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I balli montanari (parte terza)
3087 Ropa Esposti Luigi tradizioni

I BALLI MONTANARI

di LUIGI ROPA ESPOSTI

PARTE TERZA

 

I suonatori: Melchiade Benni (1902 – 1992)

Melchiade Benni è senza dubbio il suonatore di balli montanari più conosciuto, sia “in patria” che “all’estero”.

Egli è infatti obbligatoriamente citato in ogni documento o pubblicazione musicale che intende riproporre i balli popolari dell’Appennino e della Provincia di Bologna in particolare.

Fra i tanti cito l’esempio dell’Associazione Culturale, e gruppo musicale, dei Barabàn di Milano, i quali hanno inserito alcuni pezzi di Melchiade Benni nel proprio repertorio e, oltre ad inserirli in alcuni dischi, li hanno anche suonati in alcuni concerti all’estero, in Belgio, in Canada ed a Mosca (1).

Sul perché della sua fama chi lo ha conosciuto e lo ha visto e sentito suonare non ha dubbi; ma per chi non ha avuto la fortuna di incontrarlo ecco una descrizione tratta dall’opuscolo allegato al disco del 1975 Musiche e Canti Popolari dell’Emilia Vol. I: “Melchiade Benni è uno dei più straordinari violinisti popolari che, finora, ci sia stato dato di incontrare ed ascoltare. Il suo stile è, al tempo stesso, duro e aggressivo e pieno di sofisticate raffinatezze. Si riconnette alla vena più autentica del violinismo popolare dell’Europa occidentale, con coincidenze assai precise con i modi propri della grande scuola violinistica popolare scozzese ed irlandese.” ...” Le esecuzioni di Melchiade Benni sono di eccezionale interesse non soltanto per il materiale tematico che in esse ricorre, ma anche per la tecnica violinistica, in quanto propone una esemplificazione di stile violinistico che ci suggerisce informazioni illuminanti sulle modalità del violinismo anteriormente al XVIII –XIX secolo”.

Questo può bastare per descriverlo dal punto di vista etno musicale, ma Melchiade era unico, oltre che nel nome (2), anche come persona.

Quando lo conobbi per la prima volta tanti anni fa al termine di uno stage sui balli montanari a Monterenzio, di lui ne avevo sentito solo parlare, ma non mi sarei mai aspettato una emozione così forte nel conoscerlo.

Si presentò, minuto e magro, leggermente ricurvo in avanti, con un viso particolare, con un naso improbabile ed i capelli, quelli rimasti, a cui era stata lasciata ogni indipendenza. Fisicamente mi sembrò dimostrare completamente i suoi anni (classe 1902). Ma i suoi occhi ed il suo viso sprizzavano di luce propria, come se un folletto, un elfo, si fosse impossessato di quel corpo e volesse dare sfogo alla sua passione: suonare un bal spéc ad una festa. Si capiva che da giovane doveva essere stato un birichino.

Stava in piedi ricurvo, col suo violino scuro, che sembrava tutt’uno con l’abbigliamento, e che teneva sotto al mento, quasi di fronte a sé, con uno stile che avrebbe fatto rabbrividire qualsiasi maestro del conservatorio. Ma quando suonava … Nessuno di quei maestri ha mai posseduto e possederà la sua padronanza, il suo stile, la sua capacità di interpretare, di improvvisare e far divertire, e nemmeno la sua modestia.

Mentre scrivo mi rendo conto di non essere in grado di rendere una descrizione tale da far percepire le atmosfere che sapeva creare, e cerco di rivederlo in piedi di fronte a noi ballerini, con un fiasco di vino appoggiato a terra, e col suo sguardo beffardo di quando prolungava apposta una frase musicale per vedere le nostre reazioni.

Originale è stata anche la vita musicale di Melchiade Benni, il quale, figlio d’arte, non si sarebbe mai aspettato questa fama.

Col violino ho cominciato a tre anni. Ero il più piccolo e la mamma mi prediligeva, ma guai se avessi toccato il violino: - Babbo non vuole – badava a dire. Ma ogni tanto io aprivo quella custodia di legno... Venivano in diversi a imparare a suonare. Io stavo lì delle ore a guardarli: osservavo le mani, le smorfie che facevano con la faccia... veniva uno scalpellino, un bastardo zoppo. Stavo molto attento quando accordavano e quando cercavano l’intonazione.

Il babbo andò in Germania per un periodo a fare il muratore. Quando tornò cercò subito il violino e lo trovò accordato!

- Chi è stato? – ero stato io che, a forza di guadare, avevo imparato. Non mi sgridò, perché mi aveva trovato che picchiavo il cane e mi aveva malmenato appena arrivato sulla soglia di casa.

Sentivo il bisogno di suonare. A dieci anni il babbo cominciò a farmi scuola come un vero maestro. A 15 – 16 anni andavo alle veglie e alle serenate. Volevo suonare anche per cercare le sottane...

Mio padre leggeva la musica, aveva una buona mano sullo strumento, ma gli ho rimproverato di non avermi fatto lavorare, all’inizio, sulle battute. Conosceva la musica ma non sapeva, o si degnava, di spiegare bene.

Con me veniva a studiare un ragazzo che stava qua sopra. La scuola si faceva al mattino, prima che arrivassero le donne, le donne in bottega e... nella nostra fantasia, perché eravamo due birichini.

Babbo aveva messo insieme una gran quantità di spartiti musicali, tutti in stampatello come si deve, raccolti in libri. C’erano molti balli tedeschi, portati dalla Germania, che là usavano molto, ma qui non erano conosciuti.

Mio padre non era tanto portato per le sale da ballo. Più che altro la gente di queste parti si è divertita con quelli dell’Acqua Calda. Loro suonavano tutto ad orecchio, sia la musica montanara che quella da sala…” … “Passato del tempo un giovane dell’Acqua Calda venne ad imparare il violino, ma non ci cavò niente, perché lavorava solo ad orecchio.

Aveste visto il loro primo violino: quando cominciava la suonata diventava un diavolo …putèna la miséria … e teneva male il violino … E non andava mica su, non faceva terza, niente … tutta roba bassa. E il secondo violino, un diavolo anche lui, lo assecondava.

Tutti ballavano, tutti sapevano i balli montanari.

Zanétt (il secondo violino) prendeva delle gran cassette, si ubriacava ed era una rovina. Medeo gli diceva: -Zio non bevete più – ma lui non dava ascolto. Una volta nel tornare non stava dritto e cadde a testa i giù per una siepe, ma non volle dare il violino al nipote; per nessuna ragione al mondo l’avrebbe dato in mano a qualcuno…”

Quando facevamo le feste qui all’osteria, chiamavamo due suonatori da Monghidoro e l’usanza era di tenerli a casa a mangiare. Altre volte andava su il babbo a suonare col gruppo e, a un certo punto, cominciai anch’io a seguirlo.

Il gruppo era composto da 4 canterine, 4 violini, un clarino,una chitarra e un contrabbasso. Il maestro Florindo suonava la chitarra 5 corde, corde di budello. Facevamo le prove tre sere alla settimana, io e babbo andavamo su a piedi come tutti e si rientrava a notte tarda.

Ci fu un periodo di visite pastorali del Cardinale di Bologna; andava alle parrocchie di montagna e noi venivamo chiamati a suonare. Si cantava e si suonava la messa. Lo spartito ce lo portò un toscano che faceva il carbonaio qui vicino … era uno che cantava bene mi ricordo... Ci mettemmo sotto ad impararla e provammo a casa; una sera il babbo saltò una battuta, me ne accorsi subito e col mio archetto diedi un colpo al suo, che saltò per aria. Rimase sorpreso e mi disse: - perché hai fatto una cosa così? - ma io volevo solo avvertirlo e non far saltare l’archetto...”

Cominciai a fare il contadino a 14 anni. Troppo tardi: bisogna cominciare da piccoli per abituarsi alla fatica. In certi giorni ci sono delle cose che vanno finite a tutti i costi e non puoi mica dire – lo faccio domani -...”

Avevo 21 anni quando conobbi Maria, che allora ne aveva 14. Era una bimbetta, ma andava già a fare pratica all’ufficio postale della titolare di Monghidoro. Lo ricordo come fosse adesso, aveva una sottana lunga, bianca…” (3)

La moglie, Maria, ricorda così quegli anni.

Non siamo stati fidanzati a lungo. Ci vedavamo solo la domenica, perché lui abitava qua al Mulino della Valle con i suoi. Anch’io ci venni appena sposata…” “Ci siamo sposati il giorno dell’Epifania, con un nebbione che non si vedeva lume. Dopo il rinfresco ci siamo incamminati verso la casa dei Benni, a piedi naturalmente. Come si diceva allora: - O piòv o anvèr la sposa l’ha d’andèr -. La musica? In casa mia non c’erano suonatori, avevo giusto una sorella con una gran passione per il ballo; io non ho mai ballato.

Il violino l’ho incontrato in casa dei Benni; nonno mi mandava spesso a Bologna a prendere le corde e la musica. Andavo da Pizzi, se ricordo bene. Qui era sempre baldoria: di giorno il via vai nello spaccio e la sera suonavano. Sempre Melchiade con suo padre Raffaele e anche altri, come quelli dell’Acqua Calda.

Mi ricordo di una notte quando ero ancora fidanzata e stavo a Castel dell’Alpe. Abitavo sopra l’osteria insieme alle maestre della scuola. Subito dopo la mezzanotte si sentì una musica di violino nel gran silenzio. Alla mattina tutti chiedevano chi poteva essere il suonatore. – L’è l’ambròs ed Maria – disse una vecchia.” ... “ Dopo sposati fece l’esame per entrare nelle poste. “ … “ Con l’ufficio mise da parte il violino; lo ha ripreso fuori quando siamo tornati ad abitare qui.

Dei nostri figli Raffaele ha preso da me e non si occupa di musica, Carlo suonava il violino e Franco è bravo con la chitarra. Io aiuto la musica prendendo le telefonate quando li chiamano da qualche parte. Viene tanta gente a cercare Melchiade e faccio il possibile per essere utile”. (4)

Melchiade, dopo un lungo periodo di inattività, venne “scovato” nell’agosto del 1974 da Stefano Cammelli durante un lavoro di ricerca nella zona.

Dopo di allora, sollecitato nei ricordi dai ricercatori, riprese a suonare il violino recuperando in breve tempo il suo repertorio, l’abilità e lo stile, facendoci dono, ancora per molti anni, della sua abilità e della sua vitalità esecutiva.

Non è retorica affermare che con lui è finita un’epoca, quella dei suonatori che abitavano le nostre montagne, inconsapevoli custodi di saperi passati, che allietavano quei pochi momenti di allegria tra le tante tribolazioni della vita contadina.

Ciao Melchiade.

NOTE

1Associazione culturale Barabàn – www.pcware.it/acb/live.htm

2Melchiade deriva dal greco, latinizzato in Melchiades, e significa “rosso dal pudore” (Dizionario dei Nomi – Selene- 1983 – pag. 263)

3Cesare Malserviti Francesca Ciampi –Il canto il ballo la memoria – 1990 – pp 98-103.

4 Idem pp 104,105