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Ritorno

Uscire dalla guerra: la ripresa della vita civile
3092 Venturoli Cinzia storia

USCIRE DALLA GUERRA: LA RIPRESA DELLA VITA CIVILE1

di Cinzia Venturoli

(Ricercatrice, membro del direttivo e della Commissione didattica dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nella provincia di Bologna e responsabile del Centro di documentazione storico politica sullo stragismo)

"Il 25 aprile noi siamo venuti su subito, io e mio padre, quando arrivammo al Sasso, lì dal campo sportivo, c'era uno impiccato per i piedi. Andammo su a casa mia, la roba c'era ancora, ma quando ritornammo dopo 2 o 3 giorni era sparita tutta la nostra roba e c'era della roba d'altri. [...]

Di nostro abbiamo trovato solo la tavola, che dentro ad un cassetto c'era la bandiera tedesca, siccome ero senza vestiti, con la bandiera feci un vestito2.

In questa frase, tratta da una testimonianza, viene riassunta, emblematicamente, la situazione che si trovarono ad affrontare le persone che, dopo la liberazione di Bologna, ritornavano alle loro case abbandonate in seguito allo sfollamento obbligatorio3.

Il comune di Sasso Marconi si trovava, dopo l'aprile 1945, in condizioni desolanti: secondo un primo calcolo, effettuato all'inizio del mese di maggio, il 75% delle abitazioni era andato completamente distrutto, mentre il restante 25% era danneggiato o parzialmente sinistrato. Il patrimonio zootecnico era stato depauperato del 90%; le strade avevano subito notevoli danni e le scuole e l'asilo del capoluogo non avevano avuto una sorte diversa. Infine, pressoché l'intera frazione di Rasiglio fu distrutta per rappresaglia4. Prima ancora di poter pensare alla ricostruzione, bisognava però fare fronte all’emergenza più impellente: permettere alla persone che tornavano di nutrirsi. Il Comitato di Liberazione Nazionale, si mise all'opera per trovare il cibo per la popolazione presente che era, in quel mese di maggio, composta da circa 8.000 persone, chiese l'assegnazione di viveri al comando inglese ed incaricò due persone affinché si recassero in zone meno provate dalla guerra, nella fattispecie in provincia di Modena, per cercare aiuti economici e derrate alimentari.5 Venne quindi istituita una mensa per i cittadini; si organizzò la raccolta delle masserizie disseminate nelle case del paese per poterle restituire ai legittimi proprietari ed eventualmente distribuirle alla popolazione6.

Come si è accennato, gli edifici, le strade, i ponti del comune di Sasso Marconi erano quasi completamente distrutti e quando, nel maggio 1946 si quantificarono le distruzioni, i danni di guerra vennero stimati a sei miliardi e 500 milioni7.

I lavori da effettuare per ripristinare le condizioni di abitabilità e di fruibilità dei servizi erano parecchi e di grande impegno per il Comune ed i mezzi erano scarsi e di difficile gestione. Assunsero a questo punto un ruolo da protagonisti i partiti politici e le associazioni8. Il partito comunista era molto attivo e si impose come tramite principale fra l’amministrazione comunale, retta da un sindaco socialista, e la popolazione, a proposito, ad esempio, del ripristino delle strade e della sistemazione delle scuole in vista della loro riapertura9.

Nell’autunno 1945, la sezione di Bentivoglio del partito comunista raccolse fra gli abitanti di quel comune generi alimentari e vestiti per donarli alla popolazione di Sasso Marconi. La sezione locale si impegnò ad effettuare una distribuzione equa e «al di sopra di ogni credenza politica» di tutto ciò che venne inviato10. Nella primavera successiva anche il comitato svizzero di soccorso operaio si mobilitò ed inviò dei mobili ad un certo numero di famiglie, che li avevano persi a causa della guerra11. Il partito d’azione si fece, a sua volta, portavoce di lamentele per «lo scarso spirito di comprensione che il comune di Sasso Marconi ha nei riguardi delle vittime Nazifasciste», a proposito delle pratiche riguardanti le pensioni ed i sussidi di guerra.12

I partiti politici cercavano, quindi, di affermare il loro nuovo ruolo di rappresentanti dei cittadini e delle loro istanze.

Un altro grave problema che si trovò ad affrontare il CLN prima, la giunta comunale poi, fu quello della disoccupazione. Le persone che ritornavano in paese erano spesso rimasti senza lavoro a causa degli eventi bellici; i giovani ed i reduci erano disoccupati con minime possibilità di trovare occupazione. A questi si aggiungevano le persone che erano state ai margini del mondo del lavoro durante il regime, perché antifascisti: le domande di lavoro rivolte al comune proprio dai partigiani e dagli antifascisti erano tante, però solo poche ebbero un riscontro positivo13. Molto spesso l’unico lavoro che era possibile trovare era quello di andare a raccogliere i residuati bellici o di bonificare i numerosi terreni situati sulle colline14.

La guerra aveva lasciato dietro di sé, evidentemente, non solo danni materiali, ma anche morti che erano ora da seppellire: a Colle Ameno e alla Casa delle suore di Mongardino furono ritrovate in complesso una settantina di salme15. Molti partigiani erano stati seppelliti in fosse comuni ed ora bisognava riportarli nei cimiteri dei loro comuni di origine, mancavano le casse da morto e spesso le famiglie non avevano la possibilità di fare fronte alle spese per l'esumazione ed il funerale. Anche il parroco delle Lagune, cappellano della Santa Justa, cercò di raccogliere offerte per poter integrare ciò che faceva il CLN in questo campo16.

La violenza della guerra segnò poi le persone nella vita quotidiana, non solo per i problemi pratici di cui abbiamo brevemente detto più sopra, ma anche nella sfera più privata, intima: alcune persone riportarono segni psichici profondi e permanenti. Una caratteristica che accomuna un po' tutti i casi delle persone segnate in modo più violento dalla guerra è quella di crollare psicologicamente subito dopo la fine del conflitto. Il 1946 è l'anno in cui, una volta finita l'emergenza, le persone si trovano a dover fare i conti con loro stessi. Quando l'atmosfera esterna si faceva più calma ecco che i fantasmi dell'inconscio si affacciavano alla mente delle persone; quello che era stato accantonato, rimosso per poter affrontare i problemi quotidiani della sopravvivenza, si faceva prepotentemente spazio nell'animo e giungeva alla coscienza, quasi che la mente si trovasse disarmata di fronte ai ricordi17. Forse è proprio anche per questo che l'anno 1946 è l'anno in cui a Sasso Marconi aumentano notevolmente i ricoveri negli ospedali psichiatrici18.

Riprendere la vita civile non significò solo ricostruire e riorganizzare materialmente la comunità, significò anche affrontare la vita politica e sociale democratica. I giovani, dovevano, cioè, inserirsi in un sistema “nuovo” per loro cresciuti in un regime totalitario: la democrazia era, anche per chi aveva combattuto in suo nome, un «oggetto» strano, mal conosciuto. Anche le donne poi, ora, avevano diritto di voto e volevano partecipare in prima persona alla vita della società, anche in virtù della loro partecipazione attiva alla Resistenza. Le persone imparano comunque ben presto il gioco democratico e la società riprese lentamente a funzionare e, nonostante le numerose difficoltà, di cui abbiamo brevemente provato ad accennare, Sasso Marconi visse questi primissimi momenti della ricostruzione con discreta serenità e la comunità trovò la coesione necessaria per ricominciare a vivere. Venne eletta una amministrazione di sinistra, così come sarà per tutti gli anni successivi e nel territorio comunale iniziò la conversione della sua struttura economica tendente alla trasformazione delle attività produttive da agricola ad artigianale ed industriale.

NOTE

1Questo breve intervento viene ripreso dal mio testo: La guerra sotto il Sasso Popolazione, Tedeschi e Partigiani (1940-1945), Bologna, Aspasia, 1999.

2Testimonianza di Anna Calzolari. Questa testimonianza fa parte delle 21 da me raccolte in occasione della ricerca che ha portato alla stesura della mia tesi di laurea: Guerra, popolazione e partigiani a Sasso Marconi (1940-1945).

3Nel novembre 1944 le autorità tedesche imposero lo sfollamento obbligatorio in una larga parte del territorio comunale. Archivio Comunale di Sasso Marconi (d’ora in poi Acsm) b. 155, cat. VII, cl. 5, anno 1945.

4Acsm, b. 157 a, cat. I, anno 1945

5ACSM, cat.11, b. 157 a, anno 1945

6Testimonianze di Lino Lucchi e Nina Bolelli

7AC Sasso Marconi, cat. 12, b. 165 a, anno 1946.

8Per il ruolo dei partiti nell'immediato dopoguerra vedi: G. De Luna, Partiti e società negli anni della ricostruzione, in Storia dell'Italia Repubblicana, cit., pag. 721.

9AC Sasso Marconi, cat, 10, b. 157 a, anno 1945.

10AC Sasso Marconi, b. 163 a, anno 1946.

11AC Sasso Marconi, cat. 12, b. 165 a, anno 1946.

12AC Sasso Marconi, b. 157 a, anno 1945.

13AC Sasso Marconi, b.158 a, anno 1945.

14AC Sasso Marconi, cat. 10, b. 164 a, anno 1945.

15ACSM, b. 154 a, anno 1945

16ACSM, b. 154 a, anno 1945

17Molti sono i casi di donne, di giovani militari di ritorno dal fronte o dalla prigionia, di partigiani che vengono ricoverati in vari momenti negli anni di guerra e in quelli successivi. cfr. P. Sorcinelli, La follia della guerra, F. Angeli, Milano 1992

18ACSM, spedalità, anni 1938/1946. Se dal 1933 al 1943 il numero di persone malate oscilla da 2 a 4 (uomini e donne sono rappresentati in modo più o meno equivalente), nel 1946 questo numero sale a 10 (solo 2 uomini). A queste vanno poi aggiunte le persone, che pur sofferenti, non si fecero ricoverare e tutti coloro che vennero ricoverati in altri ospedali pur avendo patologie psichiatriche o psicosomatiche di cui non si può trovare traccia nei dati d’archivio.

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