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Ritorno

Appunti di storia di Sasso Marconi (parte prima)
6011 Pellegrini Gianni storia locale

L’ultima bicicletta

Uno spaccato della storia del nostro Paese”

Parte prima. Tripoli

di Gianni Pellegrini

Quando ogni sera all’imbrunire, la fontana del cortile laggiù verso il Rio Verde aveva riempito l’ultimo secchio, i rumori domestici del caseggiato accanto alla statale 64 della Porrettana, al km 78 della pietra miliare lì vicino, quasi a ripetere il coprifuoco di recente memoria si tacevano.

Era ora di cena in quel gruppo di case tirate su alla meglio con i mattoni recuperati dalle macerie dei bombardamenti e non ancora coperti d’intonaco. Sopra un angolo, scampato al crollo, i resti quasi illeggibili di una scritta le cui poche lettere rimaste ”IRE,…B.TTERE!” e una firma risultavano inconfondibili ed efficaci per mantenere vivo nella memoria tutto quello che era accaduto. Ma torniamo alla cena. Cena frugale, cena da dopoguerra. Un piatto di pasta fatta in casa al torchio, con la farina ricavata dal grano spigolato nei campi attorno a S. Lorenzo e portato a macinare al mulino Rio Verde di Menetti. Se andava bene, nel sugo un poco di pancetta, la carne era sola per le feste importanti. La carne, quella del macellaio, costava troppo. Semmai quando capitava c’era quella del pollo tenuto con la cura con cui si tengono le persone di casa, la stessa cura che si dà ad un maiale che deve poi durare un anno una volta ammazzato. Cene da poveri, insomma. La risorsa era la campagna, che poteva dare con il minimo sforzo qualche ortaggio da accompagnare ad un uovo sodo che non mancava mai.

Ma quello che colpiva, in questa ora della sera specialmente nelle serate invernali di quei primi anni dopo la guerra, era il silenzio. Il silenzio, di sera, scandiva il normale svolgimento della vita dei poveri: silenzio e miseria. Se il silenzio si rompeva o qualche grido lo lacerava era indice di lite o di disgrazia. O dell’abbondanza di vino, nel quale qualcuno cercava il modo di esorcizzare le angosce di quei giorni difficili. Non c’è dubbio, era molto meglio il silenzio.

La strada. Era una strada importante la SS. 64. Porrettana. Dire che questo caseggiato era a fianco della Porrettana è un eufemismo, perché in verità ci stava sopra più che a fianco. Era avvenuto, infatti, che rispetto alla strada originaria la quale lasciava un poco di respiro alle case, quella attuale si fosse allargata di qualche metro dopo l’asfaltatura avvenuta nel corso degli anni trenta a sostituire il precedente brecciolino. Sicché il risultato fu che la carreggiata sfiorava lo stretto marciapiede eretto a difesa dei clienti della bottega.

Proprio lì, all’altezza di quel chilometro, comincia una salitella che gli autotreni di oggi non vedono neppure, per non parlare delle auto che la percorrono a centoventi all’ora. L’Om 34 e i vecchi Fiat di fronte a quella leggera increspatura dell’asfalto al contrario scalavano ripetutamente le marce facendo tremare i vetri del caseggiato. La loro marcia rallentava e dopo qualche decina di metri li si sarebbe potuti raggiungere con una veloce corsetta.

Il km 78 si trova al centro di un rettilineo abbastanza lungo, cosa rara per una strada che come la Porrettana si avventura verso la collina, tra due ponti e due rii, il rio Secco e il rio Verde.

Ma la vera meraviglia di questo popoloso caseggiato, dal nome ufficiale di Casetto Amedani e ribattezzato col nome esotico di Tripoli, memoria di una delle tante sfortunate guerre coloniali dell’Italia, era la bottega.

Una bottega nella quale potevi trovare di tutto: dal pane alla mortadella, dal vino ad improbabili liquori, sigarette e toscani per i vecchi, le mentine bianche dentro al vaso di vetro, la magnesia frizzante, il lievito per fare il pane e i dolci, le stringhe per le scarpe, la gassosa, tutto o quasi insomma. Ma la cosa che più seduceva della bottega era l’odore. Non era un odore unico, era l’odore di tutte le cose e i prodotti messi insieme, salvo durante l’inverno, quando acuto e penetrante prevaleva l’odore del baccalà e delle aringhe sotto sale.

Vivevano in questo luogo più di trenta famiglie, tutte numerose, per lo più in alloggi risicati e sovraffollati con molti bambini e vecchi. Prima della guerra Tripoli era stato ancora più importante, potendo contare anche sulla scuola elementare, e su alcuni artigiani: il barbiere, il calzolaio e anche un muratore capomastro. A poche centinaia di metri verso sud c’era il fabbro, ad una eguale distanza verso nord un falegname, e alla Stella un altro fabbro e lo studio del dottore. Insomma, in poche centinaia di metri quasi un piccolo villaggio sdraiato sulla strada e autosufficiente.

L’esistenza, dopo lo sconquasso della guerra, era ripresa a Tripoli in gran parte con le stesse persone che l’abitavano prima del grande macello. Solo uno non era tornato dalla spedizione in Russia dove l’avevano mandato. Lui, che non sapeva neppure dove fosse la Russia e perché dovesse andarci. Altri tornarono da Paesi lontani, dove erano stati prigionieri ancora un anno dopo la fine della guerra.

La vita aveva ripreso insomma a scorrere come in tante altre parti del paese del Sasso e dell’Italia.

Dopo l’euforia dei primi mesi della Liberazione, delle feste e dei balli, assai frequenti nel vano tentativo di dimenticare i patimenti e le pene, delle grandi emozioni per il ritorno dei cari dai vari fronti di guerra, tutti i giorni presentavano i conti, i conti per sopravvivere.

Anche Tripoli aveva dovuto pagare un prezzo molto alto alla guerra, i bombardamenti l’avevano colpito per fortuna senza vittime, alcune case non erano state ricostruite perché del tutto scomparse. I vecchi abitanti di quelle case che erano sfollati in città non tornarono mai più.

La strada, come un grande metronomo, dava il tempo al vivere delle persone che abitavano a Tripoli. Davanti ai suoi abitanti passavano ogni giorno i collegamenti da e per Bologna e per la Toscana.

Ma soprattutto passava il traffico di rifornimento alla città dei prodotti della collina e della montagna bolognese. I carichi di legname e carbone per il riscaldamento, i prodotti dell’appennino, le castagne, il fieno, trasportati con i mezzi più svariati a seconda della lunghezza del tragitto.

Erano per lo più vecchi camion militari americani riadattati: Ford, Dodge, GMC, vecchi autocarri italiani d’anteguerra sbuffanti e traballanti, come i “diciotto b.l.” convertiti a benzina, pochissimi gli autocarri nuovi. Più spesso, quasi giornalmente, dalle colline che sovrastano Sasso Marconi si svolgeva un frequente trasporto di merci verso la città con birocci trainati da cavalli.

Era, questa dei birocciai, un’attività molto remunerativa per le antiche osterie che da Casalecchio si succedevano lungo la Porrettana poiché, non si sa per quale strana proprietà transitiva, ad avere sete molto più della bestia era il conduttore. Per effetto di questo inconveniente il viaggio di ritorno, iniziato nel primissimo pomeriggio, si concludeva a sera inoltrata con i cavalli che trasportavano alle loro case verso la collina di Mongardino o delle Lagune i loro padroni ciucchi e addormentati distesi sul biroccio.

Vi era a Tripoli, proprio di fronte alla bottega, dalla parte opposta della strada, una normale cunetta che, non si sa se per volontà di qualcuno o per consunzione dovuta all’uso, era molto più ampia rispetto alle altre.

Dalla primavera fino a quando la stagione lo consentiva, essa diveniva il luogo dove gli abitanti di Tripoli, in particolare gli uomini, usavano sedersi dopo cena e quando il caldo si protraeva anche a sera inoltrata, anche donne e bambini partecipavano a questa veglia stradale. Si sedevano a commentare i fatti della giornata, e dell’attualità, e spesso a lanciare parole di saluto o frizzi di vario genere verso i rari passanti che transitavano. I bambini poi, attraverso alcuni varchi della siepe di biancospino, penetravano nel retrostante campo dei Pungetti. Un vero spasso per loro che si sentivano liberi e per le mamme che li vedevano al sicuro.

Vi erano, numerosi tra i passanti nella tarda serata con le loro biciclette, i lavoratori della Cartiera del Maglio che montavano in turno alle dieci, e poi quelli che successivamente erano smontati. La Cartiera contava a quei tempi oltre cinquecento operai tra uomini e donne. Di essa si avevano notizie sin dal 1765, era la più antica fabbrica del Sasso ed una tra le più antiche dell’intera provincia di Bologna.

Per uno strano rito di cui non si conoscono le origini, avveniva che, il fatto si è protratto per molti anni ancora, chi doveva montare di turno lo facesse con un buon anticipo consentendo a chi doveva smontare di poterlo fare prima. Questo per tutti e tre i turni della giornata.

Non era infrequente perciò che gli spettatori seduti sulla comoda e naturale gradinata di Tripoli vedessero sfilare prima delle dieci i lavoratori che tornavano alle loro case.

Pedalavano costoro in gruppo occupando buona parte della carreggiata e chiacchieravano tra di loro di rimando ad alta voce anche a notevole distanza, non esistendo a quei tempi il problema del traffico. Soltanto anni dopo fu stabilito che i ciclisti dovessero viaggiare in fila indiana, pena una contravvenzione.

I fanali delle biciclette di coloro che si recavano al lavoro sbucavano prima dalla curva di rio Verde, sostituiti dall’altra parte dopo una mezz’ora circa da quelli che tornavano dalla fabbrica verso il Sasso. Parevano, in virtù anche del loro numero decisamente cospicuo, gruppi di lucciole tremolanti, con la fioca luce dei fanali alimentati dalla rudimentale dinamo azionata con il movimento della ruota.

Essi provenivano anche da oltre il Borgo del Sasso, che ne costituiva il gruppo maggiore: arrivavano dalla Fontana, da Case Mazzetti, da Paganino e da caseggiati minori in genere collocati sulla Porrettana: erano i fortunati che avevano un lavoro sicuro nella fabbrica. Erano molto orgogliosi, non solo per il lavoro che garantiva loro un salario, ma anche perché erano consapevoli di essere i protagonisti della magia della trasformazione degli stracci di canapa e di lino in carta di grande qualità, che veniva esportata in tutto il mondo. Già, perchè dimenticavamo di dire che le Cartiere del Maglio e di Brodano, così si chiamava allora, producevano principalmente carta da sigarette e molte altre carte finissime, compresa la carta da libri.

Un cenno a parte meritano le loro biciclette. Biciclette di tutte le fogge, per lo più del tipo cosiddetto da viaggio, senza cambio di velocità, o meglio senza i rapporti del genere sportivo ancora riservato a pochi privilegiati. La manutenzione di questi mezzi era problematica per la carenza di pezzi di ricambio, soprattutto per i pneumatici, per cui non era raro vedere riparazioni casalinghe risoltesi in curiose escrescenze nelle ruote che le facevano sobbalzare ad ogni giro.

Tutte le sere al loro passaggio si ripeteva il rito delle battute che venivano lanciate, raccolte e rilanciate con un ritmo che non prevedeva nessuna sosta dei lavoratori pedalanti per discutere con gli sfaccendati casigliani. La sera successiva si riprendeva dal punto interrotto quasi seguendo un copione, o secondo lo stile della commedia dell’arte.

Erano, quei lavoratori che si alternavano nei turni di lavoro, solo uomini. Ma in Cartiera v’era una cospicua percentuale di donne che però faceva, come si usava dire, la giornata. Le donne erano prevalentemente addette alla cernita degli stracci da dividere a seconda del tipo di fibra. Lavoravano in una grande camerata tra nuvole di polvere e fibre minute svolazzanti.

La Cartiera a quei tempi era un complesso industriale ove vi si svolgevano funzioni parecchio differenziate, necessitando questa antica manifattura di una certa quantità di professioni.

Essa consisteva in una complessa e poderosa serie di edifici, come appare ancora oggi all’osservatore, a quel tempo tutti utilizzati, che si estendevano al di sotto della linea ferroviaria Bologna-Pistoia fin giù verso il fiume Reno. Dal Reno la Cartiera aveva fin dalle origini utilizzato il canale che attraversa il Palazzo dé Rossi. Attraverso i campi dell’Orto, dello Spolverino e della Jara il canale conduceva le acque del Reno all’interno della Cartiera divenendo elemento indispensabile per la produzione di energia elettrica e per la fabbricazione della carta. Il canale, dopo avere svolto le sue numerose funzioni, finiva di nuovo nel fiume alcune centinaia di metri dopo la Cartiera. Le turbine per la produzione di energia elettrica si trovavano invece all’interno di un edificio nella corte del Palazzo dè Rossi.

Sovrastava il complesso industriale, e tutta la vallata di Pontecchio, l’alta ciminiera col suo perenne pennacchio di bianco vapore.

Il canale, oltre ad espletare la sua funzione produttiva che si inseriva nella tradizione delle più grandi fabbriche d’Europa realizzate sui grandi corsi d’acqua, come quelle esistenti sul grande fiume omonimo del nostro in Svizzera e in Germania, durante il mese d’Agosto, quando la produzione si fermava per le ferie, doveva subire un’opera di pulizia. Il canale in prossimità della Cartiera alimentava delle vasche nelle quali l’acqua si decantava per schiarirsi e diventare limpida. Ciò allo scopo di assicurare che nel complesso processo di lavorazione della carta non fossero introdotti elementi impuri.

Una volta l’anno da queste vasche, denominate borre, doveva essere eliminato il limo che nel corso dell’anno si depositava sul fondo. Questa laboriosa operazione, che gli addetti chiamavano la secca, avveniva principalmente con la chiusura della paratia che immetteva l’acqua nel canale dal Reno in prossimità del ponte di Vizzano.

Di per sé questo fatto potrebbe sembrare solo un’operazione tecnica come tante altre, per il buon funzionamento della produzione. Accadeva invece che essa assumesse anche un ruolo sociale per l’introduzione nell’alimentazione di molte famiglie di un alimento non troppo comune per le nostre zone che rappresentava una sorta di integrazione alimentare di rilevante importanza per quei tempi.

Asciugare il canale e le borre significava potere raccogliere la notevole quantità di pesci che erano nelle stesse confluiti dal fiume nel corso dell’anno. L’operazione avveniva sotto la sorveglianza delle guardie ittiche che si premuravano di portare una parte del pescato di nuovo nel Reno. Più spesso chiudevano un occhio per i pesci più impantanati e di difficile raccolta. Il pesce così recuperato veniva raccolto e distribuito equamente tra i lavoratori. Non solo gli operai della Cartiera beneficiavano di questa operazione annuale, ma anche molte altre famiglie del paese, tanto che per anni fu attesa e considerata una simpatica e utile consuetudine.

Un giorno d’estate rovente la Porrettana si animò di auto e di camion come mai era successo prima. Automezzi militari, soprattutto. Anche Tripoli si svegliò dal torpore estivo. Alcune donne uscirono di casa sulla strada : - Hanno attentato a Togliatti, vogliono arrestare i nostri ragazzi,- disse una.

- Si va tutti in piazza, lo ha detto Naso storto he c’era già gente in piazza davanti al Comune, - sostenne un’altra. Era costui un ambulante che tutti i giorni transitava sulla strada, con i suoi prodotti dell’orto esposti sopra un carretto trainato da un asino. L’animazione continuò per tutta la giornata, a sera si seppe che erano avvenuti alcuni tafferugli. Erano state sequestrate alcune armi e alcuni giovani erano stati portati presso la questura o in carcere a Bologna.

Quella sera non passò nessuno di quelli di ritorno dalla Cartiera. C’era stato lo sciopero generale.

Furono giorni caldi in tutti i sensi, perfino a Tripoli ci furono zuffe tra alcune donne comuniste e altre pie che frequentavano la Parrocchia, per via di certi manifesti affissi nottetempo e non graditi dalle proprietarie dei muri.

Lentamente si tornò alla normalità come nel resto del Paese. Bartali vinse il Giro di Francia e qualcuno disse che aveva salvato l’Italia dalla guerra civile. Chissà, se davvero bastò quello. Una vittoria sportiva per dirimere contrasti e fatti cosi gravi non convinse molti.

È certo che da quei giorni il clima cambiò anche nella convivenza tripolina nella seduta serale della scolina sulla strada. Molte persone erano preoccupate per il clima generale ancora teso, in più la mancanza di lavoro per tanti rendeva difficile il recupero dell’atmosfera allegra di qualche mese prima.

Il clima di euforia e di fiducia seguito alla fine della guerra aveva lasciato il posto alla necessità e all’impellenza della ricostruzione materiale, sociale e morale dopo oltre venti anni di sospensione di ogni regola democratica. Iniziarono a palesarsi anche in un microcosmo come la borgata campagnola le differenze politiche acuite dai rilevanti fatti nazionali che la radio divulgava tra la gente.

I giorni immediatamente dopo la Liberazione erano stati gestiti al Sasso da parte degli uomini del Comitato di liberazione nazionale, che vedeva rappresentate al proprio interno tutte le tendenze politiche, con grande senso della misura e con saggezza. Solo alcune persone che durante il ventennio fascista avevano ricoperto incarichi importanti vennero adibite per alcune settimane a lavori di sgombero delle macerie del Borgo. Questo atteggiamento del nuovo ceto dirigente e degli alleati stemperò anche per il futuro le tensioni più gravi, al contrario di ciò che successe in altre parti del Paese.

Così le discussioni anche accese e non prive di asprezze presero il posto della spensierata allegria che aveva aleggiato tempo prima durante le veglie estive sull’erba della cunetta senza però che trapelassero sentimenti di odio derivanti da antiche ruggini politiche.

Per fortuna, anche se la situazione non era più quella di prima, continuava a persistere una sorta di senso di appartenenza al caseggiato che mostrava tutto il suo lato solidaristico in presenza delle inevitabili congiunture, purtroppo anche tragiche, che la vita continuava a proporre.

Spesso giungevano notizie di vere e proprie disgrazie causate dalla miseria e dalla voglia di procurarsi qualche risorsa per la sopravvivenza. I più colpiti erano uomini con famiglie numerose a carico, e ciò rendeva ancora più drammatico il quadro. Molti andavano alla ricerca di residuati bellici, e furono quelli che rimasero vittime di ordigni inesplosi che cercavano di smontare per recuperare metallo prezioso e gettarono la comunità intera nella più cupa disperazione. La guerra seminava vittime anche dopo la sua conclusione. L’ultima vittima di questo scempio sarà un bambino sulle pendici vicino Monte Mario nel 1959.

Dopo l’episodio dello sciopero i cartai ripresero il loro passaggio serale. Anch’essi mostravano qualche segno di preoccupazione per il proprio futuro. Si cominciò a parlare dell’intenzione da parte dei dirigenti della fabbrica di sostituire l’impiego delle balle di vecchi stracci da selezionare con l’acquisto di balle di fibre di canapa e lino naturali. Questo proposito, rivelatosi in seguito effettivo, avrebbe significato la drastica riduzione del personale femminile addetto alla cernita, con ripercussioni drammatiche per decine di famiglie.

La comunità di Sasso Marconi non poteva avere, per quanto riguardava la Cartiera, un presidio migliore, essendo il Sindaco eletto dopo la liberazione proprio un dipendente della stessa.

Molti erano ancora i problemi da risolvere perché la vita della gente potesse essere definita civile. La qualità delle abitazioni era da considerarsi in genere pessima: mancavano i servizi più elementari, per esempio quelli igienici, spesso ricavati all’esterno, in prossimità dov’era possibile di qualche corso d’acqua, oppure scavando una semplice buca nel terreno coperta da una capanna di canne. Di acqua corrente neppure parlarne, anche i pozzi non erano sicuri ed ogni tanto assieme secchio saliva qualche animale morto. Per quanto scarsa e intermittente c’era a Tripoli l’energia elettrica, molto probabilmente quale conseguenza benefica della sua contiguità alla linea posizionata lungo la strada. Questo vantaggio non era goduto da molte altre frazioni del comune che dovettero aspettare parecchi anni per ottenere la corrente elettrica e dovettero avvalersi di ogni altro mezzo alternativo conosciuto.

Se è vero però che ci manca ciò che conosciamo, la mancanza di alcuni di questi servizi non veniva avvertita come un disagio dal momento che questa era sempre stata la condizione di quelle persone.

Intanto cominciarono vertenze piuttosto aspre tra i lavoratori della terra, mezzadri e braccianti da una parte e proprietari terrieri dall’altra sulla necessità prevista da una legge dello stato di procedere alle migliorie fondiarie, un provvedimento che avrebbe consentito a centinaia di disoccupati di ottenere un lavoro.

Fu una stagione piuttosto delicata e dirompente per le ripercussioni sull’intero sistema dei rapporti sociali in molti Comuni della Provincia.

Al Sasso funzionava piuttosto bene un ufficio della Camera del lavoro. Il capolega dei braccianti abitava proprio a Tripoli, ed in pochi anni divenne un dirigente degno delle attenzioni della Polizia che, com’è noto, aveva allora fatto la scelta di stare dalla parte dei più forti.

Questa presenza suscitava tra gli abitanti del caseggiato un fiero orgoglio. Quel giovane con i baffetti e il suo piglio un poco scontroso ma sempre disponibile verso i bisognosi si rivelerà in futuro come uno dei più amati e stimati dirigenti della cosa pubblica di Sasso.

Intanto, grazie all’impegno del comune, dal Sindaco ai pochi funzionari, anno dopo anno le condizioni generali dei servizi pubblici segnarono un netto miglioramento anche se permaneva un alto, insostenibile tasso di disoccupazione, in particolare tra i giovani.

Anche a Tripoli vivevano alcune famiglie di cartai. Famiglie che si tramandavano il mestiere di padre in figlio non dovevano sorprendere, essendo il mestiere del fabbricare carta considerato da quei lavoratori con grande orgoglio quasi alla stregua di un’attività paragonabile all’artigianato artistico.

I turni di lavoro notturno e i turni in generale comportavano grande fatica e sacrificio anche nei rapporti con i familiari, costretti ai ritmi di vita dei loro conviventi turnisti. Questi lavoratori ciclisti che percorrevano la Porrettana per recarsi al lavoro, provenivano da centri abitati dove erano più frequenti le attività di tipo politico, erano molto sindacalizzati e preparati sui temi del lavoro e dei diritti dei lavoratori, tra questi ve n’erano alcuni che facevano parte della Commissione interna della Cartiera. La Commissione interna era un organismo eletto democraticamente dagli stessi operai e impiegato per rappresentarli nei rapporti sindacali con la Direzione. Del resto non si potevano nutrire dubbi sul carattere di questi primigeni rappresentanti della classe operaia del nostro comune, essendo in gran parte gli stessi che avevano avuto l’ardire di indire e svolgere scioperi nel corso del mese di Agosto del 1944, nel pieno dell’occupazione nazista e sotto il giogo della repubblica di Salò rischiando la vita.

Una sera, rompendo una consuetudine di anni, alcuni operai che tornavano alle loro case dopo il lavoro fecero sosta a Tripoli. Prima di tutto furono accolti con grande gioia da parte di tutti gli astanti, qualcuno andò subito in casa e tornò con un paio di bottiglie di vino e dei bicchieri. Ma la festa durò poco. Uno degli operai, un ragazzone dai tratti da attore di cinema, alto, capelli ondulati e una vaga rassomiglianza col famoso attore americano in gran voga Clark Gable senza i baffetti e dal carattere deciso, parlò. Cinque, dieci minuti, e più lui parlava più i visi delle persone che l’ascoltavano perdevano l’espressione di allegra disposizione iniziale e si facevano pensierosi e preoccupati. Ciò che quell’operaio della Cartiera del Maglio disse quella sera sarebbe stato ricordato da molti. Cominciava anche per Sasso Marconi uno dei periodi più tristi del dopoguerra: l’abbandono dei poderi a mezzadria, lo spopolamento, l’emigrazione verso la città alla ricerca di un lavoro in fabbrica. Oltre duemila persone se ne sarebbero andate nel corso di una decina d’anni. Fu la grande depressione prima dell’inizio della industrializzazione.

Ma quali erano i sentimenti di quella gente che ascoltava il bel giovane operaio che parlava con un linguaggio come da anni non si sentiva?

Diritti, emancipazione, mobilitazione, padroni, operai. La platea era per la maggior parte formata da persone che avevano ormai conclusa la loro vita lavorativa ,la guerra era intervenuta sulle loro esistenze schiacciandole moralmente come una macina da mulino; chi aveva oltrepassato i cinquanta aveva perduto ogni speranza dopo i primi momenti dalla Liberazione e non aveva più voglia di lottare, o meglio non credeva che si potessero cambiare le cose con la lotta.

Tanto, dicevano, passato il fascismo, passata la guerra, torneranno a comandare sempre quelli: i ricchi che con la guerra sono rimasti ricchi, i padroni, sempre loro.

Non tutti però la pensavano a questo modo: la generazione che aveva combattuto i tedeschi invasori e i fascisti era il cuore pulsante della nuova generazione di quelli che vedevano nella politica il modo per cambiare, per migliorare le condizioni di vita di tanta gente, per costruire un nuovo Stato democratico. I mesi immediatamente dopo la Liberazione furono mesi pieni di confusione dentro la quale ognuno cercava in base al vissuto degli ultimi due o tre anni una nuova collocazione in una società anch’essa alla ricerca di un assetto e di un’identità.

Non fu semplice per nessuno. I più facilitati furono, tra i più anziani, coloro che avevano maturato una esperienza politica di opposizione durante il ventennio, tra i giovani chi aveva avuto esperienze di Resistenza nelle formazioni partigiane più politicizzate.

Molti erano stati i giovani che avevano scelto la macchia dopo l’otto settembre del ‘43 consapevoli solo di volere evitare il richiamo alle armi dei repubblichini e dei tedeschi. Inquadrati in formazioni improvvisate e senza adeguate guide politiche e militari, alla fine del conflitto ebbero notevoli difficoltà ad integrarsi in mezzo a tanta confusione ed a trovare il modo per confermare da civili le motivazioni che avevano trovato in qualche modo nella loro spesso controversa esperienza di combattenti sulle nostre montagne.

Anche a Sasso, finita la guerra, vi furono alcune discutibili e criticabili iniziative da parte di alcuni ex partigiani e altri sedicenti tali. Si trattò di iniziative brevi stroncate sul nascere, proprio da chi voleva mantenere integro il valore morale della lotta di Liberazione.

La ricostruzione nel dopoguerra non fu soltanto quella materiale: case, scuole, strade, ponti, elettricità, erano indispensabili ma anche e soprattutto era fondamentale la ricostruzione delle coscienze dopo che vent’anni di dittatura e una guerra sciagurata e catastrofica erano passati sulle stesse obnubilandole.

Di questo si parlò sempre più spesso alla sera nel borgo piccolo di Tripoli, quasi che uno spartiacque avesse segnato il tempo tra la spensieratezza derivante dalla gioia per la libertà riconquistata e la presa di coscienza dell’impegno necessario per costruire un Paese nuovo e più giusto.

I concisi, brevi discorsi di quel giovane cartaio agirono come una scossa su quella gente. Sì, perché egli era una persona seriamente affidabile, come i suoi compagni di lavoro: erano stati loro, dopo la Liberazione, a mettersi al lavoro per riparare gli ingentissimi danni provocati alla fabbrica dai bombardamenti riuscendo insieme ai tecnici a rimettere rapidamente in moto la produzione.

Come succede normalmente quando al risveglio mattutino si gioisce istintivamente aprendo gli occhi davanti ad una giornata di sole, capita poi di incupirsi gradualmente al pensiero delle cose da fare durante la giornata o ripensando i problemi accantonati col sonno.

In quel piccolo osservatorio di borgata che soltanto pochi decenni prima viveva attorno alla minuta economia rurale, dove la Chiesa rappresentava l’unico luogo di socializzazione e di comunicazione, cominciava sia pure in modo rozzo ed embrionale la trasformazione che avrebbe negli anni seguenti portato a ridurre le distanze nel mondo fino alla comunicazione globale in tempo reale dei giorni nostri.

Non si sa quanto la contiguità con i luoghi nei quali Guglielmo Marconi aveva svolto i suoi primi esperimenti di comunicazione via radio avesse avuto un peso nella voglia di quella gente di conoscere ciò che accadeva nel resto del mondo.

Alcuni giovani che avevano trovato lavoro a Bologna, e in particolare uno di loro alla Ducati, che produceva apparecchi radio, facilitarono l’acquisto a prezzo scontato di apparecchi per un paio di famiglie. La radio divenne presto un mezzo per aggiungere argomenti alle discussioni che questa gente continuava a intrattenere. D’inverno la comoda cunetta stradale di Tripoli era sostituita da una altrettanto comoda sedia in una saletta della bottega che fungeva anche da osteria.

Così l’orizzonte di quei vecchi braccianti, pochi artigiani, alcuni lavoratori della Cartiera e molti disoccupati, si allargava giorno dopo giorno alle cose che riguardavano l’Italia intera ed anche il mondo. E quanto materiale c’era ogni giorno!

L’Italia aveva intanto fatto la sua parte. Come era naturale, nel pieno di grandi contrasti politici erano state gettate le basi per il ritorno alla democrazia. Si era votato, liquidando la monarchia succube e pavida complice del fascismo, erano stati eletti i Consigli comunali, era stato concesso per la prima volta il diritto di voto alle donne, c’era una nuova costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza, poi le elezioni politiche avevano scelto chi doveva governare il Paese.

Quel bel giovane cartaio non era punto soddisfatto di come erano andate quelle elezioni. Egli era convinto che il risultato sarebbe dovuto essere conforme a quella parte d’Italia che lui conosceva bene. Non fu così, ma non si dimenticò che per il prestigio che si era conquistato aveva un ruolo da svolgere, non poteva buttargliela dietro, diceva.

E così quando succedeva che qualcuno non avesse ben chiaro cosa stava succedendo, perché la tranquillità non era d’uso comune in quei tempi tormentati da avvenimenti anche drammatici, era a lui che gli adulti si rivolgevano per avere un lume.

I bambini avevano ricominciato le scuole, che non erano più al ponte di rio Verde ma erano state ristrutturate al Sasso. Vi si recavano a piedi lungo la Porrettana facendo piccoli gruppi di due o tre a seconda dell’età. Ma l’età a quei tempi non era indicativa per individuare quale classe frequentasse ognuno di loro. C’erano nella stessa classe dei piccoli che erano riusciti, perché sfollati a Bologna a seguire quasi tutte le annate scolastiche e c’erano certi lungagnoni che sarebbero parsi studenti medi superiori.

Alcuni poi, pochi per la verità tra i tripolini, frequentavano le scuole medie a Bologna sottoponendosi ad una vita davvero dura per la loro età. Vi era allora come unico mezzo di trasporto regolare il treno della linea Bologna – Pistoia. Essi si mettevano in viaggio di mattino presto prima delle sei, assieme ad alcune donne che lavoravano in città, per raggiungere attraverso la sterrata di S. Lorenzo, la stazione ferroviaria del Ponte Albano. Il ritorno non avveniva mai prima delle otto della sera, essendo a quell’ora l’ unica corsa disponibile. Per questi ragazzi ed altri che venivano fin da Marzabotto o Vergato, il treno si trasformava così anche in luogo di attesa e di camera di studio, poiché dopo il ritorno alle loro case e la cena cadevano addormentati dalla stanchezza.

Tutto però appariva normale se raffrontato agli anni della guerra e a quello che era accaduto. Queste che oggi appaiono come scomodità inaudite erano invece accolte da quei ragazzi con un certo entusiasmo, come se volessero offrire la testimonianza della forte volontà di riprendere il cammino verso un mondo migliore.

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 Transatlantico alla deriva (Ciao Radio)
 intervista
Registrazione della puntata radio di Sasso Si Connette all’interno della trasmissione Transatlantico alla deriva (Ciao Radio)  in cui ho avuto il piacere di avere ospite la vostra presidente Marilena Fabbri per presentare la rivista n. 42 di al sas.

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