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LA VILLA PANGLOSSIANA

Di Gianluca Rossi

”… La Villa detta la Panglossiana… opera bella e delizioso luogo…” con queste parole comincia mirabilmente la suggestiva descrizione della villa da parte del cugino del professor Gaetano Conti fondatore del complesso in seguito denominato La Panglossiana.

​_Situata sulle prime pendici della collina di Pontecchio Marconi e completamente circondata da uno splendido parco secolare, la villa ottocentesca si presenta a poco a poco agli sguardi dei visitatori, come una nobile signora che si mostra delicatamente agli occhi dei corteggiatori. Infatti la villa in realtà nasconde mille segreti di passate vicende poetiche e artistiche e passeggiando nel parco, se si socchiudono gli occhi, si odono ancora le voci dei famosi personaggi ospiti illustri dei festosi pomeriggi che spesso si concludevano all’interno del complesso della villa.

Il Conti fece costruire la villa agli inizi dell’800; per suo stesso volere divenne un centro culturale nel quale confluivano all’insegna dell’ottimismo i migliori nomi dell’arte e della cultura bolognese tra i quali possiamo citare i pittori Zaccherini, Badiali, Grinzi, Rasori, Bortolotti, Basoli, Giani, Bertolani, Meliconi, Caponeri, Frulli, Ferri, Guizzardi, Manfredini, Cini, Tambroni, Tomba, e Fantuzzi, e lo scultore De’ Franceschi di cui possiamo ammirare le opere alla Certosa di Bologna.

Tutti questi artisti ricambiarono l’ospitalità del Conti manifestando tutte le loro capacità sulle pareti e sui soffitti della villa, la quale attraverso un itinerante percorso riesce a stupire per l’eleganza classica delle rappresentazioni parietali che rendono la villa Panglossiana unica nel suo genere.

Il Conti grande ammiratore di Voltaire e di Orazio amò circondarsi di frasi celebri che ancora si possono leggere sui muri della villa, ed è proprio un motto volteriano ad esprimere al meglio la norma di vita assunta dallo stesso professore: Tout pour le mieux, e sempre il personaggio celebre del Candido, il mitico Panglos, dona il nome alla villa che verrà quindi in seguito denominata Panglossiana. Il mitico Panglos trovava posto all’interno di un tempietto di gusto classico, al quale si può risalire per via iconografica, che era ubicato nel prato dietro la villa; purtroppo non esiste più anche il singolare ed ingegnoso gnomone che segnava il mezzogiorno captando un raggio di sole attraverso una lente determinando poi lo scoppio di una carica in un cannoncino, e anche la famosa grotta con l’eremita e il cane, statue scolpite dal De’ Franceschi, (inserire stampa da volume originale con didascalia) di cui si fa memoria anche negli scritti dell’epoca. Infatti pare che il bizzarro Professor Conti aspirasse alla presenza di un fantasma che doveva trovare dimora all’interno delle suggestive rovine di un castelletto medioevale, ancora in parte presenti nel fondo del parco, ma lo stesso non riuscì mai ad insediarsi per paura della statua dell’eremita nella adiacente grotta. Era infatti in uso nell’800, per puro spirito romantico, comporre delle finte rovine di costruzioni antiche che potessero costituire una vera e propria ‘quinta teatrale’ nell’organizzazione degli spazi verdi; non si dimentichi infatti, lo spirito della cultura archeologica che dapprima con le campagne Napoleoniche in medio Oriente e fino a tutto l’800 si espande capillarmente in tutta Europa sia come cultura sia come massima espressione del rigoroso perbenismo dilagante nei migliori salotti dell’epoca.

La facciata principale della villa è in realtà quella opposta alla via Montechiaro, infatti l’aspetto austero e ordinario della seconda si riflette all’opposto sul prospetto che si affaccia sul parco. Il visitatore che si ferma sulla via Montechiaro difficilmente riesce ad immaginare l’eleganza dell’edificio che si attesta regolare con il portone voltato e la classica loggia passante di matrice seicentesca, le forature speculari e dimensionalmente proporzionate con tutto l’insieme sostenuto e piacevolmente contrastato ai lati dai corpi gemelli ad ordine gigante del sofisticato loggiato tamponato.

Il corpo gentilizio principale ha una grande appendice volumetrica sul lato ovest verso la collina di tutto l’insieme degli annessi di servizio, quali la casa del custode e del personale di servizio nonché tutto un livello di ex botteghe (che si affacciavano sulla via Montechiaro) di vendita alimentare al dettaglio e osteria con la bottega del calzolaio in servizio fino agli anni ‘60. Tutto il complesso in realtà si presentava come un grande borgo dove la presenza nell’800 di un fabbro, di un ciabattino, delle scuderie, dell’osteria e del cordaiolo, di terreni coltivati, di cascine per il ricovero del fieno, della casa colonica ora riadattate o purtroppo scomparse e da ultima, non certo per importanza, la chiesa di Montechiaro con la canonica, conferivano all’insieme un aspetto di piccola entità extraurbana autosufficiente.

Purtroppo i bombardamenti hanno distrutto quasi tutto il borghetto e sullo spiazzo rimasto è stato ricavato un campo da gioco per i bambini della casa, che involontariamente ha alterato in modo profondo e definitivo lo spirito di tutto l’intorno urbano.

Ma ora addentrandoci all’interno della villa si passa attraverso la succitata loggia dipinta a chiaro-scuro elegantemente rifinita con una pavimentazione ad imitazione del porfido, molti pavimenti del piano terra furono realizzati con breccia di marmi antichi di ogni provenienza e colore alcuni dei quali risultavano già rari nei tempi passati, di diaspri, di agate, ametiste ed altre pietre preziose.

Le pareti degli ambienti sono rifinite a scagliola ad imitazione del marmo tra i quali il cipollino ed il giallo antico, sulle stesse, a volte, sono iscritte frasi celebri di Orazio.

Sempre al piano terra troviamo la camera dei giochi dipinta dal Bortolotti e la camera cinese, opera dei Basoli e Zaccherini con il pavimento di lumachella che, come descritto dagli antichi registri, si presentava completamente arredata con mobili e suppellettili cinesi; in comunicazione si entra in una camera che doveva essere la stanza da bagno, dipinta a fondo nero come era in uso ai tempi degli antichi romani nelle terme di Diocleziano, il tutto dipinto dal Giani e Bertolani.

Purtroppo non esiste traccia della vasca interrata che probabilmente durante i bombardamenti dell’ultima guerra è andata distrutta e di cui rimane traccia di un esemplare simile nella magnifica villa Quiete di Mezzana dei Sig.ri Neri.

A sinistra della loggia si passa alla camera Pompeiana, dove la capacità artistica del Caponeri e Frulli è degna di nota, i dipinti alle pareti e al soffitto rendono lode in copia ai mirabili disegni campani, una porta a muro dà accesso ad una grotta dipinta dal Ferri; proseguendo per la scala si arriva al mezzanino dove una porta si apre sulla camera a paesaggio (camera da pranzo) la massima espressione del pregio artistico della villa Panglossiana dipinta dal celebre Burker.

Entrando nella camera bisogna richiudere la porta ed aprire le finestre, una posta su un lato, l’altra all’estremo della camera comunicante definita la camera etrusca per i classici disegni parietali dipinti con figure gialle su fondo arancio scuro, opera quest’ultima del Guizzardi.

Immediatamente il verde sembra permeare i sensi del visitatore il quale si trova circondato da una natura dipinta in prospettiva sulle pareti e sul soffitto che rende nullo il confine tra l’esterno e l’interno della villa. La pianta ellittica facilita la percezione dell’ambiente naturale evitando quasi lo scontro di energie radianti negli angoli, ma, al contrario, avvolgono la persona e la trasportano in un viaggio straordinario dove la pittura fa da padrona nel connotarsi realtà naturale e il contenitore si confonde finalmente con il contenuto mirabilmente riflesso sul verde esterno. I I pavimenti sono forse tra i più belli della villa, terrazzati a breccia con marmi preziosi e diaspri rari.

Proseguendo la scala si giunge alla loggia del secondo piano dove ormai sono scomparsi tutti i dipinti che erano opera del Bortolotti, come pure non rimane traccia del piedistallo dipinto ad imitazione del marmo africano che sosteneva la statua in marmo di Carrara di Diana cacciatrice, opera dell’Acquisti. A destra della loggia troviamo la camera denominata dell’Amico dove delle bellissime e rinomate carte francesi a stoffa delle pareti non rimane traccia; curioso un piccolo graffito che fuoriesce dall’intonaco di un viso femminile dalla buffa e ridanciana espressione, forse una contadina dello stesso borgo.

Di fronte si apre la camera definita delle Dame, dipinta a chiaro-scuro dal grande Cini, dove la sua maestria è facilmente percettibile nella delicatezza dei dipinti classicheggianti con bellissimi Amorini tanto frequenti in epoca romantica dove la Grazia e l’Amore erano il centro del gusto estetico dell’epoca. Proseguendo, sempre dalla loggia, si entra nella camera del Padrone dipinta a gusto gotico con figure alle pareti che sembrano riprese da un vecchio libro di storia del secolo passato, tre iscrizioni di Orazio dettano gli insegnamenti della dolcezza, del riposo e della vita campestre.

Comunicante si trova un gabinetto dipinto con paesaggi egizi, di cui si leggono poche tracce assai rovinate sulle pareti; opera del Basoli probabilmente ad omaggio del celebre egittologo Rossellini, amico del Prof. Conti, che donò anche alcuni preziosi disegni ora di proprietà dei Marta.

Salendo al terzo piano, zona di chiara matrice meno nobile, si arriva alla loggia che era dipinta ad imitazione del legno di abete, attraverso il disimpegno si accede alla camera del Medio Evo con dipinti di corazze, elmi, lance, teschi e corna di cervi che con la mente riportano ai tempi dove l’Amor Gentile e la Guerra erano i fondamenti della gens patrizia.

Dei decori della camera Turca, opera del Manfredini, non rimane la minima traccia, mentre appaiono ancora alcune tracce dei dipinti nelle camere dette d’Ercolano del Bertolani e del Cacciatore dove restano alcuni dipinti, del Fantuzzi, di rovine della terra di Palestina con colonne rovesciate e macigni con marmi scolpiti screpolati e rotti.

Tutto l’insieme della villa Panglossiana definisce un momento storico di piacere e di letizia delle classi agiate e benpensanti della borghesia bolognese, la quale si ritrovava in questo luogo di delizia per assaporare gli odori e i colori della collina in compagnia di artisti celebri, poeti e scrittori a volte di regime a volte contestatori, i muri della villa fanno ancora da eco ai passi delle calzature e al rumore dello sfregamento delle garze dei vestiti che in modo semplice e aggraziato amavano percorrere questi luoghi dedicandosi completamente ai festini e all’ozio tanto ritemprante nei pomeriggi assolati delle estati pontecchiesi.

Sicuramente un elogio va alla famiglia Marta, attuale proprietaria della villa Panglossiana che ha saputo recuperare l’edificio dai pesanti sfregi dei bombardamenti della guerra e che diligentemente si occupa con cura amorevole alla manutenzione di un bene così prezioso del nostro territorio.