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Ritorno

La ragazza dai capelli neri
6093 Berti Arnoaldi Francesco memorie

La ragazza dai capelli neri

di Francesco Berti Arnoaldi Veli

L'acrocoro: questa zona in cui si accavallano monti ai quali le valli del Reno e del Setta tracciano per tre lati un confine naturale, fino alla confluenza dei due fiumi ai piedi della Rupe del Sasso; questo inseguirsi di pendici e serre (come le chiamano) e colli e contrafforti da secoli uguali a se stessi, coperti da un'uniforme boscaglia cui per lunghi tratti nessun ponte, nessuno stradello conduce; questo emergere di case e ruderi di case, in mezzo a campi una volta coltivati nell'altipiano che si distende alle falde di monte Sole: questo luogo non appare soltanto come paesaggio familiare al cuore, ma anche come un deposito inesausto di memoria che conserva ricordi, suoni, paure, colori che il tempo vi ha accumulati. E che noi abbiamo conosciuti.

Fu forse la recinzione delle due valli a suggerire che quel luogo, culminante nel monte Sole e nel monte di Caprara, e più a sud nel Sàlvaro, avesse qualcosa del rassicurante calore d'un ventre materno, per chi lo avesse eletto a rifugio di renitenti, di oppositori, di ribelli insomma. In effetti, dal ponte di Panico scendendo per la valle del Reno e risalendo per quella del Setta, bisognava arrivare fino a Vado per trovare un altro ponte, trascurando qualche barcollante passerella per pedoni. Ma quel senso di fiducia e di sicurezza si allungava fino al punto in cui i due fiumi più si accostano: il punto in cui, terminate le selve del Sàlvaro, su una sella dai ripidi fianchi, sorge Grizzana.

Sappiamo oggi, non solo noi che abbiamo vissuto ciò che ricordiamo, ma anche i nati dopo, anche i forestieri poi giunti qui di lontano, sappiamo tutti che quel senso di sicurezza si sarebbe rivelato atrocemente ingannevole. E che molte cose e fatti avvennero, nei tempi oscuri della guerra, e molte molte morti non si sarebbero da allora mai più distaccate da quei luoghi e dai nostri animi: mai più.

É per questo che ogni volta che scavalco il breve crinale tra Setta e Reno andando da Piandisetta a Vergato non riesco ad evitare la trafittura della memoria, né posso impedirmi di volgere lo sguardo anche per un solo attimo verso il profilo, in alto, della Sete e della Fame. É come se il ricordo lievitasse silenziosamente nell'aria. I morti non si dimenticano.

Ma un giorno di questo agosto si sono precipitati all'improvviso, crudamente, imprevedibilmente, su di me. Ed è questo che devo raccontare.

Mio nipote Giacomo mi chiede di accompagnarlo alla stazione di Grizzana, a prendere il treno per Bologna, la popolare corsetta che ferma alle piccole stazioni, anche a quelle rimaste ormai senza personale e divenute qualcosa come una fermata di tram. Animo, andiamo. Ma quando siamo alla stazione, mi vien voglia di aspettare il treno con Giacomo, e imbarcarlo prima di tornare a casa. La stazione è deserta, e manca mezz'ora all'arrivo del treno per Bologna che proprio qui incrocia la corsetta per Prato. S'affaccia al marciapiedi un altro viaggiatore, solo; anche lui in anticipo. Mi dice subito: “non vada ai gabinetti perché dopo questa privatizzazione delle ferrovie c'è sempre, con rispetto parlando, un mezzo metro di m... ”Ho capito che non faticheremo a intenderci. Ha suppergiù la mia età, forse un paio d'anni di più; vive a Roma, e aspetta il treno per Prato. Come quando due strumenti si accordano, dopo qualche scambio di impressioni mi dice: “sa, io sono impegnato e non mi vergogno”; e dice il nome d'un partito di sinistra verace. Sente l'attenzione che è già un segno di simpatia, di solidarietà; e va subito a quei ricordi che è come siano sospesi tra noi. È stato due anni internato in Germania: la fame, i fascisti che ogni tanto cercavano di arruolare con la lusinga del pane, ricevendo seicentomila no. Il ritorno, le lotte, un destino che si chiama Grizzana. Lo tranquillizzo: “sono stato nella Resistenza, la mia brigata era nell'alta valle del Reno.” Giacomo interviene: “anch'io vado in piazza alle manifestazioni, coi miei amici.” Come dire: ti puoi fidare. La confidenza si apre facilmente, con naturalezza. Quei tempi, che entrambi abbiamo vissuto. Quelle morti. Il senso della libertà, infine.

Ma siamo nell'acrocoro. Sappiamo quello che incombe in questi luoghi. Passano i nomi, Stella Rossa, Lupo, Reder. Per lui è un punto sensibile, mai guarito. “Finita la guerra”, mi dice, “ho trovato una ragazza quassù a Grizzana. Una bellissima ragazza, è bella ancora adesso, con una chioma fantastica di capelli neri che quando li scioglieva le arrivavano alla vita. Mi aspetta a casa, a Roma. Avevo saputo subito che cosa aveva passato. Il 22 luglio 1944 i tedeschi avevano rastrellato nei boschi oltre la Sete cinque uomini e due ragazzi, li avevano presi e li avevano condotti incolonnati verso il paese.” (Il lugubre corteo era passato davanti a casa Veggetti, dove era sfollato Giorgio Morandi con la madre e le sorelle: il grande pittore vide la sfilata, e rimase tutto il resto di quel giorno sdraiato su un divano, coprendosi gli occhi e il viso con un braccio riverso).

Le guardie avevano fatto sfilare i sette prigionieri, forse partigiani, forse contadini incontrati a caso, attraverso tutto il paese perché tutti vedessero, tutti sapessero; finché erano arrivati all'altro capo del paese, al Bolzo, e qui s'erano arrestati. Era giunto il momento di uccidere.

Attonita, con gli occhi sbarrati dal terrore, al Bolzo c'era la ragazza dai capelli neri che guardava. Uno degli armati non era tedesco; era un tristo italiano che si rivolse alla ragazza gridando: “ma questa è una testimone pericolosa, dobbiamo farla fuori.”Aveva spianato il mitra puntato contro di lei, ma non riuscì a sparare perché un fortissimo schiaffo aveva colpito e sviato l'arma. Era stato il tedesco che comandava la pattuglia, che aveva a sua volta urlato: “devono essere sette, non uno di più.” La ragazza era fuggita quasi fuori di sé, mentre il crepitare dei mitra chiudeva i destini delle povere vittime. (Erano le quattro del pomeriggio, ed i sette cadaveri di Luigi Calisti, Alberto Lava, Giovanni e Giuseppe Lucchi, Dino Marchi, Umberto Romagnoli ed Ezio Vedovelli rimasero insepolti, esposti come segno di terrore, finché il giorno dopo il parroco di Grizzana don Marini li trasportò pietosamente al cimitero).

La ragazza, tornata a casa, rimase in stato confusionale e passò una notte di deliquio.

Poi, con la fine della guerra, la vita riprese, e pochi anni dopo la ragazza incontrò l'uomo della sua vita. Un fidanzamento in forma e regola, e infine la preparazione del matrimonio che sarebbe stato celebrato a Grizzana. Ma quindici giorni prima del matrimonio, racconta con un'ombra di emozione il mio compagno di attesa, lei mi disse trepidamente che doveva rivelarmi un segreto che aveva sempre tenuto nascosto. E mi disse: “sai, i miei capelli non sono neri: sono tutti bianchi, perché quella notte sono completamente incanutita. Li tengo neri a forza di tintura, ora lo devi sapere”.

L'uomo rientra a Roma, dalla moglie che ormai non ha più bisogno di tingere di nero i capelli, dopo cinquant’anni di matrimonio. Ma la memoria non cede, chi cancella quei sette morti? E la voce, e gli occhi di quell'ignoto italiano che voleva ucciderla come si schiaccia un insetto molesto, tornano ancora nell'animo della donna dai capelli bianchi?

La mezz'ora è passata presto. I due treni arrivano. Un saluto pieno di complicità, di sottintesa solidarietà, e via: non ci siamo nemmeno scambiati i nomi.

Giacomo s'inerpica sul vagone del suo treno: ha seguito tutto in silenzio preso dalla forza d'un ricordo che non aveva vissuto. Tienilo stretto, non lo dimenticare, portalo sempre con te, tu che hai tanta vita davanti, Giacomo.

Lentamente, il treno si muove.

Dida articolo Berti

Foto 56 su file pagina 95

Giorgio Morandi “la strada bianca”,1933. Acquaforte su rame. (Tratto da “L’opera grafica di Giorgio Morandi”, Lamberto Vitali, Einaudi, 1964.

foto 95 pag 56 morandi

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