto al normale commercio.

Il rientro dei sassesi procedeva compatibilmente con la disponibilità di alloggi, molti si erano sistemati in alloggi di fortuna, anche le grandi ville senatorie presenti sul territorio comunale erano state occupate e contenevano una grande quantità di famiglie insediate in spazi angusti per consentire l'accomodamento di più nuclei.

In seguito iniziò, e fu portato a termine in pochi anni, un complesso programma di edilizia da parte dei vari organi preposti, Case Popolari, Unrra Casa e altri che alleviarono i disagi più impellenti. Alcuni interventi si rivelarono peggiori del disagio patito, come nel caso di alcune baracche di materiali autarchici e legno facilmente impregnabili al primo acquazzone: costruite nel centro del Borgo per durare alcuni mesi furono demolite solo successivamente ad un incendio oltre un decennio dopo la loro posa.

La vita democratica delle istituzioni era ripresa nell’alveo della nuova costituzione repubblicana. Il consiglio comunale democraticamente eletto aveva, come detto in precedenza, riconfermato Sindaco di Sasso Marconi il Sindaco della Liberazione Guido Bertacchi a capo di una Giunta socialcomunista. Le condizioni per esercitare il mandato erano difficili e imponevano grandi sacrifici. Il Sindaco aveva ricevuto dalla Direzione della Cartiera del Maglio, nella quale era occupato, il permesso di assentarsi per svolgere le proprie funzioni comunali un giorno la settimana. Per molti anni dovette svolgere le sue funzioni nelle ore serali e anche la domenica, nella mattinata della quale soleva ricevere i cittadini che avevano la necessità di esporgli i loro innumerevoli problemi. Bertacchi era socialista. Era stato nominato Sindaco nei primi giorni dopo il 25 aprile, su proposta del Comitato di liberazione nazionale, dalle autorità militari alleate. Egli aveva vissuto durante il ventennio da oppositore, senza il ricorso a gesti eclatanti, ma compiendo, in particolare sul lavoro in cartiera, quei piccoli atti quotidiani che avevano messo in luce la sua etica civile e sociale di fronte al fascismo. Anche alla guida del Comune operò con grande oculatezza e soprattutto dando l’esempio di una totale dedizione al suo ruolo. Con l’esempio e il sacrificio personale godette di grande stima e considerazione.

Le difficoltà incontrate da quegli amministratori, dal Sindaco ai suoi collaboratori, nello svolgimento della propria missione sono facilmente intuibili. Non esisteva l’istituto dell’aspettativa dal posto di lavoro, quindi essi dovevano sacrificare il poco tempo libero agli innumerevoli impegni della carica. Si aggiungeva alle difficoltà la necessità di fare fronte alla realtà di un comune molto esteso in superficie, circa 100 kmq, costituito da 18 parrocchie, ognuna delle quali si poteva considerare alla stregua degli odierni criteri come una frazione. Mantenere i rapporti con i cittadini residenti in queste frazioni era un impegno improbo anche dal punto di vista logistico, essendo il mezzo di trasporto più corrente e disponibile in quei duri anni la bicicletta.

Proviamo ad immaginare il viaggio di andata e di ritorno a notte inoltrata alle proprie case, dopo avere incontrato i cittadini di Tignano o di Badolo, da parte di quegli uomini che sentivano di continuare nel loro intimo una battaglia iniziata con la resistenza al fascismo.

Essi rappresentavano idealmente tutte quelle persone, uomini e donne che durante i lunghi anni della dittatura non si allinearono ad un potere prepotente e liberticida, tenendo così accesa la fiaccola della speranza del riscatto. E’ anche grazie a questi uomini, discreti ma fermi nella difesa delle loro idee, che l'Italia presentò alla fine della guerra la sua immagine più dignitosa per rientrare nell’assemblea dei paesi democratici.

Gli anni che conclusero la prima metà del secolo trovavano Sasso Marconi stremata dallo sforzo della rinascita e della ricostruzione, avendo nel contempo visto crescere una classe dirigente relativamente giovane, idealizzata e preparata a compiere e a fare compiere al Comune il passo successivo: quello dell'uscita dall'emergenza e della messa in cantiere di un nuovo paese, sia dal punto di vista strutturale che da quello sociale, quando era ancora dominato dall’altissimo tasso di disoccupazione e di miseria.

Stava per iniziare anche al Sasso un fenomeno che sarebbe apparso più evidente in seguito e del quale si intravedevano le premesse: si trattava dello sconvolgimento del vecchio ordine sociale che aveva dominato durante il ventennio fascista e basato, come avviene generalmente nelle dittature, sulla supremazia sociale dei personaggi legati all’apparato politico del partito dominante.

Le famiglie che avevano avuto per anni un peso sociale sovradimensionato, a prescindere dagli effettivi meriti, erano state ridimensionate anche economicamente dalla guerra che aveva tolto loro i vantaggi guadagnati con l’appoggio dato al regime, poi avevano sofferto nel trovare una ricollocazione all’interno del nuovo corso politico democratico. Con il ritorno alla democrazia si erano create le premesse perché nessun cittadino dovesse riverire qualcuno in virtù della prepotenza o del sopruso.

Un primo e importante segnale di questo nuovo clima lo si poteva rilevare scorrendo l’elenco dei rappresentanti dei cittadini nel Consiglio comunale, il primo eletto dopo oltre venticinque anni.

Figuravano tra i consiglieri: operai, braccianti, artigiani, funzionari di banca, pensionati, mezzadri, laureati, imprenditori, impiegati dello Stato. Una rappresentanza sociale la più vasta e articolata, sintomo nuovo della voglia di partecipazione alla nuova stagione democratica conquistata attraverso la lotta di liberazione nazionale. Una rappresentanza che aveva anche una valenza territoriale, avendo i partiti, in particolare quelli con l’organizzazione più diffusa e capillare, deciso di candidare persone provenienti da tutte le più importanti frazioni del comune.

Il risultato più positivo per dare sostanza ad un’efficace e realmente democratica gestione del Comune venne proprio da questa visione unitaria delle problematiche presenti in tutto il diffuso territorio comunale, uno dei più vasti dell’intera provincia.

Il ritorno alla vita democratica, l’avvento della stampa libera, lo sviluppo delle comunicazioni, svelavano ogni giorno di più l’immane tragedia di cui l’umanità intera era stata vittima. La conta delle vittime di guerra aggiungeva giorno dopo giorno alle cifre spaventose le notizie delle stragi di civili compiute dai nazifascisti. La gente cominciava a prendere piena coscienza dell’eccidio che era avvenuto a pochi chilometri, a Marzabotto. Dopo il sentimento di sbigottimento dei primi tempi, dopo la conferma dei parenti perduti e le lacrime versate, si faceva strada la ferrea volontà di operare perché mai più l’umanità dovesse conoscere un’analoga catastrofe per mano dell’uomo.

Pochi anni dopo la fine della guerra però, le relazioni internazionali subiscono un grave peggioramento: scoppia la guerra fredda e ritorna la paura. Si costituiscono i Comitati della Pace che vedono principalmente attive le donne, che anche a Sasso Marconi manifestano più volte per esprimere la loro volontà di pace, aggiungendosi ad un movimento che percorre l’Italia intera. Il clima della guerra fredda introduce elementi di divisione ideologica anche tra i semplici cittadini, tra coloro che si identificano come amici degli Usa e quelli che sostengono le ragioni dell’Unione sovietica. Gli effetti sono negativi, l’unità necessaria per far fronte all’immane opera della ricostruzione, viene incrinata da queste divisioni.

Anche i lavori del Consiglio comunale risentono delle tensioni derivanti da questa nuova situazione. Spesso i lavori sono dominati da discussioni di carattere eminentemente politico dalle quali emerge l’inconciliabilità delle posizioni troppo legate a ragioni di schieramento piuttosto che ad elementi oggettivi.

La formazione dei gruppi dirigenti dei partiti non avvenne in un quadro semplice, neppure per quanto afferì ai partiti della sinistra storica.

Si scontravano esperienze diverse, formazioni diverse, culture diverse. C’erano coloro, i più giovani, nati sotto il regime fascista, che lo avevano combattuto con le armi in pugno ma non possedevano la necessaria preparazione politica, impossibile da acquisire nei pochi mesi della Resistenza; vi erano poi i vecchi antifascisti che avevano patito la salita al potere di una dittatura che non aveva smesso un momento di tenerli d’occhio, i quali avevano comunque seguito clandestinamente lo sviluppo della lotta contro il fascismo ed erano portatori di una precisa visione sulle prospettive politiche dell’Italia e si trovavano ad essere quelli più contigui agli stati maggiori dei partiti nazionali; vi erano poi i fuoriusciti in Francia dopo le leggi eccezionali e rientrati alla Liberazione, che erano portatori di una visione strategica più radicale, meno attendista, proiettata verso la conquista del potere, i più legati al modello sovietico. Appare ipotizzabile che la lunga lontananza dall’Italia e quindi dal Sasso avesse fatto perdere loro l’esatta conoscenza delle condizioni oggettive nelle quali si trovavano ad operare e un’idea corretta della realtà.

I partiti della sinistra erano maggioranza nel Comune, nel quale raccoglievano insieme oltre il 70 per cento dei voti e 25 dei 30 consiglieri comunali.

Era naturale che dopo tanti anni di vita clandestina le scelte da compiere dovessero risultare difficili, specialmente se passate attraverso il filtro della condivisione e della democrazia. Si trattò di un processo non senza tensioni e non privo di scontri che ebbero fortunatamente come filo conduttore la ricerca dell’interesse generale e del modo migliore per raggiungerlo.

Com’era logico le sinistre, che avevano ottenuto nelle libere elezioni il mandato per governare, si collocarono sulla linea della moderazione e della ricerca del massimo di raccordo con le istanze che provenivano in quei difficili momenti da tutti gli strati della popolazione. Scelsero per la guida del Comune uomini semplici e onesti, capaci perché radicati nella società, di recepirne le aspirazioni e le esigenze più urgenti.

Diversa nell’impostazione fu la linea dei partiti di opposizione che cercarono di poggiare la ricerca del consenso elettorale sulla scelta di persone di alta rappresentatività sociale, in genere prelevate dai ceti medi e dalle professioni.

Anche questa si rivelò una scelta proficua poiché in ogni caso, anche da posizione di minoranza, essa portava nel Consiglio comunale competenze importanti capaci di contrastare e stimolare democraticamente i responsabili dell’amministrazione.

Non devono trarre in inganno gli innumerevoli scontri verbali che un attento ricercatore potrebbe trovare nell’archivio comunale, andando a rileggere gli atti relativi a quegli anni decisivi. Si trattava in generale delle discussioni che avvenivano su fatti di ordine politico nazionale o internazionale, mentre per quanto riguardava le decisioni di carattere locale, che costituivano la stragrande maggioranza nel lavoro del Consiglio comunale, esse venivano approvate in grandissima percentuale all’unanimità.

A Tripoli, con l’aiuto dei rimborsi dei danni di guerra, era cominciata intanto la ricostruzione delle parti di quei fabbricati ancora inagibili. Tornarono altre famiglie che erano state ospitate temporaneamente alla Cà Vecchia, una bella villa con parco vicino alla Maranina, anche questa una storica villa del Cinquecento. Viveva in quest’ultima il proprietario, commendator D’Andrea, antico dirigente di un grande istituto di credito che ebbe a svolgere in modo disinteressato un ruolo d’aiuto molto importante per il paese nello sveltimento di certe pratiche romane che interessavano in particolare le opere pubbliche.

Tripoli crebbe ancora un po’, i lavori eseguiti servirono anche a dare maggiore conforto, grazie al miglioramento dei servizi per i suoi residenti.

Le vecchie abitudini erano state mantenute e soprattutto la bottega, con la maggiore disponibilità di generi di consumo, era diventata veramente importante per tutta la zona di S. Lorenzo e quasi fino a Mongardino.

Continuava, quando il tempo lo permetteva, il ritrovo della cunetta di fronte alla bottega. Anzi, si può dire che il numero delle persone che vi si sedevano era aumentato. La fila superava abbondantemente la salita, si erano aggiunti ultimamente quelli che abitavano nelle case vicino al ponte sul Rio Verde, sicché l’assemblea serale di autoconvocati era diventata una leggenda in tutto il comune. Era tanto importante quel ritrovo all’aperto che in occasione delle campagne elettorali i partiti della sinistra la consideravano l’occasione più importante per incontrare gente. Dopo il Borgo naturalmente.

Il traffico sulla statale era aumentato, anche quello degli automezzi. Occorreva adesso porre più attenzione nell’attraversamento. La bottega, che di sera assumeva la sua funzione di osteria, restava aperta fino a tardi e aveva ora tra i clienti anche quei ciclisti sempre più numerosi che rientravano dal lavoro o, nel caso dei cartai, vi si recavano. Erano soste per un ultimo quartino che dava la forza per le pedalate rimanenti o per l’acquisto di qualche sigaretta che veniva venduta sfusa in bustine di carta. Erano veramente pochi coloro che potevano permettersi l’acquisto di un intero pacchetto. A questa incombenza gli adulti, che non volevano perdere neppure un attimo della loro siesta serale e neppure una parola delle discussioni in corso, delegavano i bambini, dopo essersi assicurati che l’attraversamento della strada avvenisse in piena sicurezza.

Per i bambini l’esperienza della guerra era stata dura. Anche ai più fortunati, che non avevano subito la perdita di un familiare, l’ultimo anno sarebbe rimasto nelle loro menti per tutta la vita. Gli allarmi aerei, con le madri atterrite che chiamavano per correre negli improvvisati rifugi, il passaggio delle colonne militari con gli enormi panzer tedeschi che facevano tremare le case dalle fondamenta, lo sfollamento su in collina verso Mongardino dove nessuno sospettava che avrebbero trovato il nemico più terribile: quel maledetto comando delle SS che avrebbe sparso paura e morte per mesi. Poi per ultimo un’altra fuga verso la città che li accolse nel suo grembo fino alla Liberazione. Tutto questo lo vissero, nella migliore delle ipotesi, con le madri. Gli uomini erano stati presi e mandati al fronte oppure in guerra e in prigionia in varie parti dell’Europa. Solo gli anziani erano rimasti per vedere questa pena.

Però i bambini dimenticano presto, e la loro vitalità si riversava sul gruppo intero con le grida allegre dei giochi e della scoperta di tutto ciò che di nuovo si presentava ai loro occhi. Così in quelle tiepide serate di primavera o nell’afa estiva, quando nel campo si cercava un poco di refrigerio, era tutto un vociare nella rincorsa dei maggiolini nell’erba; qualcuno finiva punto da un’ape e dalle zanzare, altri rincorrevano le lucciole che si perdevano infinite nel campo dove il grano attendeva la mietitura. Quella dei bambini in quegli anni tribolati era forse la vita più normale. Vivevano in stretto contatto con la natura e con i suoi elementi. Niente che vivesse in natura poteva far loro paura. La scoperta delle specie animali avveniva in un contesto programmato dalle leggi della vita, così non avevano paura di un bue o di un maiale come dei tanti animaletti e insetti che brulicavano nei prati e nel boschetto, loro terreno d’avventura.

Era un’esperienza di vita riservata ai bambini di campagna: succedeva spesso che dalla città arrivassero presso parenti in montagna, bambini e ragazzi completamente privi di ogni conoscenza circa gli animali e le piante, specialmente da frutta. Si stupivano davanti ad ogni cosa sconosciuta anche la più banale come ad esempio alla mansione che svolgevano i figli dei contadini, di sentire se le galline avevano l’uovo. Alla meraviglia si accompagnava una certa repulsione che poi passava col tempo.

La cultura contadina era dominante, l’ancora troppo scarso numero di persone occupato in fabbrica non influiva minimamente sui ritmi di vita e le abitudini, che venivano scandite dalle stagioni e dai tempi delle colture agricole.

Il Comune aveva predisposto una riorganizzazione degli edifici scolastici. All’inizio dell’anno scolastico ‘47-’48 i 16 edifici scolastici del comune si trovavano in condizioni pessime riguardo al funzionamento didattico: le scuole erano aperte in massima parte in locali inadatti o sinistrati e privi di arredamento appropriato. Le scuole del capoluogo funzionavano provvisoriamente in un edificio che offriva solo quattro aule. La scuola di Pontecchio era occupata da famiglie di cittadini rientrati dopo la guerra ed erano libere solo tre aule, mancavano inoltre le cattedre e le lavagne. Questa era la situazione di tutte le altre frazioni e per un lungo periodo fu fatto ricorso a sistemazioni di fortuna, nel capoluogo anche a turni avvicendati. Nel corso di pochi anni l’Amministrazione comunale diede impulso ad un robusto programma di edilizia scolastica che portò alla fine del decennio ad una situazione più che accettabile. Nel Borgo erano state riattate la vecchia scuola elementare e l’asilo Grimaldi che verso la fine degli anni ’40 ospitò un Istituto di avviamento al lavoro con indirizzo agricolo.

Si poteva così completare un percorso scolastico di otto anni. La speranza era che una maggiore qualità dell’istruzione potesse più facilmente aprire l’accesso al lavoro. Ma furono veramente pochi i giovani che beneficiarono della aumentata possibilità di accesso agli studi: la crisi dell’azienda agricola a conduzione famigliare, da una parte, e le difficili condizioni economiche generali, impedirono che nei tempi brevi si rendessero concreti gli effetti positivi sperati.

Ad esclusione delle frazioni poste sulla Porrettana, che godevano di una lievissima rinascita, il territorio agricolo preparava il grande esodo. Al censimento del 1951 gli abitanti di Sasso Marconi erano 10.500. Il decennio, che aveva racchiuso in sé tanti storici e drammatici avvenimenti da caratterizzare un intero secolo, si chiudeva con le ferite inferte dalla più grande tragedia umana di tutti i tempi ancora aperte. L’Italia aveva ricevuto aiuti per la ricostruzione, ma il popolo conosceva ristrettezze inaudite che giorno dopo giorno avevano spento la gioia per la libertà riconquistata.

FOTOGRAFIE???