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Intervista a Gianfranco Nerozzi
4082 Rotino Sergio cultura

UN GENERE DI SCRITTORE

Intervista a Gianfranco Nerozzi

a cura di Sergio Rotino

 

​_Gianfranco Nerozzi vive e lavora a Rasiglio, nel comune di Sasso Marconi, in una casa sperduta in cima ad una collina di ciliegi. Con un passato artistico estremamente variegato alle spalle: pittore, scultore, autore e compositore, ha militato per più di dieci anni come batterista in un gruppo rock dell’area bolognese.

E’ considerato uno degli autori horror più interessanti della scena italiana.

Ha pubblicato i romanzi: Ultima pelle (con lo pseudonimo di Frank J.Crawford, Edizioni Eden, 1992); Le bocche del buio, (Polistampa, 1993); L’urlo della mosca (Addictions, 2000);

Una notte troppo nera (Disney libri, 2000); Ogni respiro che fai (ADN Kronos, 2000); Prima dell’urlo (Addictions, 2000).

Si è classificato secondo al XIII Premio Tolkien con “Cry Fly”; recentemento ha vinto il Premio Tedeschi con un romanzo che sarà a breve pubblicato nei “Gialli Mondadori”.

E’ membro della “World SF”, organizzazione internazionale che riunisce i professionisti che lavorano nel campo del fantastico. Tra i fondatori della rivista on-line “Incubatoio 16” (insieme a Carlo Lucarelli, Simona Vinci e altri) e dell’Associazione Scrittori di Bologna.

Numerosi suoi racconti sono apparsi in diverse antologie e riviste (da “Eternauta” a “Novella 2000”). Tiene corsi di scrittura creativa e organizza reading musicali.

Nei ritagli di tempo fa l’impiegato postale, il contadino, il boscaiolo, la cintura nera di Karate. Fuma cinque sigarette al giorno (contate!) e porta sempre due orologi al polso, di cui uno avanti di mezz’ora: un modo come un altro per ingannare il tempo.

Ha iniziato ormai da parecchi mesi la collaborazione con il “Progetto 10 righe”, contribuendo in modo determinante nella buona riuscita dell’ incontro con Pupi Avati che si è svolto al Teatro Comunale di Sasso Marconi nel marzo del 2001 e con Carlo Lucarelli (dicembre 2001), all’interno della rassegna “Le forme dell’espressione”.

Cosa significa per te scrivere horror: è qualcosa di connaturato, un prolungamento dell’infanzia, o cosa?

Tutto quel che facciamo proviene dalla e ha a che fare con la nostra infanzia, almeno credo. È il prolungamento e, se vogliamo, l’evoluzione di stati d’animo e di pulsioni che fanno parte di noi, spesso a forza, da quando eravamo piccoli. Mi spaventa un po’ pensare che ogni nostro comportamento sia frutto di pura casualità reattiva nei confronti delle cose. Preferisco credere in un tracciato psicogenetico, che ti porta comunque a seguire determinati percorsi e non altre.

Il tipo di horror che faccio io si basa molto sul gioco dei contrasti: una discesa negli inferi, un’esplorazione terrificante, il cui scopo unico è quello di raggiungere uno stato di grazia. Conoscere la tenebra, averci a che fare, per scoprire il suo opposto. Insomma, una redenzione che passa attraverso il sangue e la carne. Spesso mi definisco “scrittore di sentimenti”. E il sentimento non ha niente di sdolcinato, è sempre qualcosa che perde e cola liquidi impensabili, che lacera e ti fa crescere alla luce di un’emorragia interiore.

Va bene, ho capito. Prendiamoci subito una pausa. Come sei finito a Sasso Marconi e perché?

Desideravo ardentemente andare a vivere in campagna. Così ce l’ho messa tutta. Alla fine ho venduto la casa in città, ho fatto qualche debito e mi sono rifugiato sulla mia magnifica collina di ciliegi, lontano da tutto e da tutti. La dimensione è quella giusta per me, per come sono fatto dentro. Ho sempre avuto l’esigenza di essere a contatto con la natura, di sentire il cuore della terra che pulsa assieme al mio. La scelta di Sasso Marconi è stata però casuale. Nel senso che, dopo aver preso in considerazione diversi immobili in varie parti della provincia, alla fine ho trovato il posto che sentivo giusto. Quel posto si trovava a Rasiglio, nel comune di Sasso Marconi. È stato un colpo di fulmine. Nel senso che, per quanto mi riguarda, una casa è un po’ come una donna: la guardi, t’innamori, senti che andrà bene per te. Allora decidi di “fartela”, sperando che lei ci stia. Nel mio caso c’è stata, e adesso siamo insieme da sei anni. A volte mi fa arrabbiare: lo scorso inverno sono rimasto completamente isolato, con la luce che mancava e un metro e mezzo di neve. Altro che Shining e l’Overlook hotel! Ma ho tenuto duro e non ho cercato di ammazzare mio figlio e neanche mia moglie. In compenso ho spalato, oh se ho spalato… La mia schiena ne conserva un ricordo indelebile. Però ho anche fatto un magnifico pupazzo di neve assieme a mio figlio, mentre nell’aria aleggiava l’odore della legna che ardeva nel caminetto. In lontananza si sentivano ululare i lupi (suppongo mannari). Ma questo, si sa, a me piace da morire, no?

A parte questo quadretto familiare, quanto influenza la tua scrittura il luogo in cui abiti adesso? Please, nessun paragone a King.

Okay, niente paragoni Kinghiani.

Fino ad ora le ambientazioni che ho preferito sono state quelle metropolitane. Quindi l’atmosfera agreste che mi avvolge quando scrivo in casa non mi ha influenzato. Non escludo che possa essere uno spunto per qualche romanzo in futuro anzi, lo sarà sicuramente. Già mentre ti rispondo mi sta venendo voglia di partire con un racconto del genere: “…si aggirava un’ombra strana nei boschi Rasiglio”. Non suona male, vero? Rasiglio come nome ha un che di inquietante, non credi?

Che atteggiamento hanno avuto gli abitanti di Sasso verso uno scrittore di horror?

L’atteggiamento generale è quello di curiosità misto a stupore che sfocia nella domanda vagamente sospettosa: ma com’è che lei scrive proprio quella roba lì? Che sarebbe poi un modo per chiedere: ma lei non sarà mica matto, per caso? E naturalmente io rispondo sempre che sì, sono pazzo da legare, grazie a Dio.

Sul territorio di Sasso ti stai muovendo attivamente…

Con il gruppo “Progetto 10 righe” sto organizzando una serie di incontri-spettacolo al Teatro Comunale di Sasso, su “Le forme dell’espressione: scrittura, musica e cinema”. Siamo partiti con Pupi Avati e la presentazione del suo libro La via degli angeli (da cui è tratto anche il suo penultimo film), e con un interrogativo: perché un regista cinematografico ha sentito il bisogno di scrivere romanzi? In seguito ci sarà un caro amico: Carlo Lucarelli. Uno scrittore che invece è approdato al cinema, in compagnia (speriamo) di una grossa sorpresa, un ospite molto speciale di cui non voglio ancora dire nulla, per scaramanzia. Il terzo incontro invece tratterà di un musicista che è approdato alla forma narrata: altra sorpresa molto succosa.

Bisogna dire che ho trovato in quel di Sasso un ambiente culturalmente molto stimolante. Persone come Giancarlo Dalle Donne, Luciano Bondioli e altri, che si danno da fare, si sbattono e che operano per la promozione della cultura letteraria e non. Veramente ammirevoli.

Ti faccio una domanda cretina: se eliminiamo i sogni, da dove ti vengono le idee per i romanzi?

Più che “cretina” la definirei “classica”. In realtà le idee non le prendo, sono loro che prendono me e dopo non mi lasciano più. È qualcosa che ha a che fare con i battiti del cuore e con le pulsioni interiori, tutta roba tenebrosa di cui non posso fare a meno. L’esperienza quotidiana entra dentro, passa attraverso i filtri della difesa psichica e lascia un suo residuo. In quel prodotto di risulta si trova il materiale che serve all’ispirazione artistica. Basta solo rappresentarlo in qualche modo. Una volta disegnavo le storie, poi le ho suonate e le ho dipinte, alla fine mi sono messo a scriverle. In realtà sto ancora e solo giocando “coi soldatini”, con la mia fantasia. Per risponderti in maniera più stringata: le idee le prendo dal mio filtro interiore. Le mie idee hanno la stessa consistenza della bustina di tè già usata: bagnata, scura, che cola.

Diciamo anche che non mi stai rispondendo, che sei reticente… Paura di scoprirti troppo?

Se avessi paura di scoprirmi non farei lo scrittore.

Però hai parlato di “esperienza quotidiana” e sei sgattaiolato via. Ma c’è nel tuo modo di scrivere horror un prendere dal quotidiano basso, dalla cronaca di tutti i giorni?

Sicuramente c’è un desiderio di indagine. Scoprire che cosa si aggira dentro le nostre coscienze. Tutto quello che accade attorno a noi come può non influenzarmi, lo deve fare per forza. Ma non vado a pescare nella cronaca in modo sistematico e consapevole. Mi lascio attraversare, poi vado a vedere cosa è rimasto e da lì inizio a scrivere. Credo che tu abbia scambiato per reticenza una difficoltà (credo assolutamente naturale) di riuscire a spiegare in modo razionale certi meccanismi mentali che agiscono soprattutto sull’inconscio, e di cui non è facile raccontare. È per questo che si devono “metaforizzare” gli stati d’animo. Per dare un’idea, anche se vaga, di quello che è il mio modo di scrivere.

Quelle che tu definisci come “pulsioni interiori”, sono per caso le rabbie e le paure che trovano la loro catarsi in una scrittura “non conciliata” e “non conciliante”?

Le pulsioni interiori sono tutto, sono il magma, la sostanza tenebrosa, quello che fa parte di noi nel profondo e su cui non è facile indagare. Sono alla base di noi stessi, risultando responsabili della nostra sanità mentale come della nostra follia (quella positiva, che fa cambiare le cose). La rabbia fa parte della reattività, certo, e del desiderio di migliorare, di uccidere i mostri. La mia scrittura deve essere per forza “non conciliata” e, di conseguenza, “non conciliante”, perché il desiderio della luce si riflette sempre nell’esperienza della tenebra. Entrare nel nero – ripeto – ci permette di capire dove si trova la luce e che direzione bisogna prendere per raggiungerla.

Una domanda tecnica: come lavori nella stesura di un tuo romanzo? Voglio dire, prima di iniziare a scaricare le tue fantasie sul computer, prendi appunti?

Quando ho iniziato, usavo un metodo di lavoro assolutamente delirante. Giravo con un piccolo notes in tasca dove appuntavo alla rinfusa quelli che definivo i miei pensieri: parole, frasi, descrizioni di situazioni assolutamente (almeno in apparenza) slegate fra di loro. Andava sempre a finire che tutte quelle parole, magicamente, cominciavano a incastrarsi l’una con l’altra – proprio come i frammenti di un puzzle – fino a delineare una trama. Un poco come se dentro di me avessi già le storie bell’e pronte, in attesa di essere tirate fuori un pezzettino alla volta. Cominciando a scrivere a livello più professionale ho poi dovuto mediare con questa sorta di delirio ispiratorio, adottando metodi di lavoro meno esoterici. Se ti commissionano un romanzo non puoi certo stare ad aspettare i frammenti, devi produrre un plot di massima, sceneggiarlo… Occorre rendere tutto più freddamente esecutivo. L’importante è riuscire a farlo senza perdere di vista i battiti frammentati del proprio cuore.

Dove lavori di solito?

Nel mio studio, circondato dai libri, quasi soffocato. Scrivo ascoltando musica, colonne sonore accuratamente scelte che uso per trovare le atmosfere giuste. Forse è il mio passato da musicista che esige un retaggio. Ma ci sono anche posti di lavoro esterni: quando vado in giro a cercare le ambientazioni adatte per le scene che devo descrivere; o posti virtuali, quando compio le ricerche su internet (uno strumento di lavoro diventato insostituibile). Una volta passavo le giornate in biblioteca, adesso si possono dimezzare i tempi e i costi usando i motori di ricerca.

Quanto ci metti per una prima stesura? E per la seconda? E quante riscritture ne fai dopo?

Posso metterci pochissimo o tantissimo, dipende dal termine ultimo che mi viene dato. Siccome sono un gran rimandone, aspetto sempre di essere paurosamente in ritardo per cominciare a produrre sul serio. Quindi, alla fine, ci metto poco: devo fare presto per forza. Dopo la prima stesura, segue la decantazione e poi la rilettura, che porta alle fasi di limatura. Poi comincia il lavoro più appagante. Ormai la storia è uscita completamente e bella sporca (perché quando butto giù non sto a preoccuparmi della forma, scrivo mettendoci tutto quello che mi viene in mente; così il testo esce carico di cose che saranno eliminate in seguito, ma che almeno inizialmente mi servono per esplorare bene il magma di cui dicevo prima). Questa prima stesura è la dannazione degli editor, che devono sorbirsi anche le parti “in sovrappiù” e tirarle via una per una. Assassinate quelle compio una revisione stando attento al ritmo della narrazione, che deve seguire le battute giuste proprio come in una partitura musicale. Stessa cosa per i dialoghi, che recito entrando nei vari personaggi come fa un attore. Lo faccio per vedere se funzionano veramente. Poi opero un’ulteriore sgrossatura entrando più a fondo nei particolari. Ci lavoro fino a eliminare la crisalide e far spuntare la farfalla: il romanzo nella sua stesura finale.

In realtà questo potrebbe essere un lavoro infinito, nel senso che tutte le volte che prendi in mano il testo vorresti riscrive alcune cose, perché si potrebbero scrivere meglio. Così devi costringerti a dire basta, va bene così, punto. In altre parole: raggiungi un ragionevole compromesso con la tua ispirazione, ti accontenti e mandi in stampa…

Pensi che (se c’è stato o se ci sono stati) il lavoro redazionale in compagnia di un editor ti abbia aiutato a trovare il focus della tua scrittura?

A eliminare le “nerozzaggini”, le parti in più, certo. Il punto di vista esterno è fondamentale. Quello di un bravo editor (una figura purtroppo ancora molto sottovalutata in Italia) aiuta molto per quanto riguarda il lato tecnico. Ma anche il parere di una persona di fiducia, un lettore in casa o un amico che ti dice cosa ne pensa... Quando ho iniziato facevo leggere i manoscritti a un paio di persone; le reputavo adatte, erano sulla mia lunghezza d’onda. Gli facevo persino compilare un questionario con cui cercavo di capir bene, in base alle risposte, se c’erano punti deboli nella trama e se qualcosa non funzionava a dovere. Adesso sarebbe impensabile riuscire a fare una cosa del genere, non ci sarebbe il tempo.

E non hai mai pensato di scrivere qualcosa che sia lontano mille miglia dall’horror?

Beh, ho scritto anche dei romanzi noir, dei polizieschi, roba per bambini e persino fantascienza. Storie che non siano di genere, no, almeno per ora. Ma per natura sono un esploratore, non escludo niente.

E poi cosa sono le storie di “non genere”. Esistono sul serio? Credo che il problema dei generi sia in realtà un “non problema”. Io lascio che esca quello che deve uscire senza pormi limiti. L’espressione artistica non deve averne. Altrimenti, che espressione sarebbe? Esistono dei discorsi che uno vuole fare, che sente importanti e necessari, poi esiste il mestiere di scrittore. Quando ti viene commissionato un lavoro, allora unisci le due cose e viene fuori un prodotto che potremmo definire “dovere”. Che viene subito prima del piacere. E’ il desiderio che grida e che ti costringe a metterti in ballo e a frugare dentro alle “cose”, a palparle, ad annusarle, a tirarle fuori.