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Un “valente agricoltore” del ‘700. Origine del patrimonio fondiario nel “montano territorio”
6079 Dalle Donne Giancarlo storia locale

Un “valente agricoltore” del ‘700

Origini e consistenza di un patrimonio fondiario nel “montano territorio”

di Giancarlo Dalle Donne

“La industria di un valente agricoltore, e di un genio benefico alla Umanità fa cavare ed utile e frutto dà siti, che sembrano i più infruttiferi e ingrati (…). Elogio dell’onesto mercante Matteo Leonesi. Questi ha fatto acquisti nel Montano Territorio di alcune imprese, e tenute, e di varie possessioni, e appena cadute in sue mani le ha fatte cambiar di faccia, accomodando le case coloniche, costruendone delle nuove comode ed agiate, ampliando, od aprendo nuove vie a comodo degli uomini e dè bestiami, bonificando con avvedutezza il terreno in prima trasandato, o nudo, introducendo in altre nuove fabbriche, e le arti, e le persone necessarie a dare aiuto ai lavori della campagna”.

Così scrive Calindri, nel suo Dizionario corografico pubblicato nel 1781-85 (1). Il “montano territorio” a cui si riferisce si estendeva per buona parte all’interno dell’attuale comune di Sasso Marconi.

Vorremmo saperne di più. La figura di Matteo Gaspare Leonesi è abbastanza conosciuta: si tratta di uno dei principali mercanti di seta che operavano nella città di Bologna nella seconda metà del ‘700: la bibliografia sull’argomento è consistente (2). Ben poco sappiamo invece della sua attività di “valente agricoltore”.

Come fare a rintracciare notizie e informazioni in proposito, e come procedere nella ricerca?

Primo passo, quasi d’obbligo, è una ricognizione all’interno dei brogliardi redatti in occasione del catasto Boncompagni, proprio negli anni in cui scrive Calindri (3). Grazie ad essi veniamo a sapere che le proprietà dell’ “onesto mercante” si estendevano nelle comunità di Vizzano, Guzzano, Badolo, Battedizzo, Mugnano, Montefrascone, Montelungo, Mongardino, e marginalmente in alcune zone di pianura. Sommando tutte le superfici si riesce ad avere un’idea dell’estensione dei suoi beni rurali: siamo quasi a 10.000 tornature, circa 2.000 ettari (per la precisione, 1 tornatura = mq. 2080,4558). Una proprietà immensa, un’immensa azienda agraria, più ampia dell’attuale comune di Casalecchio di Reno, circa 1/5 del vastissimo comune di Sasso Marconi. Superficie all’incirca equivalente a quella che costituirà, di lì a pochi anni, “l’esempio più consistente e suggestivo della formazione di una nuova proprietà fondiaria negli anni francesi”: la tenuta di Galliera (4).

Anche in considerazione dell’estensione della proprietà fondiaria di Leonesi, è una ricerca che merita di essere continuata e approfondita. Sicuramente il “valente agricoltore” produsse, per la gestione dei suoi beni, una cospicua documentazione, strutturalmente analoga a quella che si può riscontrare negli archivi della proprietà che ci sono pervenuti. Non credo infatti che a livello di produzione di documentazione, necessaria per la corretta gestione dei propri patrimoni fondiari (in particolare libri di amministrazione), si possano osservare sostanziali differenze tra enti ecclesiastici, famiglie nobili e ceti borghesi. La prevalente forma di conduzione in uso nelle campagne bolognesi, la mezzadria – “il patto agrario che, pur con alterne vicende, ha modellato i sistemi agricoli e le strutture sociali nelle campagne racchiuse tra i rilievi collinari prossimi alla dorsale appenninica e le terre basse attraversate dai pènsili corsi degli affluenti di destra del Po” – ne uniformava la gestione e la tenuta dei libri amministrativi, e di conseguenza la struttura della documentazione prodotta (5). E’ invece in riferimento al fondamentale momento della trasmissione della documentazione che si possono notare profonde differenze fra gli archivi della grande proprietà ecclesiastica, di quella nobiliare e di quella borghese.

Nel primo caso è giunta fino a noi una immensa mole di materiale documentario, in seguito alla soppressione degli enti ecclesiastici voluta da Napoleone a fine ‘700 e alla confisca dei loro beni: tutti gli archivi dei conventi bolognesi confluirono all’Archivio di Stato di Bologna, costituendo il fondo “Corporazioni religiose soppresse in età napoleonica” (il cosiddetto “Demaniale”). E’ un fondo vastissimo, ricchissimo, utilissimo anche per ricostruire le proprietà dei conventi bolognesi sparse nel contado.

Anche la presenza di archivi di famiglie nobili bolognesi (sempre all’interno dell’Archivio di Stato di Bologna) è facilmente spiegabile, in quanto, almeno i più importanti, “si riferiscono alle famiglie che godevano del privilegio del senatoriato o a personalità che ricoprivano cariche pubbliche” (6); certo non tutti gli archivi nobiliari sono stati versati, ma sono comunque in massima parte consultabili, seppure con maggiore difficoltà (7).

E’ stato osservato da Carlo Poni che “le fonti sono straordinariamente ricche nella vasta area mezzadrile dell’Emilia-Romagna e dell’Italia centrale, quando la proprietà gestisce direttamente, anche per mezzo di fattori e gastaldi, tenimenti e possessioni” (8): tali fonti, però, riguardano quasi esclusivamente la proprietà nobiliare e quella degli enti ecclesiastici. Non che nel corso del ‘700 non fosse presente una grande proprietà borghese, che si rafforzò ulteriormente nella seconda metà del secolo approfittando della crisi della nobiltà – si è parlato di “crollo dell’ordine nobiliare”, di “sfacelo della nobiltà” (9) – e dello sgretolamento della proprietà ecclesiastica in seguito alle confische napoleoniche. Si tratta di una borghesia, con la sua duplice matrice, urbana e rurale, e con diverse facce e diverse strategie, comunque in ascesa, forse più per debolezza altrui che per forza propria, che ha lasciato scarse tracce di sé: se ha prodotto archivi (come credo), non sappiamo se li ha conservati, ma non li ha comunque tramandati, e non sono giunti fino a noi, se non in rarissimi casi.

Fatte queste premesse, torniamo alla domanda iniziale: se non esistono archivi della proprietà dei ceti borghesi – e perciò nemmeno un archivio di Matteo Gaspare Leonesi – come procedere nella ricerca? Come rintracciare notizie e informazioni sui suoi enormi possessi fondiari?

Anche in questo caso, come è già stato osservato in relazione ad un'altra famiglia di mercanti bolognesi, è l’archivio notarile a dimostrarsi un “prezioso e inesauribile (e, si potrebbe aggiungere, insostituibile) giacimento di notizie e informazioni”: esso è conservato all’interno dell’Archivio di Stato di Bologna, e comprende gli atti dei notai bolognesi dal XII al XIX secolo (10).

Utilizzando la bibliografia già citata (11) possiamo rintracciare i principali atti notarili relativi al Leonesi. Mi riferisco in particolare alla documentazione prodotta nel maggio 1802 dal notaio Antonio Montanari in seguito alla morte di Leonesi. Gli eredi fiduciari ed esecutori testamentari (don Antonio Maini, parroco di S.Giacomo de’ Carbonesi, l’avv. Domenico Bonini, il notaio e procuratore Antonio Guidi, e il “caro ed antico amico” Domenico Bettini, che dovette sostituire il Senatore Conte Giuseppe Malvasia, a cui venne “revocata la nomina per i troppi impegni”), si trovarono di fronte al non semplice compito di inventariare tutti i beni di Leonesi, seguendo le indicazioni contenute nel suo archivio. Compito difficile, come si legge tra le carte del notaio Montanari, per la “grandiosa mole” e la “molteplicità delle negoziazioni di cui trovasi composto”; ciò che “non permise ai suddetti fiduciari di potere compiere tale inventario entro i tre mesi dalla legge a tal effetto prescritti”. Venne perciò richiesta, e concessa una proroga di tre mesi, al termine della quale venne prodotta una dettagliata descrizione dei beni (sia urbani che rurali), che comprendeva circa 2000 ettari di tenute agricole (di cui circa 250 in pianura) e 35 case e botteghe nella città di Bologna (12).

Questa “grandiosa mole” comprendeva la serie “Recapiti”, per la quale fu prodotto dal notaio Montanari e dai suoi “collaboratori” un “Inventario di tutti li Recapiti di ragione dello Stato del fu Matteo Gaspare Leonesi”, cioè un dettagliato elenco di documenti riferiti agli acquisti fatti dal mercante (a partire dal XV secolo), e che vengono perciò a costituire una sorta di “storia” delle sue proprietà. Tale serie è perciò particolarmente utile per indagare sulle origini del suo patrimonio fondiario.

La serie “Recapiti” (di cui è pervenuto solo l’inventario, attraverso il quale però possiamo rintracciare molti altri documenti, soprattutto atti notarili) era composta di 43 cartoni numerati. Grazie a questo inventario, perciò, la ricerca si può avvalere di un punto di partenza ricchissimo di riferimenti e di ulteriori indicazioni utili: ricognizioni sistematiche all’interno dell’archivio notarile, rintracciando e analizzando i documenti richiamati nei Recapiti potrebbero fornire materiale documentario di notevole interesse.

Naturalmente, il notaio Montanari prese in considerazione solo quelle parti dell’archivio Leonesi che potevano essergli utili per il fine pratico che si prefiggeva: cioè la descrizione e la quantificazione del patrimonio del mercante bolognese. Quindi tale archivio non era certamente composto unicamente dalla serie “Recapiti”. La descrizione dei beni sembra essere stata fatta anche recandosi direttamente sul posto: ma da dove ricava il notaio Montanari, per fare un esempio, i dati relativi ai “Soci di campagna debitori”, divisi per tenuta, dati particolarmente utili per ricostruire la consistenza dell’indebitamento colonico, il cui eccesso costituisce un momento fondamentale nella proletarizzazione di tante famiglie mezzadrili e incide in maniera determinante nel processo di formazione di un folto strato bracciantile nelle nostre campagne? Dove, se non dai libri amministrativi all’interno dei quali veniva registrata l’intera contabilità delle sue imprese rurali?

Penso che l’ampiezza dei terreni che costituivano la sua “azienda agraria” giustifichi il fatto che l’amministrazione Leonesi producesse, per la gestione dei beni rurali, il classico materiale che si ritrova all’interno degli archivi della proprietà, nobiliare ed ecclesiastica: libri fattoriali, libri mastro, libri giornale, campioni dei beni rurali, mappe.

Tutto questo materiale non ci è pervenuto: l’unica parte dell’archivio Leonesi di cui è giunta fino a noi almeno la descrizione del contenuto (buona parte del quale può però essere rintracciata per altre vie) è la serie “Recapiti”.

Questa la composizione delle proprietà rurali di Matteo Gaspare Leonesi (al 1802) (13):

SUPERFICIE

TENUTA (tornature)

Guzzano 2779

Battedizzo 1681

Vizzano 1399

Mugnano 1109

Minerbio 701

Monte Polo 594

Mongardino 406

Marano 399

Bubrio 344

Totale 9412

Si tratta di nove tenute, molto differenti per superficie, ma non per collocazione geografica: il patrimonio fondiario del mercante serico era infatti situato prevalentemente nel “montano territorio”.

Le origini della costituzione della proprietà terriera di Leonesi si possono far risalire al 1774, con l’acquisto dal marchese Giuseppe Pepoli e la formazione della tenuta di Vizzano, all’interno della quale il mercante costruì un imponente palazzo, completato nel 1787, centro direzionale dell’intera azienda agraria. In meno di dieci anni, dal 1774 al 1782, le tenute di Vizzano, Battedizzo e Guzzano assunsero una fisionomia già ben definita, e subirono, negli anni successivi, solo piccoli aggiustamenti territoriali, con nuove acquisizioni.

In realtà ci fu un precedente episodio, del quale, naturalmente, non si trova traccia nella descrizione dei beni svolta dal notaio Montanari nel 1802. Nel 1771, infatti, Leonesi acquistò alcune terre a Jano (sull’altra sponda del Reno, in zona montuosa), da un “fumante” del luogo, un abitante del contado, Antonio Minelli. Queste terre rimasero di proprietà Leonesi solo per pochi anni: le utilizzò per una permuta con i beni Lamma, ai quali le cedette per acquisirne nel territorio di Battedizzo, dove ormai la sua azienda agraria aveva il nucleo centrale. Fu proprio un Minelli, il perito Giuseppe Maria, a compiere, nel 1779, la perizia dei beni Lamma: questi ultimi, al contrario, nel 1784 risultarono essere proprietari della casa detta “Le Calvane”. Anche questa vicenda potrebbe essere ricostruita nei dettagli utilizzando la documentazione richiamata nell’inventario della serie “Recapiti”.

Quando, nel 1784, il perito Zanardi descrive il territorio di Jano per il catasto Boncompagni, del mercante bolognese non esiste più alcuna traccia: non figura più fra i proprietari. Traccia della sua presenza a Jano è rimasta invece – oltre che all’interno della serie “Recapiti” - nel “Campione delle strade” del 1775, redatta dal perito Gian Giacomo Dotti: in esso Leonesi viene nominato più volte come proprietario di una casa (detta “Le Calvane”) e di alcuni boschi (14).

La tenuta di Guzzano, con le sue 2779 tornature (circa 578 ettari) risulta essere decisamente la più ampia. La valutazione che ne dà il notaio Montanari è di £ 90.626. Si estendeva principalmente nella comunità di Guzzano e Badolo.

SUPERFICIE SEMINA

PREDIO COMUNITA’ (tornature) (frum.**) NOME COLONO

Costa Guzzano 161:07 10 Luigi Ortelli

Trebbo 104:06 10 Antonio Cinelli

Poggio 95:86 12 Pietro Pozzi

Guarda 33:118 6 Pietro Pozzi

Casoncino 78:84 7 Francesco Benni

Casetta 144:47 8 Luigi Pasquini

Luoghetto 97:73 10 Giacomo Muratori

Campora di sopra 79:127 8 Luigi Scala

Campora di sotto 84:120 6 Giacomo Lagani

Ugola 154:45 18 Angelo Monari

Rocchetta 77:11 3 Pietro Bassi

Cà di Bortolotti 107:100 3 Gio Battista Zani

Tartarossa Badolo 87.66 6 Pietro Sabbi

Verdeghelle 97:86 7 Gioacch. Zaverani

Occa 123:119 7 Girolamo Coppi

Torricella 95:35 5 Antonio Righi

Roncovecchio 249:42 5 Cristoforo Ballarini

Comenda Battedizzo 81:40 3 Costant.Lipparini

Pianazza Badolo 214:11 6 Pietro Bassi

Cà de’ soci 223:07 10 ??

** Misura espressa in corbe (1 corba = l. 78,644)

La tenuta di Guzzano era un organismo unitario che comprendeva diciotto unità poderali, gestite a mezzadria, con altrettanti edifici colonici – il più delle volte in pessimo stato e “abbisognosi di molti risarcimenti”, contrariamente a quanto scritto dal Calindri – abitati da altrettante famiglie. Le uniche abitazioni di recente costruzione risultano essere quelle sui predi “Guarda” e Campora di sotto; solo “in mediocre stato” quelle a Tartarossa e Verdeghelle, mentre in tutti gli altri poderi i fabbricati colonici vengono descritti come “vecchi”, “in pessimo stato”, “cadente”. All’interno del predio Cà dè soci, nella comunità di Badolo,era anche presente un “fabbricato ad uso di osteria, macelleria e forno”, descritto dettagliatamente.

Centro gestionale era situato nel predio Il Trebbo, sede di un casino padronale e dell’abitazione del fattore.

All’interno di ogni podere si può riscontare la presenza, in proporzioni differenti, di terreno lavorativo, arborato, vitato e di zone boschive (soprattutto querce e castagni).

L’impresa di Guzzano investiva ogni anno, per la semina, circa 150 corbe di frumento (variando dalle 3 corbe dei poderi Rocchetta, Cà di Bortolotti o Comenda, alle 18 corbe del podere “Ugola”, indicando in questo modo la differente presenza di terreno a frumento, e segnalando la diversa incidenza delle macchie boschive). Naturalmente, vista anche la particolare conformazione del territorio, e la notevole presenza di bosco, non necessariamente i poderi con maggiore superficie a frumento erano i più estesi. A riprova di ciò si può indicare il podere più vasto, Roncovecchio (di circa 250 tornature, ma solo per un ottavo lavorativo, nel territorio della comunità di Badolo), con un investimento annuo per la semina di sole 5 corbe, oppure Pianazza (215 tornature), con 5 corbe ½ di semina. Il rapporto più favorevole tra superficie e semina, che indica la maggior percentuale di terra investita a frumento, si trova nel podere “Guarda” (6 corbe di frumento per la semina; 33 tornature di superficie); mentre il rapporto più sfavorevole si ha proprio nel già citato “Roncovecchio”. È necessario anche osservare che, all’interno della tenuta di Guzzano, sono anche presenti pezze boschive, o pascolive, non appoderate (la più vasta è detta “Anderlino”, di oltre 40 tornature), “ad uso padronale”, per un totale di circa 130 tornature.

Grazie ai documenti descritti nell’inventario della serie “Recapiti” possiamo rintracciare alcune notizie sulle origini e la formazione della tenuta di Guzzano: veniamo a sapere che i fratelli Casanova acquistarono alcune terre (per es. il predio Campora) dalla casa senatoria Calderini. Tale antica nobile famiglia bolognese aveva acquisito tale proprietà nel 1708 (rogito Andrea Romagnoli del 15 settembre), in seguito alla “Liberazione d’enfiteusi” dei RR.PP. di S.Francesco.

L’inventario continua, passando al luogo detto “Lugola”, in Guzzano, che Leonesi acquistò dai fratelli Casanova e che in precedenza era stato di proprietà Calderini. Successivamente si passa al luogo detto “Costa”, che Leonesi acquistò nel 1774, sempre dai Casanova (rogito di Gaspare Sacchetti, del 12 luglio), e che in precedenza faceva parte della proprietà dei nobili Guidotti.

L’inventario relativo alle “Memorie attinenti ai Beni di Guzzano acquistati dalli signori fratelli Casanova” continua ancora per molte pagine: i riferimenti agli atti notarili sono sempre precisi e permettono il reperimento di tale materiale all’interno dell’archivio notarile, presso l’Archivio di Stato di Bologna.

Lo spazio a disposizione non mi permette di descrivere ogni singola tenuta, ma solo di fornire qualche indicazione sull’origine della proprietà.

La tenuta di Battedizzo (1681 tornature) era concentrata, oltre che a Battedizzo, a Mugnano.

Attraverso i Recapiti si può risalire all’acquisto fatto dalla famiglia nobile dei Fantuzzi nel 1778 (rogito Antonio Schiassi del 31 ottobre 1778). Tra il 1778 e il 1786 vennero eseguiti diversi nuovi acquisti, di piccoli appezzamenti, da cittadini o fumanti.

La tenuta di Vizzano misurava 1399 tornature, ed era situata tra Vizzano, Montelungo e Mugnano. Qui Leonesi costruì, nel 1787, il suo palazzo più imponente, a Cadestellano.

Il documento più antico relativo a questa tenuta e richiamato dai Recapiti è del 5 dicembre 1676, ed è una “Sentenza emanata dal Vicario Generale a favore della Memoria del Marchese Camillo Pepoli circa l’esenzione del Dazio Vino per l’Osteria detta “Le Ganzole”. Proprio dalla nobile famiglia Pepoli Leonesi acquistò la parte principale della tenuta di Vizzano: il richiamo è ad una scrittura privata in data 4 maggio 1772, a cui fece seguito, nel giugno 1774, una promessa di vendita fatta dal Marchese Pepoli a Leonesi “di diversi beni posti nelle Comuni di Monte Lungo sotto la Pieve del Pino e Vizzano”. Nello stesso 1774 venne poi perfezionata la “compra del cittadino Gaspare Matteo Leonesi di vari stabili esistenti in Vizzano, Mugnano, Monte Lungo e Pieve del Pino, fatta dal Marchese Giuseppe Pepoli”. Spostandoci all’interno del vastissimo Archivio Pepoli, conservato presso l’Archivio di Stato di Bologna, possiamo ricercare altre notizie. Riproduciamo, da tale archivio una mappa datata 1732 e che mostra il mulino delle Ganzole.

La tenuta di Mugnano (1109 tornature) era costituita da 7 poderi, lavorati da altrettante famiglie, si estendeva tra Mugnano e Vizzano. Per quanto riguarda le origini abbiamo già notato in precedenza come facesse parte delle proprietà dei Pepoli.

Leonesi acquistò le terre che andarono a costituire la tenuta di Mongardino (406 tornature, tra Mongardino, Montefrascone e Montechiaro) dalla nobile famiglia Beccadelli (rogito Lorenzo Gambarini, 6 marzo 1777), e dai fratelli Francesco e Ludovico Gamma (rogito di Antonio Zanotti Azzoguidi, 28 gennaio 1785).

Nel giro di pochi decenni Matteo Gaspare Leonesi costruì dal nulla un imponente patrimonio fondiario: investì nella terra buona parte degli suoi utili derivanti dall’attività di mercante serico, in particolare tra il 1770 e il 1790. Siamo di fronte all’emergere di una grande proprietà borghese; la maggior parte degli acquisti Leonesi vengono fatti a spese della proprietà nobiliare, in piena crisi in particolare nella seconda metà del ‘700.

È però necessaria una precisazione: certo, Leonesi era un “borghese”. Ma la proprietà borghese – come scrive Renato Zangheri (15) - si distingue essenzialmente dalla proprietà signorile “non perché sia specificamente il luogo di una agricoltura moderna o perché dia origine a diverse leggi di formazione della rendita”, ma piuttosto perché “non ha vincoli”. Esistono però delle eccezioni: infatti una parte prevalente dei proprietari terrieri “vivono nobilmente, sono solidali con le strutture semifeudali della società”. Crediamo che anche Matteo Gaspare Leonesi faccia parte di questa categoria. La sua imponente azienda agraria – il cui nucleo fondamentale si viene formando prima della rottura rivoluzionaria di fine secolo – non può non registrare la presenza di elementi di arretratezza accanto a elementi di modernità. Tra questi ultimi vanno ricordati l’organizzazione di una ampia azienda, suddivisa in tenute e in unità poderali. La figura del fattore assume un ruolo di primo piano. Figura “storicamente poco nota”: ma “forte della sua posizione di controllo, il fattore cominciò a fare la sua strada: con lui, e dietro di lui, il capitalismo cominciò a penetrare nelle campagne” (16).

Tra gli elementi di arretratezza, oltre alla mezzadria, elemento di staticità dell’agricoltura, va ricordato che in diversi casi i beni di Leonesi, essendo gravati da enfiteusi, costituivano una “proprietà imperfetta”, in quanto “limitata dall’obbligo per il proprietario di pagare il censo primitivo agli antichi concedenti” (17).

Una intera busta della serie “Recapiti” era dedicata agli “Instromenti di locazione enfiteutica”. In riferimento alla tenuta di Guzzano, scendendo un po’ nei dettagli, i due predi Poggio e Guarda comprendevano alcune pezze di terra gravate da enfiteusi, e veniva pagato un canone annuo di £ 13 alla Chiesa parrocchiale di Guzzano; il predio Casoncino era gravato da due enfiteusi, per diverse porzioni di terreno, per le quali veniva pagato un canone di £ 26 alla stessa Chiesa e di £ 15 “ed un paio di capponi” a favore della Chiesa di Pianoro; analogamente per i predi Casetta, Ugola, Calcinati, Tartarossa, Occa e Anderlino. I predi Comenda, Cà de’ soci (compreso l’edificio adibito a osteria) e Pianazza erano gravati da enfiteusi perpetua a favore del Cardinale Caprara.

Una comprensione del significato reale delle locazioni enfiteutiche – che nel ‘700 spesso assumono diversi significati (18) – potrà essere tentata solo a partire dall’analisi degli atti notarili richiamati nell’inventario della serie “Recapiti”, e perciò facilmente rintracciabili all’interno dell’Archivio notarile.

La figura di Matteo Gaspare Leonesi sembra quasi comparire prepotentemente dal nulla, non si inserisce all’interno di una strategia familiare precedentemente indicata. Il suo emergere sembra essere legato esclusivamente alla azione nel campo del commercio della seta, in particolare a partire dalla costituzione, nel 1769, della Società dei mercanti da velo (19). Ma comunque la rapidità della formazione e la consistenza del suo patrimonio, sia urbano che rurale, non può non stupire. Così come non può non stupire – anche se non è argomento qui trattato – la consistenza dei suoi interessi protoindustriali nel contado (mulini, cartiere, ma anche osterie, attività commerciali); attività intraprese grazie ad uno stretto legame con la nobiltà (attraverso contratti di enfiteusi).

Inoltre, non sembra abbia mai sfruttato la sua grande ricchezza per fini politici o di prestigio personale; non richiese la nobilitazione e non assunse mai cariche pubbliche: solo per un breve periodo, nel 1788, fu Rettore dell’Arte della Seta (20). Anche il modo in cui cercò di realizzare il suo “radicamento” sul “montano territorio”, credo meriti uno sviluppo della ricerca. Nonostante la sua attività in ambito rurale – l’enorme proprietà fondiaria, l’imponente villa, il fabbricato “La Leona” – non ha lasciato tracce di sé, il suo nome localmente non è ricordato.

La documentazione notarile esaminata è particolarmente utile per la descrizione delle tenute agricole – compresi gli edifici rurali – e per indagare sulle origini del patrimonio fondiario del Leonesi. Ma si ferma lì. Su altri aspetti è naturalmente muta. Non è di alcun aiuto per la ricostruzione e l’analisi della dinamica gestionale dell’azienda agraria nel suo complesso; il prodotto delle singole coltivazioni, le rese, i prezzi, le caratteristiche dei patti agrari, il rapporto tra superficie e unità lavorative, tra famiglia e podere, la struttura della famiglia contadina, la mobilità territoriale.

Su tutti questi temi di storia economica e sociale, solo gli archivi della proprietà, in particolare i libri di amministrazione, potrebbero essere di aiuto. Ma purtroppo non abbiamo alcuna notizia, né descrizione di tale imponente segmento dell’archivio Leonesi: documentazione sicuramente prodotta, forse conservata, non ancora rintracciata.

NOTE

(1) S.CALINDRI, Dizionario corografico, georgico, orittologico, storico, ec. ec. ec. della Italia, Bologna, vol. I, pp. 238-39.

(2) Mi limito a segnalare i lavori di Carlo Poni: All’origine del sistema di fabbrica: tecnologia e organizzazione produttiva dei mulini da seta nell’Italia centro-settentrionale (secc.XVII-XVIII), in “Rivista Storica Italiana”, 1976; Misura contro misura: come il filo da seta divenne sottile e rotondo, in “Quaderni storici”, 47, 1981; Espansione e declino di una grande industria: le filature di seta a Bologna fra XVII e XVIII secolo, in Problemi d’acque a Bologna in età moderna, Bologna, 1983; Per la storia del distretto industriale serico di Bologna (secoli XVI-XIX), in “Quaderni storici”, 73, 1990.Si veda però inoltre F.GIUSBERTI, Impresa e avventura. L’industria del velo da seta a Bologna nel XVIII secolo, Milano, 1989. Sulla figura di Matteo Gaspare Leonesi, ma soprattutto in riferimento alla sua attività di mercante cfr. E.BORDONI, Una famiglia di imprenditori serici tra Settecento e Ottocento: i Leonesi di Bologna, tesi di laurea, Università di Parma, a.a. 1995-96.

(3) In proposito cfr. l’articolo Una fonte per lo studio delle campagne bolognesi tra ‘700 e ‘800: il catasto Boncompagni, in “al sas”, 5, 2002.

(4) R.ZANGHERI, La proprietà terriera e le origini del Risorgimento nel Bolognese. I. 1789-1804, Bologna, 1961, p. 120.

(5) M.CATTINI, In Emilia orientale: mezzadria cinquecentesca e mezzadria settecentesca. Continuità o frattura? Prime indagini, in “Quaderni storici”, 39, 1978, p. 864. Cfr. le osservazioni contenute in F.LANDI, Tecniche contabili e problemi di gestione dei grandi patrimoni del clero regolare ravennate nei secoli XVII e XVIII, in “Quaderni storici”, 39, 1978.

(6) I.ZANNI ROSIELLO, Bologna, Introduzione, in Guida generale degli Archivi di Stato italiani, vol. I, Roma, 1981, p. 564.

(7) Presso la Soprintendenza archivistica per l’Emilia Romagna è disponibile l’elenco degli archivi privati non versati all’Archivio di Stato di Bologna ma comunque consultabili.

(8) C.PONI, Azienda agraria e microstoria, in “Quaderni storici”, 39, 1978, p. 802.

(9) A.GIACOMELLI, La dinamica della nobiltà bolognese nel XVIII secolo, in Famiglie senatorie e istituzioni cittadine a Bologna nel Settecento, Bologna, 1980, p. 92 e p. 95.

(10) M.FORNASARI, Famiglia e affari in età moderna. I Ghelli di Bologna, Bologna, 2002, p. 15. Sull’Archivio notarile cfr. G.CENCETTI, I precedenti storici dell’archivio notarile a Bologna, in Scritti archivistici, Roma , 1970 e G.TAMBA, Un archivio notarile? No, tuttavia…, in “Archivi per la storia”, 1, 1990. Presso la Biblioteca comunale dell’Archiginnasio di Bologna è conservato il fondo Ridolfi, uno strumento fondamentale per la ricostruzione delle biografie dei notai bolognesi. In proposito cfr. A.C.RIDOLFI, Indice dei notai bolognesi dal XIII al XIX secolo, in “L’Archiginnasio”, 1989.

(11) Mi riferisco in partIcolare a E.BORDONI, op.cit.

(12) Archivio di Stato di Bologna (A.S.B.), Archivio notarile, Notaio Antonio Montanari,1802.

(13) E.BORDONI, op.cit., p. 96, tab. 18.

(14) A.S.B., Ufficio Acque e strade. Campioni delle strade: “Iano – Campione di tutte le strade, stradelli e sentieri pubblici e privati che sono nel Comune di Iano, con l’annotazione dei ponti, delle chiuse, dei rii che l’attraversano, ed a chi ne spetta la loro manutenzione” (1775).

(15) R.ZANGHERI, op. cit., p. 98.

(16) P.UGOLINI, Il podere nell’economia rurale italiana, in Storia d’Italia. Annali 1. Dal feudalesimo al capitalismo, Torino, 1978, p. 796. Cfr. R.FINZI, Monsignore al suo fattore. La ‘Istruzione di agricoltura’ di Innocenzo Malvasia (1601), Bologna, 1979; M.V.CRISTOFERI, Il fattore di campagna nel Settecento dal carteggio della famiglia Pepoli, in “Quaderni storici”, 21, 1972.

(17) G.CHERUBINI, Signori, contadini, borghesi, Firenze, 1974, p. 347.

(18) Cfr. G.GIORGETTI, Contratti agrari e rapporti sociali nelle campagne, in Storia d’Italia. I Documenti, Torino, 1973, in particolare pp. 742-752.

(19) Cfr. A.GUENZI, Un cartello industriale a Bologna nel secondo Settecento: la Società dei mercanti da velo, in “Quaderni storici”, 96, dicembre 1997.

(20) Cfr. A.S.B., Miscellanea delle Arti, busta XL 1788-89, in particolare fasc. 19.

Dida articolo Dalle Donne

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Bologna. Palazzo Leonesi. Da “Palazzi Bolognesi” pag. 217. Ed. L’inchiostroblu.

Foto 50 su file pagina 81

Villa Francia – Cartolina postale. Fondo Fanti. Proprietà Comune di Sasso Marconi

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Giardini di Villa Francia. Probabile busto del Leonesi? Foto B. Furlan.

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Sasso Marconi - Osteria della Leona. Collezione F. Fabbriani.

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Terzanello di Sopra di Badolo (Sasso Marconi). Il camino, reca lo stemma della famiglia bolognese Fantuzzi. (In “La fabbrica dell’Appennino” pag. 249 – Collezione Cassa di Risparmio).

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Settembre 2002 Villa Francia. Foto B. Furlan.

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