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Un “censimento” del 1864
4095 Dalle Donne Giancarlo storia: archivi

LA GUERRA VISSUTA DA UNA BAMBINA:

UNA SVEGLIA IN FUGA

Come viene raccontata da Ivonne Cavina e dalla madre Alma

a Franca Foresti

Sono nata alla Lama di Reno, in Comune di Marzabotto, pochi mesi prima dell’inizio della seconda guerra mondiale e i miei ricordi di bambina, i miei primi ricordi, sono legati a quel terribile periodo che tanto dolore ha portato nella nostra valle.

Nella mia memoria non ritrovo giochi sull’aia davanti a casa o lunghe sere di veglia passate con i nonni vicino al camino, ma sento ancora nelle orecchie la voce della mamma che mi urla di correre mentre mi trascina nel rifugio perché gli aerei bombardano.

Qualche volta, quando gli aerei alleati si abbassavano a mitragliare, la mamma, terrorizzata, lasciava la mia mano e correva avanti e il babbo, che sempre si fermava a sistemare le bestie prima di venire in rifugio, mi raggiungeva, mi prendeva in braccio e mi portava al riparo.

(Nel 1943, il 27 novembre, la Lama subì un pesante bombardamento perché gli alleati volevano colpire la cartiera che in quel periodo lavorava per i tedeschi. Morirono operai e abitanti del paese).

Un giorno arrivò la notizia che lo zio Carlo, il fratello maggiore di mio padre, era morto in combattimento. Capii che la parola morto, che spesso sentivo ripetere, significava qualcosa di molto brutto, perché tutti in casa piangevano.

Le cose peggioravano sempre più.

(Dopo l’armistizio dell’8 settembre, sui monti attorno a Marzabotto si era formata la Brigata partigiana “Stella Rossa” al comando di Mario Musolesi, il Lupo. Iniziò così la guerriglia partigiana: gli uomini della Brigata compivano azioni di disturbo contro le colonne nemiche che risalivano verso il nord e ingaggiavano veri e propri combattimenti con i tedeschi che rispondevano con rappresaglie contro la popolazione, rappresaglie che sarebbero culminate nel massacro di Monte Sole nel settembre-ottobre 1944).

Spesso in paese arrivavano quei soldati che parlavano in un modo così diverso dai miei famigliari e vedevo stendere un lenzuolo bianco sopra la mia casa.

(Era il segnale per gli uomini della Lama di fuggire, di nascondersi)

Sentivo qualcosa nella gente che mi era attorno che non riuscivo a capire: era la paura che invadeva tutti, paura che mi sarebbe entrata dentro e non mi avrebbe più lasciato per molto tempo.

Un giorno il babbo sparì.

La mamma disse: “Il babbo è andato a lavorare lontano. Viene a casa fra un po’ “.

(I tedeschi lo avevano rastrellato assieme ad altri uomini del paese e portato a lavorare a Borgoforte, lungo il Po).

Di quei giorni lontani due episodi sono stampati nella mia memoria in modo vivissimo.

Io sono in braccio alla mamma e le stringo il collo e non riesco neanche a piangere, ma solo a tremare perché quegli uomini così strani, diversi dagli uomini del paese, urlano e ci spingono dentro il rifugio, poi ci fanno uscire, poi ancora entrare, tante e tante volte, con tutta l’altra gente della Lama e anche le donne urlano e pregano.

(Alma, la madre di Ivonne racconta: “I tedeschi avevano preso un ragazzo e dicevano che era un partigiano. Gli avevano legato sulla schiena una cassetta di munizioni e lo facevano girare in mezzo a noi e chiedevano chi erano i suoi parenti.

Avevano piazzato una mitragliatrice davanti all’entrata del rifugio dove ci facevano entrare. Poi ci facevano uscire di nuovo. Sempre urlando.

I parenti del ragazzo erano lì, ma per fortuna non dissero niente. Se avessero parlato saremmo stati tutti uccisi perché i tedeschi dicevano che aiutavamo i partigiani.

Quando se ne andarono si trascinarono dietro quel povero ragazzo che non tornò mai più”).

L’altra giornata che non dimenticherò mai è quella in cui venne l’ordine di lasciare la Lama.

In famiglia c’eravamo io, la mamma, i nonni paterni, il fratello più giovane del babbo, due zie e i loro figli, due ragazzini un poco più grandi di me: in tutto nove persone.

Il tempo per preparare le nostre cose era poco e non avremmo potuto tornare indietro.

Avevamo un carro, ma le bestie, il cavallo e i buoi, se li erano già presi da tempo i tedeschi.

Ricordo che in ogni parte della casa si sentiva gridare, c’era una confusione incredibile.

Le donne caricavano sul carro della roba e poi la scaricavano quando trovavano qualcosa di più importante da prendere con noi.

Così piangendo, urlando, pregando, mentre il nonno cercava di dare ordini a tutti senza che nessuno lo ascoltasse, sul carro vennero caricati materassi, coperte, pentole, qualche vestito e sacchi di roba da mangiare.

Sopra a tutto fecero sedere il nonno, che non poteva camminare, poi fecero salire me ed anche un’oca.

(All’arrivo a Bologna l’oca si avvelenò mangiando le foglie di un oleandro così non poterono cucinarla e fu gettata via).

La mamma mi aveva messo in mano la sveglia e mi aveva detto: ”Tieni stretta la sveglia, non farla cadere, ho solo quella e non la lascio ai tedeschi! E non piangere perché quelli lì sono uomini cattivi che ammazzano la gente.”

Così, disperati lasciammo la nostra casa e i nostri bei campi con le donne che, sostituendosi alle bestie, tiravano il carro a turno.

A Sasso i tedeschi ci fermarono.

Presero lo zio e lo portarono via con altri uomini. Noi pensavamo che lo avrebbero mandato a lavorare come mio padre.

(Venne, invece, portato a Colle Ameno da dove, attraverso una piccola finestra, riuscì a fuggire assieme ad un amico; altri uomini che erano con lui vennero poco tempo dopo fucilati).

Poi vollero vedere cosa c’era sul carro: fecero scendere il nonno e me e buttarono tutto per aria.

Io avevo una grandissima paura, ma non piangevo, forse non respiravo neanche e stringevo forte forte la sveglia.

Dopo averci preso i materassi ci lasciarono ripartire.

La mamma e le zie rimisero tutto sul carro compreso il nonno, l’oca e me.

A Pontecchio venimmo di nuovo fermati e di nuovo fummo fatti scendere e tutto venne buttato all’aria. E di nuovo la mamma e le zie ricaricarono tutto sul carro, e di nuovo sopra a tutto rimisero il nonno, l’oca e me.

Anche all’entrata in città i tedeschi ci fermarono, ma diedero solo un’occhiata veloce al nostro carro.

Finalmente eravamo a Bologna.

Guardammo le nostre cose e ci accorgemmo che invece del sacco della farina avevamo caricato quello degli stracci che servivano per pulire casa e stalla. Questo significava una perdita grave perché in quel periodo la farina era un bene prezioso, ma nessuno si disperò.

Lo zio era stato catturato, ci avevano rubato i materassi, avevamo dimenticato la farina, ma eravamo riusciti a raggiungere Bologna e pensavamo di essere lontani dal pericolo

Mia madre disse: “Adesso vediamo dove andremo a stare”.

Io ero stanchissima. Ormai dormivo in piedi.

Solo allora la nonna mi guardò e disse: “Ma hai ancora in mano la sveglia!”

Erano passate tante ore da quando avevamo lasciato la nostra casa alla Lama.

Avevamo fatto più di venti chilometri di strada.

Per tre volte ero stata caricata e scaricata dal carro come un sacco di patate.

Avevo avuto tanta paura, ma in tutta quella confusione ero riuscita ad obbedire all’ordine della mamma:

Impedire ai tedeschi di catturare la nostra sveglia”.