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Carena: fantasia o realtà? Alla ricerca di una città leggendaria nei documenti e sul territorio
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Castagne a colazione

I ricordi di nonna Giuseppina

di Eleonora Bernardoni

I primi tre anni di elementari li ho frequentati a Pontecchio Marconi, dove abitava mia nonna, che ogni giorno, finite le lezioni, veniva a prendermi per tornare insieme a casa e pranzare, con la radio accesa, sottofondo alle mie chiacchiere di bambina.

Ricordo uno di questi giorni in particolare, avrò avuto sei, forse sette anni, in cui mia nonna mi raccontò di quanto le fosse piaciuto andare a scuola: “A scuola ero brava, la maestra chiamava sempre me alla lavagna per correggere i compiti o fare gli esercizi.” E questo lo disse con un pizzico di orgoglio.

Poi seguì un’altra frase, che aveva dentro una sottile nota di rimpianto: “Purtroppo, mentre frequentavo la terza, dovetti lasciare la scuola, noi eravamo contadini e i miei genitori non potevano permettersi di farmi continuare a studiare, c’era bisogno di me in casa, a quei tempi bastava imparare le basi, leggere e far di conto, giusto per sapersela cavare, e per questo la terza era più che sufficiente”.

Col passare degli anni, mi ritrovo ad immaginare la famiglia come un grande specchio, in cui scrutare e così riscoprire ciò che di più antico e atavico possiede il mio carattere. I parenti, nel bene come nel male, sono persone che non dimenticherò mai e il cui ricordo fa parte inseparabile della mia vita e ha, in un modo spesso nascosto e misterioso, forgiato parte del mio modo d’essere.

Questo sto riscoprendo ora, attraverso piccole, quanto folgoranti, illuminazioni, che gettano luce su azioni, pensieri che fino ad oggi erano istintivi e automatici, su cui poco mi ero fermata a riflettere.

Mia nonna Giuseppina è nata il 15 gennaio del 1921, in una famiglia di contadini che viveva in un podere chiamato Il Faldo, a sud di Bologna, alle pendici degli Appennini, non lontano da Castel di Casio. Era la prima figlia del secondo marito di Diumira, che aveva già avuto altri due figli, Dante e Mario, dal primo marito. La vita era tutto meno che facile, i genitori erano contadini senza alcuna proprietà e con pochi mezzi, da mangiare riusciva quasi sempre ad essercene tra le bestie e il raccolto, ma si viveva di poco, tirando avanti con tanto lavoro e fatica. Mia nonna dovette crescere in fretta, certo anche a lei fu concesso di vivere in parte i momenti tipici dell’infanzia fatti di giochi e spensieratezza; ma nella povertà si imparava presto a lavorare, a rendersi utili e, accompagnati dagli adulti, si apprendevano giorno per giorno le mansioni quotidiane.

I lavori erano tanti: occuparsi della casa e dei bambini, andare a prendere l’acqua alla fonte più vicina, preparare i pasti, fare il pane, una volta la settimana lavare tutto il bucato a mano, accudire al bestiame, portarlo al pascolo, poi gli uomini, e anche le donne quando c’era bisogno, erano impegnati nei campi e nelle vigne a coltivare una terra non troppo avara, ma neanche troppo generosa.

A sei anni, quando iniziò ad andare a scuola, mia nonna aveva già il suo bel da fare, con le prime luci si alzava per andare nella stalla ad aiutare la madre a mungere le mucche e a dar loro da mangiare, poi, con qualche castagna in tasca per colazione, che avrebbe sgusciato e mangiato per strada, si incontrava con gli altri bambini e si incamminava a piedi verso la scuola. Al termine delle lezioni, tornava subito a casa, dove la giornata era ancora lunga.

Nel 1927 mia nonna aveva già un fratellino più piccolo, Giorgio di quattro anni, e una sorellina, Anna, di pochi mesi; bisognava prendersi cura di loro e, mentre i fratelli più grandi aiutavano il padre, mia nonna dava una mano in casa, andava al fosso a lavare le pezze, insieme alla madre preparava da mangiare per i piccoli e per gli adulti, portava la legna per il fuoco, dava il granoturco alle galline e la sera tornava a mungere le mucche.

Finiti i lavori e cenato rimanevano da fare i compiti; d’estate, con le giornate lunghe, c’era ancora la luce del sole ad illuminare libri e quaderni, ma appena l’autunno avanzava, il buio arrivava presto e gli occhi dovevano adeguarsi al lume incerto delle candele. Giunta l’ora, i genitori indicavano con un dito la stanza da letto e i bambini sapevano che quello era il momento di andare a dormire; a volte avrebbero voluto restare ancora alzati, soprattutto quando arrivavano amici e si faceva “veglia”, ma quelle erano cose per adulti e a loro non era permesso rimanere, così, stretti sotto le coperte, tendevano le orecchie per sentire i discorsi al piano di sotto, ma ben presto la stanchezza era troppo grande e cadevano addormentati. La mattina arrivava velocemente ed era sempre dura scendere dal letto.

Ricostruendo, attraverso i racconti dei miei zii e di mio padre, la vita che faceva quella bambina di sei anni, provo sempre più meraviglia nel ricordare e ripetermi quelle poche frasi pronunciate mentre suona una radio: “A scuola ero brava, la maestra mi chiamava sempre alla lavagna per correggere gli esercizi, a me piaceva molto studiare”. Mi stupisce che, tra tutto il suo da fare e la precarietà in cui viveva, mia nonna non abbia trovato troppo duro o noioso doversi occupare anche della scuola; io, meno volitiva, avrei sicuramente trovato l’impresa troppo ardua e la sera mi sarei messa a giocare dimenticando i compiti.

Così sorrido, quando una zia dice che, in famiglia, ho preso per me tutta l’intelligenza.

E’ vero, è capitato che, tra cinque cugini, io sia stata l’unica ad amare lo studio e a proseguire la scuola fino all’università, ma questa è una questione di attitudine, non di intelligenza e la mia infanzia, come la mia adolescenza, sono state libere da preoccupazioni materiali e da lavori che mi distogliessero dagli impegni di studente. Ma… riflettendo meglio… quella zia ha forse ragione su una cosa, io ho avuto un dono in più, le parole di mia nonna. Le ho ritrovate ora, dopo più di venti anni, ma hanno sempre vissuto con me dal momento in cui, la passione che le portò ad essere espresse, si fissò nella mia mente di bambina.

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