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Ritorno

Il rosario del mese di maggio. Primavera 1940 alla Casazza di Vizzano
6023 Pelliconi Galetti Cecilia ricordi

Il rosario del mese di maggio

I ricordi della primavera 1940 alla Casazza di Vizzano

di Cecilia Pelliconi Galetti

Le previsioni atmosferiche di Attilio del Pianazzo si avverarono. Per tre giorni e tre notti, la neve cadde ininterrottamente; i contadini riuscirono con fatica a mantenere sgombera la strada di Vizzano dal Pianazzo fino al mulino di Ponte Albano; le case dal tetto fragile furono liberate dalla neve che aumentava velocemente di spessore e di peso.

Alcuni uomini che abitavano nel borghetto chiamato Ganzole, partirono con la pala di legno sulle spalle e una scopa di saggina a tracolla, indossavano pesanti tabarri, calzavano scarpe grosse e chiodate, in testa portavano un cappello a larghe falde e nelle mani avevano grosse manopole rattoppate. Quando passarono davanti a casa mia, erano già tutti coperti di bianco; io li osservai finché non sparirono davanti ai miei occhi, erano buffi: mi sembravano pupazzi di neve che animati passeggiavano nella bufera. Essi si recavano alla stazione di Pontecchio per salire sul primo treno di passaggio e raggiungere Bologna, dove avrebbero potuto aggregarsi agli altri spalatori per liberare dalla neve le strade della città ed anche i tetti dei palazzi pericolanti. Il lavoro degli spalatori veniva ben retribuito, era un lavoraccio disagiato sotto tutti gli aspetti, ma alla fine dava la possibilità di portare a casa un certo gruzzolo che avrebbe aiutato a vivere, fino a che non si fosse potuto ritornare a lavorare saltuariamente nei campi, ora coperti di neve.

Quell’inverno (1940) fu veramente rigido e lungo; la collina con i cipressi in fila, le casette arroccate alle falde, i rami degli abeti bianchi e maestosi, tutto quel paesaggio immacolato, mi faceva tornare alla mente il presepio che noi bambini, dopo averlo costruito, imbiancavamo con una manciata di farina, presa di nascosto dal sacco che mia madre chiamava “il sacco prezioso”; sentivo la gioia di quel tempo lontano, tanto lontano! Ma quella gioia non riusciva a scacciare la nostalgia della mia pianura che avevo lasciato nella nebbia.

Finalmente arrivò il mese di marzo, la neve, ruvida e annerita, era ammucchiata dentro ai fossi mentre nelle zone d’ombra il suo candore era ancora intatto. Le colline si stavano risvegliando al primo sole, le viole e le primule facevano capolino, le foglioline secche dell’edera danzavano al vento.

Durante le ore calde, io uscivo con la mia bambina che cominciava a muovere i primi passi. Anche Alfonso uscì dal lungo letargo e molto spesso ci soffermavamo a conversare. Quando, oltre la siepe che separava le nostre case, io vedevo la sua testa bianca, attraversavo il fosso sul piccolo passetto e lo raggiungevo nell’aia. Nelle sue frasi c’era molta saggezza, alle volte mentre parlava gesticolava con fervore, altre volte, invece, teneva ferme sul bastone le mani, mani dure, mani callose di chi ha lavorato la terra tutta la vita. Alfonso esaltava la fratellanza e la giustizia, tendeva a difendere gli oppressi, la sua fede era profonda. “Non dobbiamo arrenderci alle avversità che ci vengono offerte ogni giorno a buon mercato, ma dobbiamo credere nella Provvidenza che non manca mai, dobbiamo convincerci che la fede autentica trionfa sempre”, diceva guardandomi fisso, come se io non riuscissi a capirlo, forse a causa delle mie giovani esperienze. L’argomento come sempre si spostava: la semina, il raccolto, la vendemmia e poi la stalla, le mucche, i vitellini, il maiale e l’orto.

Arrivò il primo giorno di maggio: Alfonso era pronto per recitare il rosario. Mi rallegrava l’anima, il pensiero di recitare il rosario, con quelle persone che conoscevo appena, mi dava gioia il sapere che avrei pregato con quella gente che aveva preso nel mio cuore il posto di tutti i miei cari lontani.

Quando calavano le ombre della sera, tra i rami dei pini che circondavano la mia casa, guardavo ancora il profilo della collina dai cipressi in fila, e la nostalgia mi pungeva da morire. Quel tempo avrebbe dovuto essere un tempo bello e felice per me, anche perché avevo iniziato una nuova maternità, ma i bagliori della guerra avevano già richiamato tanti giovani alle armi, fra i quali anche mio marito.

Il desiderio di Alfonso era quello di vedere il portichetto pieno di gente, disposta a pregare assieme a lui fissando la Madonnina. Non è difficile per me ricercare nella memoria fatti e figure di quel mese di maggio 1940. La nuora di Alfonso ripulì il portichetto, lavò la Madonnina e preparò i vasetti per i fiori che sarebbero stati cambiati ogni sera, all’arrivo delle ragazze.

Quando gli ultimi bagliori si nascondevano dietro al balzo di Prunarolo, le ragazze uscivano di casa, alcune scendevano i pendii per stradine regolari, altre per il sentiero alla corta, districando il labirinto dei rami. Un rumore di voci annunciava che le ragazze stavano arrivando, stringevano fra le mani un mazzolino di fiori raccolti lungo il fosso, ed erano cariche della loro raggiante freschezza; la condizione difficile della loro vita non le rattristava affatto, esse erano sempre allegre e contente. Aveva ragione Alfonso quando diceva che la gioventù mentre insegue sogni e desideri regala dolci speranze.

Quell’anno il cielo era quasi sempre sereno, la bellezza circostante, l’aria tiepida e profumata riempiva il cuore di tenerezza.

La prima ad arrivare alla Casazza era sempre l’Ada del podere Orto: una bambina lieta ed affettuosa, aveva una gran voglia di parlare, di raccontare, ma ascoltava volentieri i consigli e i buoni suggerimenti. Subito dopo l’Ada, ecco la Tonina del podere Prunarolo, una ragazzina graziosa e sorridente che, con molto garbo e con voce esile e delicata, porgeva il saluto della sera. Arrivavano insieme le tre sorelle del podere Scaletto: l’Anna era alta, ben messa e bella, non portava né scarpe né ciabatte, era sempre scalza, senz’altro essa possedeva tanta affettuosità ma il suo sorriso era appena accentuato, era sicuramente molto modesta e buona, recitava il rosario inginocchiata sul duro pavimento del portichetto. L’Albertina aveva una grande massa di capelli ricci che le incorniciavano l’ovale perfetto del viso, i lineamenti del volto erano dolci ed il sorriso smagliante. La Maria era la più giovane, sembrava timida, il suo bel viso era asciutto come il corpo, non parlava mai, ma la preghiera usciva dalla sua bocca forte e sicura. La Noemi e la Rina del podere Fornace arrivavano con i loro fratelli più piccoli per mano; la Noemi teneva Alberto e Romano, la Rina teneva per mano la piccola Anna, una bella bambina che quando vedeva gente nascondeva il viso nella gonna larga della sorella. Arrivavano anche le sorelle Rina e Giorgina del podere Mugnano, la Rina era una ragazza sempre carica di gioia, dalla sua persona emanava la simpatia e la bontà. La sorella Giorgina aveva un fisico meno florido ma il suo aspetto era ugualmente gradevole e vivace. Altre due sorelle venivano dal podere Palazzo, anche loro si chiamavano una Giorgina e l’altra Rina, erano bimbette brune, con gli occhi grandi e vellutati, si tenevano sempre per mano, non si lasciavano mai, né prima né dopo il rosario; sapendo che era mancata loro la mamma, mi facevano tanta tenerezza. La Gina, la Nerina e la Franca abitavano lì alla Casazza, quindi loro erano di casa, si notava subito come esse fossero cariche di entusiasmo, per quel ritrovarsi ogni sera con altre persone.

Qualche sera arrivava una ragazza di nome Amelia, abitava nel podere Piazza, essa portava vesti colorate e i capelli lasciati andare al vento. Poco prima dell’inizio del rosario, leste leste arrivavano le donne delle famiglie più vicine. Tutti prendevano posto nelle panche appositamente preparate sotto il portichetto della stalla davanti alla Madonna. I volti delle donne più anziane sembravano segnati dalle preoccupazioni, il loro sguardo indugiava sull’immagine, e tenevano in mano la corona.

Alfonso, appoggiato alla sedia impagliata, faceva scorrere le Avemarie sulla sua corona lunga a grane grosse. Si poteva osservare come le ragazze, pur rispondendo in coro, fra di loro si scambiassero una specie di sorriso di intesa e qualche gomitata, forse per le interminabili invocazioni che Alfonso alla fine del rosario rivolgeva alla Madonna e ai Santi. In quel maggio del 1940 chiedeva ogni sera l’intercessione della Madonna, perché non scoppiasse la guerra. Alla fine, Alfonso desiderava che le ragazze cantassero un inno alla Madonna; quasi tutte si schermivano, trovano mille scuse per non cantare oppure a loro piaceva farsi pregare, perché quando tutti, assieme ad Alfonso, insistevano, ecco che iniziavano il coro: quel canto per me aveva l’effetto di quello cantato nella stalla la sera di S. Antonio, sentivo un nodo salirmi alla gola, poi mi sembrava di udire la voce di mia madre cantare: “Oh! Dolce nome Maria, Maria” assieme a loro. Le ragazze erano intonate e piacevoli da ascoltare, quel canto veniva prolungato fino all’ultima strofa, forse per sentirsi lodare maggiormente.

Alla Domenica le ragazze erano più linde e curate: maniche corte a sbuffo, gonne a pieghe o a volant, pettini o forcine colorate nei capelli riccio ben lisciati. Nei giorni di festa veniva anche la Letizia con le tre bimbe: Stella, Liliana e Franca; esse si univano agli altri bimbi sul prato verde che si estendeva di fronte alla stalla, per giocare inseguendosi, intrecciare poi le mani per un girotondo di allegria, al quale si univa anche l’Anna del podere di Mugnano di Sotto, che arrivava sempre di corsa.

Nelle sere del sabato arrivavano anche i giovanotti, arrivavano fischiettando il ritornello delle canzoni in voga, indossavano pantaloni di ruvido fustagno, silenziosi si tenevano in disparte appoggiandosi alle loro biciclette, ma quando Alfonso chiedeva alla Madonna l’intercessione perché non scoppiasse la guerra, le loro labbra si muovevano nella preghiera.

Al termine, l’Ada andava a casa di corsa, prima di partire chiedeva a noi tutti di informare sua madre che lei non perdeva tempo ma che il rosario era lungo, perché Alfonso invocava troppi Santi e perché, quell’anno, aggiungeva anche la preghiera della guerra. ”Ma quale guerra?” diceva, “ogni anno inventa qualche cosa per tenerla lunga, quest’anno ce l’ha con la guerra, ma quale guerra? Chissà, forse da qualche parte del mondo passerà la guerra... Ma qui? Qui alla Casazza? La guerra non passerà mai”.

La guerra invece passò, lasciando tracce irrimediabili, anche la piccola cara Ada ci si trovò in mezzo come tutti noi.

Quei giovani che alla fine del rosario simpatizzavano con le ragazze, partirono tutti per la guerra, forse qualcuno di loro non è più tornato. Quelle preghiere semplici, depositate nell’anima di ognuno, non furono vane: nei giorni della grande bufera continuarono ad essere il nostro sostegno, trovammo in esse il dono del coraggio e la capacità di affrontare i disagi.

Alla fine della guerra ci ritrovammo tutti, anche Alfonso, ritrovammo la serenità di operare e di pregare per intraprendere ognuno la strada della propria vita. Una dopo l’altra sono passate le stagioni, i giorni scivolano in fretta verso il termine ed io sono lieta di poter godere per quei ricordi che stanno dentro al mio cuore come piccole luci che non si spegneranno mai.