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Archeologia a Casalecchio (parte seconda)
3078 Cavallari Cinzia archeologia

ARCHEOLOGIA A CASALECCHIO

II Parte

Cinzia Cavallari, Pierangelo Pancaldi, Nicoletta Raggi

I Guerrieri venuti dal Nord

Con il IV sec. a. C. volge al termine la storia etrusca della Val Padana, fenomeno dovuto tanto alla crisi del sistema politico quanto a una complessa e lunga fase di pressione esercitata da alcune tribù celtiche provenienti da Nord (Boi e Lingoni).

Diffusi dal Danubio all’Atlantico, i Celti rappresentarono in epoca preromana il gruppo etnico più esteso, prospero e potente d’Europa, organizzato in tribù autonome governate da dinastie principesche; in area centro-europea si conoscono insediamenti urbani provvisti di recinzioni a steccato o palizzate che col tempo si trasformeranno in vere e proprie città fortificate (oppida), suddivise in quartieri residenziali, zone mercantili e industriali.

I Celti basarono la propria economia sull’allevamento (bovini e suini), sull’agricoltura (in misura minore), e soprattutto sull’artigianato; in particolare venne a crearsi una notevole specializzazione nella lavorazione dei metalli, con peculiarità specifiche nella realizzazione di armi di ferro (spade, pugnali, punte di lancia, ecc.).

Altra caratteristica nota fin dal IV sec. a. C. è il loro talento militare: la presenza di guerrieri celti, reclutati in qualità di mercenari è infatti documentata dalle fonti classiche in tutto l’antico Mediterraneo. Lotte intestine fra tribù confinanti spinsero alcuni gruppi alla ricerca di nuovi territori verso Sud: infatti sono attestate presenze galliche nell’Italia settentrionale fin dal VI sec. a. C.; tuttavia, solo nel corso del IV a. C. si verifica la massiccia invasione che interessa gran parte dell’Italia settentrionale e di parte del centro con l’assedio della stessa Roma (387/386 a.C.).

A livello archeologico i dati raccolti indicano l’abbandono di alcuni centri urbani, come nel caso di Marzabotto, ed in generale una sostanziale crisi delle città. Comunque il dato più rilevante è che alla fine del IV secolo si verifica una pacifica integrazione tra le due componenti etniche.

In questo periodo una piccola comunità celtica sembra insediarsi nella Zona “A” di Casalecchio, in parziale sovrapposizione con l’abitato etrusco.

A tale gruppo (riferibile all’etnia dei Boi, originaria dell’Europa centrale) è da attribuire un importante nucleo sepolcrale costituito da 97 tombe e delimitato da tre fossati perimetrali. Le sepolture, per lo più inumazioni, erano dotate di corredi costituiti da oggetti metallici di ornamento personale: fibule, armille e collari in bronzo (torques). In quattro casi invece, il corredo era caratterizzato dalla presenza di armi (spade, punte di lancia): elemento distintivo della classe guerriera. Significativamente l’unica tomba a cremazione si trovava al centro di un recinto quadrangolare: atto chiaramente celebrativo che, accanto alla tipologia degli oggetti di corredo (tra cui un bell’anello a “sigillo” in argento con castone d’oro su cui è inciso un essere fantastico, fig. 1), farebbe pensare alla sepoltura del più potente e prestigioso personaggio della comunità.

Di eccezionale importanza è inoltre l’area sacra con resti di strutture di culto a recinto quadrangolare che trovano precisi confronti in contesti cimiteriali celtici di area transalpina1.

Nel segno della centuriazione

La colonizzazione romana della nostra regione, iniziata a partire dalla metà del III sec. a.C., si consolida solo dopo la definitiva sconfitta dei Boi (196 a.C.) e la fondazione della colonia latina di Bononia (189 a.C.).

L’assegnazione dei terreni agricoli a coloni provenienti dall’Italia centrale si accompagna a una ripartizione del territorio in parcelle regolari delimitate da canalizzazioni o strade, secondo un sistema noto come centuriazione.

Attraverso la centuriazione il territorio venne frazionato in maglie quadrate di ca. m 710 di lato, delimitate da fossati, canali o strade, all’interno delle quali si stanziarono i coloni; i nuovi territori così occupati necessitarono in primo luogo di un’attività di bonifica e riassetto idraulico finalizzata a rendere sfruttabile un’area di grande potenzialità produttiva.

Queste operazioni riguardarono l’arginatura, la canalizzazione e la regimazione di fiumi di notevole portata come potevano essere il Reno e il Lavino.

In età romana la Via Emilia (187 a. C.) sancì definitivamente l’appropriazione estensiva del territorio da parte dell’uomo costituendo l’asse di riferimento per la grande opera di bonifica e suddivisione dei terreni agricoli della pianura e dell’area pedecollinare.

In area casalecchiese l’intenso sfruttamento del territorio durante l’età romana è testimoniato dalla realizzazione di un’estesa viabilità primaria (fig. 2, cardine e decumano in opera “glareata” cioè con massicciate di ghiaia) e secondaria (strade di accesso ai complessi insediativi) e delle grandi opere idrauliche e di bonifica (fossati di scolo e di drenaggio) tra le quali ricordiamo una grande cavità di forma ellittica (metri 35 60) da cui si dipartivano due canali artificiali che si spingevano verso le campagne. Il bacino, evidentemente destinato a contenere acqua, era probabilmente utilizzato come riserva idrica per l’irrigazione delle vaste aree coltivate.

Questa opera segna anche la scomparsa dell’antico corso fluviale che aveva caratterizzato il paesaggio della zona “A” per gran parte dell’età pre-protostorica2.

L’attività agricola è testimoniata concretamente dai resti di un piccolo impianto per la spremitura (forse dell’uva) e dagli apprestamenti colturali costituiti da una serie di lunghi solchi paralleli, disposti a distanza regolare tra loro e perfettamente allineati con gli assi stradali e poderali. Tali segni testimonierebbero (secondo le fonti classiche) le tracce delle piantate arboree, utilizzate nella viticoltura3.

La villa urbano-rustica individuata nella zona “A”4, si pone al centro di un’area agro-produttiva e commerciale favorita proprio dalla viabilità verso l’area Bologna-via Emilia, naturale confluente economico e zona d’espansione dei mercati di scambio. Il complesso, che copriva una superficie di circa m2 13.500, era caratterizzato inizialmente (età augustea) da due settori ben distinti: uno destinato alle attività produttive e all’immagazzinamento delle derrate agricole (pars rustica) e uno più propriamente residenziale (pars urbana). In una seconda fase (III sec. d.C.?) alcuni ambienti abitativi furono anch’essi occupati da impianti artigianali, indice di un “declassamento” della villa (ora non più residenza dei proprietari del fundus) a funzioni di puro sfruttamento economico.

I resti dell’edificio finora venuti alla luce (comprendenti la residenza padronale, fig. 3) testimoniano quindi non solo la lavorazione in loco dei prodotti agricoli (aree di spremitura, vasche, magazzini di anfore e dolii, spazi operativi aperti) ma anche l’attività di grandi fornaci per la produzione sia di vasellame che di materiale laterizio, presumibilmente con funzione non limitata al fabbisogno interno ma volta anche al commercio (fig. 4).

L’esistenza di un vero e proprio nucleo abitato (un vicus?), forse da localizzarsi presso il corso del fiume Reno, è invece solo suggerita dalla presenza di due distinte aree sepolcrali (denominate convenzionalmente “necropoli A” e “necropoli B”), che hanno restituito complessivamente alcune centinaia di tombe (ma il dato è parziale) sia ad inumazione che a cremazione. La tipologia delle sepolture (semplici fosse scavate nel terreno, ove talvolta il defunto era deposto all’interno di una “cassa” realizzata in tegole o mattoni), e dei pochi oggetti di corredo (ollette in ceramica, qualche moneta in bronzo piuttosto corrosa, lucerne in terracotta, “balsamari” in vetro) (fig. 5) colloca la maggior parte dei ritrovamenti tra il II e il III secolo d.C.5, in un contesto di “comunità chiusa” a carattere eminentemente agricolo. Tipica anche la disposizione di questi sepolcreti, che si snodano ai lati delle due grandi arterie stradali (proprio a ridosso della massicciata di ghiaia) come in progressivo “allontanamento” dall’ipotetico nucleo abitato.

Crisi e rinascita di un territorio

A partire dal III sec. d.C. la crisi politica e militare che colpisce l’impero romano comincia a riflettersi negativamente sull’organizzazione del territorio e sulla crescita demografica. Durante il V sec. d.C. assistiamo a mutamenti climatici e a ricorrenti alluvioni che aggravano un sistema idrografico ormai compromesso.

Lo scavo archeologico a Casalecchio ha confermato il degrado delle infrastrutture di epoca romana (strade e canalizzazioni) e il progressivo abbandono degli impianti abitativi e produttivi; nelle immediate vicinanze della villa un gruppo di sepolture (fig. 6) distribuite in modo​_ disordinato potrebbe ricollegarsi agli eventi traumatici particolarmente frequenti nel corso del VI secolo (la guerra greco-gotica, ad esempio, devastò a più riprese l’intera penisola per quasi vent’anni, dal 535 al 553 d.C.)6. Per i secoli successivi tutta la zona “A” risulta priva di qualsiasi attestazione insediativa; le prime testimonianze posteriori al Mille sono costituite da un asse viario databile all’età medievale (XIV secolo), da un canale di drenaggio e da un edificio rustico provvisto di pozzo attribuibili ai secoli XV-XVII.

Sono questi i segnali di una rinnovata fase di occupazione del suolo evidenziata anche dai resti di quelle canalizzazioni volte al riassetto idrico del territorio che lasceranno poi tracce nella locale toponomastica (“Fossa Felicina”, “Fossa di Ceretolo”, ecc.) fino all’età preindustriale7.

NOTE:

1Oltre a J. Ortalli, Casalecchio di Reno (BO), Zona “A”. Scavo di una necropoli celtica, in: Notiziario della Soprintendenza, “Studi e Documenti di Archeologia” VII (1991-92), pp. 159-60; per una trattazione più completa si veda: Id., La necropoli celtica della Zona “A” di Casalecchio di Reno (Bologna). Note preliminari sullo scavo del complesso sepolcrale e dell’area di culto, in L’Europe celtique du Veau IIIe siècle avant J. C. Contacts, echanges et mouvements de populations (Actes du deuxième Symposium International d’Hautvillers, 8-10 octobre 1992), Memoire n. 9 de la Societé Archéologique Champenoise, 1995, pp. 189-238. (Alcuni temi sono poi stati brevemente ripresi in: J. Ortalli, Archeologia topografica: la ricostruzione dell’ambiente e dell’insediamento antico nell’esperienza di Casalecchio di Reno, in XLIII “CARB” (Corso di Cultura sull’Arte Ravennate e Bizantina) (Ravenna, 22-26 marzo 1997) 1997, pp. 581-84).

I precisi contatti con il mondo celtico europeo sarebbero confermati, tra l’altro, dalla particolare decorazione (“emblema dei draghi”) presente sul fodero di una delle spade di Casalecchio-Ceretolo, confrontabile con rinvenimenti analoghi dai sepolcreti della Champagne, dell’Ungheria e della Boemia (cfr. V. Kruta-V.M. Manfredi, I Celti in Italia, Milano 1999, fig. 37). Sul tema in generale si veda: N. Ginoux, Lyres et dragons. Nouvelles données pour l’analyse d’un des principaux thèmes ornamentaux lateniens, in : L’Europe celtique, cit., pp. 405-12.

2J. Ortalli, Bonifiche e regolamentazioni idriche nella pianura emiliana tra l’età del ferro e la tarda antichità, in Interventi di bonifica agraria nell’Italia romana, “Atlante tematico di topografia antica” 4 (1995), pp. 81-2, figg. 25-26; Id., Archeologia topografica, cit., p. 586.

3 J. Ortalli, Bonifiche e regolamentazioni idriche, cit., p. 81, fig. 24.

4J. Ortalli, La campagna bolognese in età romana: forma e caratteri dell’insediamento, in R. Scannavini (a cura di) Palazzi di città e palazzi di campagna nel territorio bolognese, Bologna 1998, pp. 294-315.

5Per la notizia preliminare cfr. D. Mengoli - P. Pancaldi - N. Raggi, Casalecchio di Reno (BO), Zona “A”. Scavo di necropoli romana, in: Notiziario della Soprintendenza, “Studi e Documenti di Archeologia” VII (1991-92), pp. 159-60. Più recentemente un cenno su tale contesto è in J. Ortalli, Le aree funerarie: topografia e monumenti delle necropoli, in M. Marini Calvani, (a cura di), Aemilia. La cultura romana in Emilia Romagna dal III secolo a.C. all’età costantiniana, Catalogo della Mostra, Bologna, Pinacoteca Nazionale, 18 marzo-16 luglio 2000, Venezia 2000, p. 214.

Ricordiamo, tra l’altro, che dal maggio 2000 l’Aula Didattica del Museo di Antropologia dell’Università di Bologna espone in maniera permanente i resti scheletrici provenienti proprio da una delle tombe romane di Casalecchio (tomba 130, necropoli B). Si tratta di un primo momento di divulgazione circa lo stato degli studi antropologici ormai in corso da anni su contesti casalecchiesi, ove grazie anche all’ausilio di mezzi audiovisivi si illustra come attraverso analisi ossee si possano “ricavare e interpretare aspetti bio-culturali e (…) indicazioni sulle metodologie di studio”

6J. Ortalli, Archeologia topografica, cit., pp. 587-8.

7C. Cavallari - P. Pancaldi - N. Raggi, La “Meridiana” nel tempo. Un decennio di scavi e scoperte archeologiche nella Zona “A” di Casalecchio di Reno (pieghevole distribuito dalla Galotti S.p.A.), Minerbio (BO) 1999. Spunti per una prima ricostruzione dell’assetto territoriale dell’area casalecchiese si possono intravedere in alcuni lavori a carattere localistico, ad es.: L. Lipparini, Casalecchio di Reno, Bologna 1953; V. Paioli, Saluti da Casalecchio. Fatti luoghi e personaggi del suo passato, Bologna 1996; i vari contributi di p. l. chierici Casalecchio: storia di un paese senza storia, “Casalecchio Notizie” 4 (1995) in corso.

Didascalie figure

Fig. 1

Età celtica. Anello-sigillo in argento dalla tomba 86: sul castone in oro è raffigurato un animale fantastico. Il ricco corredo della tomba comprendeva inoltre altri oggetti di ornamento personale, pedine da gioco e armi in ferro

Fig. 2

Età romana. Particolare del cardo in corrispondenza dell’incrocio con la strada d’accesso alla villa urbano-rustica; alle due diverse fasi della massicciata stradale glareata (realizzata cioè con ghiaia, ciottoli e pezzame laterizio) corrispondono altrettante reincisioni dei fossi di scolo laterali.

Le profonde depressioni su entrambi i piani inghiaiati sono da attribuire alle impronte lasciate dalle ruote dei carri

Fig. 3

Età romana. Antefissa: tra gli oggetti di pregio provenienti finora dal settore residenziale sono da segnalare senz’altro alcune antefisse in terracotta. Questi elementi, utilizzati a chiusura delle tegole di copertura dei tetti, rivestivano evidentemente anche una funzione decorativa

Fig. 4

Età romana. L’area delle fornaci: oltre a un magazzino di anfore vinarie e ad alcune “vasche” per la decantazione di argilla, assumono notevole importanza per la ricostruzione delle attività del fundus legato alla villa i resti di alcune fornaci individuate nell’angolo Nord-Ovest del complesso. La più imponente di queste (m 3,5 × 5), a grande camera rettangolare, con muretti disposti “a pettine” e volte di sostegno, era finalizzata alla produzione di laterizi. Da notare, sulla sinistra, anche una fornacetta circolare

Fig. 5

Età romana. Tomba 126 (necr. B): scheletro di defunto deposto sopra un fondo di giacitura in mattoni; altri frammenti laterizi formano le pareti della struttura. Particolare dell’unico elemento di corredo: un’ampollina in vetro azzurro collocata ai piedi del defunto

Fig. 6

Età altomedievale. Il sepolcreto: resti di 3 individui in giacitura scomposta.

Nelle immediate vicinanze della villa romana è stato rinvenuto un gruppo di sepolture prive di corredo e d’incerta datazione (metà VI sec. d. C.?): alcuni scheletri presentano tracce di mutilazioni, imputabili a ritualità funerarie o a eventi bellici

 

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